FAVOLA DI FETONTE
Porgi aiuto al mio dir, sacrato Apollo,
Ch'io voglio oggi cantar l'acerbo fato
Del tuo caro figliuol Fetonte, il quale
Per troppo alto salir sì basso scese,
Ch'egli empiè di dolor le suore e 'l padre.
E s'ora il rimembrar gli antichi affanni,
Come il sentirgli allor, ti fia gravoso,
Sìeti conforto in ciò vederti appresso
Quel glorioso re ch'intento ascolta;
Quel glorioso re ch'i Galli affrena;
Il famoso Francesco, ai Franchi il primo
Per sua chiara virtù, non sol per nome,
Ch'oggi, se 'l guardi ben dentro e d'intorno,
Del poetico onor sostegno è solo,
E degno sol per gemino valore
Dell'alma fronda tua le tempie ornarse.
Dunque il primo tuo duol lasciando a parte,
Cantiam felici; e ti consoli ancora,
Che ben muore un mortal che guidi il Sole.
Pien di quella beltà, ch'aver conviene
Una pianta gentil d'Apollo uscita,
Già di tempo e d'onor crescendo giva
Fetonte il vago, e già toccava in parte
Quella più verde età ch'intorno cinge
Dei primi aurati fior le guance e 'l mento,
Ch'all'amorose ninfe amati e cari
Vie più furon talor, che fermi e fidi;
E volgendo i suoi dì tranquillo e lieto,
(Ché 'l venenoso amor, ch'è solo il tarlo
Del giovenil riposo, il dente ancora,
O suo fato o virtù che ciò vietasse,
Dentro 'l semplice petto oprava indarno)
Coi suoi dolci vicin, coi suoi congiunti
O di sangue o d'età, coi fidi amici,
Or per questa campagna, or per quel bosco,
Or quinci or quindi a suo diporto giva.
Or bramosi d'onor correndo insieme,
Or coi piè giunti in un, talor disgiunti,
Con tre volte da terra alzarse al cielo
In un impeto sol, faceano a pruova
Chi più spazio di lor lasciasse a dietro.
L'argin sublime poi, la larga fossa
Atte il cervo a frenar, non pur la damma,
Superate da lor sovente furo.
L'un contr'a l'altro poi le braccia insieme
Strette annodando, ogni suo ingegno adopra,
Ogni forza ciascun, tenendo lunge
L'alto avversario; ed or col piè si pruova,
Or col petto or col capo, or prende, or lascia,
Or si difende, or preme, or gira, or posa,
Or s'innalza, or s'abbassa, or segue, or fugge,
Or teme, or finge, fin che lieto ha scorto
(O sia sorte o virtù) sdegnoso e stanco
Quel, che già l'offendea, ch'a terra giace.
Ma più ch'in altro a dimostrare intento
Fu del buon saettar la forza e l'arte;
E siccome colui che venne al mondo
Dal luminoso arcier, ch'ogni altro avanza,
Che quel crudo Piton soletto uccise,
Quel serpente Piton che 'l mondo avea
Non pur fatto tremar, ma Giove in cielo;
Come adunque colui che venne al mondo
Dal biondo Febo, e che l'amo già tanto,
Pronto, snello e leggiero a tender l'arco,
E più dotto a ferir le fere e 'l segno
Di quanti ivi n'avea, Fetonte apparve.
Chi più lunge da sé tirasse il ferro,
Chi più la pietra in alto, e che più presso
Ai piè del gittator tornando caggia,
Spesso era in prova; e poi sovente il dorso
D'un feroce corsier premea sicuro.
E lo facea talor formando un giro
Levarse in aria, e talor dritto in salti,
Leve alzando coi piè le groppe al cielo,
Il fea l'orme trovar d'ond'era mosso:
Poscia ratto il moveva; e nel più caldo
Furor del corso suo, di lui mal grado
Così 'l frenò talor, ch'indietro o innanti
Fuor di quel che volea non mosse un piede.
Poi tutto sciolto per campagne e valli
Seguendo in caccia le fuggenti fere,
E la tigre e 'l leon sovente aggiunse.
In tai modi leggiadri, in tai costumi
Spendendo gli anni il giovinetto vago,
Era gloria e splendor di tutto intorno
Il bel paese suo, ch'in vita il vide.
Ma 'l suo fero destin, ch'avea promesso
Che con più bel lavor, con più gran nome
Si dovesse compir l'acerba etade,
Trovò il cammin; ché poi che stanchi un giorno
Del lungo affaticar gli eletti amici
Vide, e lui insieme, sotto un verde bosco
Lungo un bel rio gli fe posarse all'ombra,
Al suon dell'onde e di mill'altri augelli,
Che di dolcezza empiean la valle e 'l cielo.
Ivi poi che ciascun più verde il seggio
L'uno a l'altro vicin s'elesse in sorte,
Ripetendo tra lor gli andati casi
Del chiaro esercitar, scusava il vinto
Con mille altre cagion la sua ruina;
E 'l lieto vincitor con mille lode
L'alta vittoria sua portava al cielo;
Cominciaro a narrar del suo legnaggio
Ciascun la nobiltà, d'ond'era sceso
(Ch'ivi non era alcun che 'l nome e 'l sangue
O dal ciel non traesse, o d'uom mortale,
Che non avesse in ciel trovato il seggio).
Altri dicea venir dall'alta prole
D'Alcide invitto, e pur di Tebe ancora;
Altri tra i suoi maggior contava il primo
L'immortal Bacco; e di Mercurio alcuno
Ponea tra gli avi, o di Nettuno il nome.
Ivi Fetonte allor spregiando quasi
Il dir d'ogni altro, e sorridendo in vista,
Disse superbo: E chi sì folle ardisce
Di mostrar nobiltà, che trove in lui,
Ove Fetonte sia, che Bacco, o molti
De gli Dei popular, ch'appena sono
Contati in ciel tra' le divine gregge,
Non troverà tra suoi mill'anni innanti;
Non quel semplice Dio Nettuno, il quale
Soli i pesci, e le ninfe, e i mostri affrena
Sotto all'onde salate, ov'altro Dio
Non scende unquanco, e de' mortai quel solo,
Ch'è stolto, o cieco, o che morire agogna;
Non di Mercurio ancor, fallace e vano
Nunzio del ciel, ch'a tutti gli altri serve,
E che nulla ha per sé forza o valore
Se non quanta gli vien da chi s'appressa.
Io non dirò tra voi degli avi antichi
La gloria e 'l pregio, che sì lunge vegna,
Che discendendo poi di ramo in ramo,
Anzi ch'arrivi in me sia strutta e guasta:
Ma colui dirò sol, quel proprio e stesso,
Onde al mondo vestì terrestre velo
Quest'alma invitta; e fu mio padre il biondo,
Almo, sacro, divin, lucente Apollo,
Degli Dei, de' mortai lucerna altera,
Signor del tempo, per cui solo in terra
Vive oggi e spira quanto spira e vive.
Questo il mio padre fu, ch'è tanto e tale,
Che nessun degli Dei, non pur mortali,
Al suo sommo valor puote agguagliarse.
Tra l'onorato stuol ch'intorno udiva,
E non avea di sé parlato ancora,
Era il sacro figliuol di Giove e d'Io,
Io dall'alta Giunon conversa in vacca
Per geloso disdegno, e in guardia data
Al gran pastor ch'avea cent'occhi in fronte;
Dopo il cui trapassar rabbiosa corse
Quanto la terra e 'l mar nutrisce e bagna:
Poscia in riva del Nil placò pregando
L'impia inimica, e dispogliò dal volto
(Ritornando qual fu) le corna e 'l pelo,
E così partorì quel chiaro e vago
Epafo. Allor che di Fetonte udio
Il superbo parlar cruccioso e fero,
Disse: Io sono il figliuol del gran rettore,
Che l'universo intorno e tempra e move;
Dalla cui destra man discende in basso,
Pien di fuoco e terror, l'ardente tuono;
Al cui cenno real paventa e trema
Tutta la terra, il ciel, l'abisso e 'l mare.
Ma che più tanto dir? Non basta solo
Dirti, ch'uscito son del sommo Giove,
Di quel, che non pur mio, d'Apollo e Marte,
Ma di quanto fu mai, di tutto è Padre?
E che non sian menzogna i detti miei,
Sia vero testimon veder d'intorno
Là dove riccamente inonda il Nilo
La genitrice mia di templi ornata
Prender dall'altre e sacrifici e voti:
Iside è detta; e tanto chiaro è il nome,
Ch'ogni invidia mortal qua giuso abbaglia.
Ma dimmi or tu, che così altero vai
Del paterno valor; qual hai certezza
Da poterci mostrar per fede al vero?
Climene veggio andar con l'altre a schiera,
(Ch'è pur la madre tua) fatta consorte
D'un uom nato mortal, ch'indegno fôra,
Sendo a Febo, qual di', congiunta e cara.
Ma chi credesse ver quel ch'oggi sanno
Le lingue feminil fingendo dire,
Quanti portan dei boschi, selve e dumi,
Di servi e di pastor nel ventre seme,
Che di Giove e del ciel sarebben frutti!
Quanto è folle colui, ch'incerta cosa
Per certa afferma, e se ne pregia e vanta
Pria che senta apparir men dubbio segno!
Diceva Epafo ancor; ma 'l buon Fetonte
Di sdegnoso rossor dipinto il volto,
Tutto d'ira e di duol dentro e di fuore
Fremendo, ardendo, senz'alzar la vista,
E senz'altro parlar n'andò piangendo
Ove non lunge avea la dolce madre;
La qual presso il figliuol mirando, accorse,
E con cari abbracciar, con baci ardenti
Lieta volendo accorlo, il vide in fronte
Mesto e turbato, onde smarrita e trista
Dimandò la cagion dicendo: O figlio,
Qual desio, qual dolor t'infiamma o preme
Che non possi sfogar senz'altro affanno,
Sendo nato di quel che 'l mondo alluma?
Non temer, figlio, no, che 'l biondo Apollo
Non ci sarà del suo soccorso avaro;
Ch'un sì cocente amor, sì caro figlio
Non può porre in oblio sì picciol tempo.
Di pianto e di sospir bagnato e colmo,
Tal ch'appena poteo la voce accôrre,
Già nel materno collo intorno avvolte
Le braccia, e 'l volto sopra 'l volto assiso,
Così rispose a lei: Madre onorata,
Se di Fetonte mai ti calse, o cale;
Se mai del seme tuo ti strinse amore;
Se pietà nel tuo cor trovò mai loco;
Madre, non mi celar, se falso o vero
Corse il grido di me, ch'io fussi nato
Del biondo Apollo, perch'(ahi lasso) il fero
Epafo ingiusto, con orgoglio e scorno
M'ha chiamato del Sol mentita prole;
Ed io, che nullo ancor soffersi oltraggio,
Ch'io non pagassi altrui con doppia pena,
Tacqui sdegnando, non trovando come
False possa mostrar le sue parole.
Ma se fu il ver quel che tu m'hai narrato,
Donami un segno, perch'io possa appieno
Com'io venni dal ciel far fede in terra.
Se del figlio il pregar, se l'ira acerba
Più le movesse il cor, si vide stare
Climene in dubbio; e poi levando in alto
Le braccia aggiunte, e risguardando il Sole:
Per quel lume divin di raggi cinto,
Figliuol, ti giuro, e che n'ascolta e vede,
Disse, che di colui che gira e scalda,
Di quel che scorgi in ciel, di quello stesso
Che ci rischiara il dì, sei nato al mondo:
E s'io non dico il ver, mi neghi ogni ora
La sua vista sacrata, e questa, o figlio,
L'ultima luce sia degli occhi miei:
E quando altra vorrai certezza nuova;
Qui dai nostri confin non lunge siede
L'altero albergo, ond'ei ci mena 'l giorno:
Vanne a lui ratto, ch'ogni dubbio sgombre.
Tosto dopo il suo dir rivolse il passo
Lieto Fetonte alle celesti case;
E le abbruciate fronti, e i crin ritorti
Degli Etïopi pria, degl'Indi appresso,
Sotto più caldo ciel lasciando in dietro,
Giunse al patrio ricetto, in cui la notte
Coi suoi levi corsier si dorme il Sole.
Posto in alte colonne al ciel si leva
L'ampio palazzo, u' son le mura intorno
Di carbonchi e rubin contesti insieme;
Adamanti e zafir fan largo fregio
Al gran tetto vicin, ch'avorio cuopre,
Ch'al puro biancheggiar le perle avanza.
Son le finestre sue cristallo fino;
Le porte argento, in cui scolpito appare
Dal gran fabro Vulcan l'immenso mare,
Che tien in mezzo 'l sen la terra avvolta;
Poi lo stellato ciel che 'l tutto abbraccia.
Ivi sonando appar con labbia enfiate
Triton tra l'onde, e ricangiarse il volto
Proteo sovente, e d'Egeon crudele
Le smisurate membra ai pesci, e l'acque
Soverchio incarco, e le marine ninfe,
Di cui parte ne van natando a schiera,
Parte si stanno in alto scoglio assise,
Seccando i crini, e sopra i pesci alcune
Prendon diporto, e non lo stesso volto
Vedresti in tutte, e non diverso ancora,
Ma qual proprio convien tra suore e suore.
Piena poi di città, di boschi e selve,
Di sterpi e sassi, di montagne e fiumi,
Varïando il color la terra appare,
Delle fere e dell'uom sostegno e cibo.
Indi il lucido pol si gira intorno,
E i suoi dodici segni, e l'altre stelle,
Come son vere in sé mostra ivi appieno;
Ché chi 'l corre ogni dì, no 'l può fallire.
Qual è colui che maraviglia e gioia
Sente a cose mirar sì altere e nuove,
Ch'al suo stesso veder da fede appena;
Tal fu Fetonte; e nel sacrato seggio
Scorgendo il padre, si fermò da lunge
(Che d'appresso soffrir no 'l potea in vista):
D'una purpurea veste avvolto il vide
Di smeraldi, e di perle, e di topazi
Lucente e vaga, ove scherzando in giro
Leve il giorno volava, il mese e l'anno,
E 'n breve spazio egual l'ora e 'l momento:
Vedea di frondi e fior le tempie ornata
La primavera, e la sudante estate
Colma di spighe, e 'l tardo autunno e 'l verno,
Carco di pomi l'un, l'altro di neve.
Tosto ch'in vêr di lui rivolse il guardo,
Conobbe il figlio il biondo Apollo, e lieto
Con dolce salutar: Che fai, Fetonte,
Che fai qui? disse, o chiaro germe uscito
Del solar tronco, e de' miei raggi esempio?
Qual t'ha fatto cagion venir sì lunge
Nel nostro albergo? ché di raro avviene,
Ch'altra vista mortal sì addentro passe.
A cui Fetonte: O sacrosanto padre,
Del gran lume del ciel sostegno e guida,
S'io son nato di voi, se 'l ver mi dice
Climen la madre mia, datemi un segno,
Ond'io 'l possa mostrar cui ben nol crede.
Febo spogliato allor dai raggi il volto,
Onde suole abbagliar chi fisso il mira,
Fattosel più vicin l'abbraccia, il bacia,
Giungendo: O figlio mio, tal non mi sembri,
Ch'io ti deggia negar, né 'l falso ha detto
La bella madre tua; domanda aperto
Qual vuoi pegno da me, ch'affermo e giuro
Per quell'onda infernal che mai non vidi,
Che quanto oggi vorrai ti fia concesso.
I pennuti corsier guidar quel giorno,
E 'l carro, e i raggi suoi Fetonte chiese.
Tutto pien di dolor, d'affanno e d'ira
Contro 'l suo folle ardir, tacendo alquanto
Stette pensoso, e poi con meste voci
Del suo fermo giurar pentito il Padre,
Dicea: Dolce figliuol, che cosa è quella
Che senz'altro estimar ti venne in mente?
Se 'l tuo sommo destin, se 'l tuo pianeta
T'ha creato mortal, non voglia indarno
Sovra l'uso mondan la vista alzare.
Non è quel che tu vuoi cosa mortale,
Ma tanto è più ch'agli altri Dei si nega;
E sia pur qual si sia, che Giove istesso,
Quello al cui fulminar paventa il cielo,
Star non porìa sopra l'ardenti ruote
Dal mio carro divin; pensa a te stesso,
S'harai più d'altro Dio le forze e l'arte.
Surge il cammin ch'io fo penoso ed erto
Da prima tal, ch'i miei corsier talora
(Ben che lascin pur' or l'orzo e lo strame)
Tutti pien di sudor, d'affanno avvinti,
Ponno alla sommità venire appena.
Poi che 'l mezzo del ciel correndo varco
Sì mi veggio alto, e sì profonda appare
La terra e 'l mar, che con timor sovente,
E con petto tremante in basso guardo.
L'ultima strada poi repente scende,
Sì ch'io vidi talor Nettuno e Teti
Dubbiar, ch'entro 'l suo sen non caggia il sole.
Poi la mente, e 'l cammin travaglia, e turba
L'alto stellato ciel, ch'incontro gira,
E mi trasporta (ahi lasso) ond'io per forza
Muovo al suo contrastar contrario il corso.
Che degg'io dir delle rabbiose e crude,
Che si truovan là su celesti fere?
Cancri, scorpi, leon, centauri e tori,
E tanti altri vi son serpenti, e mostri,
Ch'a Marte, a Giove, a me temenza fanno.
Pai sì feroci son, sì pien d'orgoglio
I miei levi corsier, che fiamme pure
Spiran soffiando, che qualor più sono
Tutti accesi al valor, di spron, di morso,
O di mio minacciar fan nulla estima.
Non voler, figlio mio, salir tant'alto,
Che nel più bel volar sì basso scenda,
Che tu sia di chi 'l seppe esempio, e doglia.
Non generoso, no, chiamar si deve
(Bench'appaia ad alcun), ma stolto e insano
Quel che sovra 'l dever le voglie intende.
Non voler figlio (oimè) con la tua morte;
Cerca un altro cammin sicuro e piano
Per mostrar come sei d'Apollo erede.
Ma se pur vuoi, se 'l tuo destin crudele
Cerca al tuo bel mattin portar la sera,
Fatto sia 'l tuo voler: perché m'abbracci?
Perché mi preghi ancor? non sai ch'io deggio
Far (bench'a danno tuo) quant'oggi chiedi,
Poi che l'onda giurai, che Stige imbruna?
Così parlando, poich'indarno vede
Che dal corso fatal rimuove il figlio,
Il bel carro il menò che fe' Vulcano.
Era d'oro il timon, l'asse, e la somma
Parte più intorta, ove la ruota inchina:
L'altro era argento, e rilucente il giogo
Per mille e mille gemme i raggi indietro
Ripercotea del sol, ch'appresso siede.
Mentre l'opra gentil riguarda e tocca
Con magnanimo cor Fetonte altero;
Ecco già vede aprir la bella Aurora
L'aurata porta; e le purpuree soglie
Mostrar le rose e i fior; fuggon le stelle,
Che la bella Ciprigna a gregge a gregge,
Restando ultima lei, si caccia innanti.
Come la terra e 'l ciel si vide intorno
Rosseggiar Febo e impallidir la suora,
L'Ore al servigio suo veloci e preste
Chiamò d'intorno, e quelle i suoi corsieri
Dall'albergo menar pasciuti e grassi
Di dolce ambrosia, e i risonanti freni
Fer di celeste umor spumosi e molli:
Poi di sacro liquor la testa e 'l volto,
Che dal caldo vapor non fusse offeso,
Al suo dolce figliuol bagnando, il padre
Di bei raggi solar lo cinse intorno;
Dicendo: ahi lasso! i miei secondi detti
(Poscia ch'ai primi fur l'orecchie sorde)
Sian nel cor giovanil scolpiti almeno:
Assai più che gli spron, le briglie adopra,
Che corron tal, che 'l raffrenargli e pena.
Marte, il gran padre mio, Saturno il pigro
Lenti correr vedrai sopra 'l tuo corso:
Venere, il Messaggier, la mia Sorella
Volger sotto vedrai veloci e snelli:
E ben ch'ognun di lor dal dritto calle
Travïanti da te sovente veggia,
Tien fermo il corso pur dove tu scorgi
Del mio dritto cammin segnate l'orme.
Dei tre cerchi maggior ch'in mezzo stanno,
Non varcare i confin, né 'l passo piega
Nel destro fianco, o dal sinistro lato,
Dove neva Aquilon, dov'Austro piove,
Verso il serpe maggior vicino all'Orse,
O verso il sacro altar, ch'incontra giace.
Né ti prenda desir fuor del sentiero
D'alto, o di basso andar, girando a gioco,
Ch'arder vedresti (oimè) la terra, o 'l cielo.
Tien fermo il mezzo; e la Fortuna sia
Dei tuoi pensier più che tu stesso amica.
Mentre ch'io parlo ancor, la notte oscura,
L'ultimo suo confin toccando, chiama,
Ch'io porti il giorno, e ne convien seguire:
Prendi le briglie in man, se non suoi pure
Il mio parer più che 'l mio dono usare.
Sopra il dorato carro, ardito e presto
Il famoso garzon s'accinse all'opra;
E baldanzosamente il fren raccolto,
Al piangente signor grazie rendea.
In questo Eto, Piroo, Flegonte, Eoo,
I gran quattro destrier che pasce il sole,
D'infiammato annitrir l'albergo empiendo,
Preso il chiaro cammin, volaro al cielo:
E coi sonanti piè le nubi intorno
Levi sprezzando, s'han lasciato in breve
Euro, che gli seguia dietro alle spalle.
Ma come in alto mar spalmato legno,
Che men si truovi aver che 'l giusto incarco,
Va con dubbio mortal per l'acqua errando;
Tale i forti corsier sentendo il giogo,
E 'l lor carro divin più leve assai
Di quel ch'esser solea portando Apollo,
Cominciaro a menar senz'altra cura,
Senza legge, o timor Fetonte in giro,
Or quinci, or quindi, ove la voglia induce
Fuor del dritto sentier: l'afflitto e mesto
Non sa 'l cammino, e se 'l sapesse ancora,
Non sa, lasso, e non può frenare il corso.
Furo i settentrïon primi a sentire
Le disusate fiamme, e in van tentaro
Dentro 'l vietato mar tuffar la fronte.
Quella, ch'accanto al pol dormendo giace
Serpe agghiacciata sibilando il giorno,
Per l'insolito ardor levosse in alto.
Quantunque pigro allor, quantunque inteso
Al suo tardo lavor, fuggì Boote.
Il misero Fetonte in basso guarda,
Lasso, e si scorge in sì profonda altezza,
Ch'in van gli trema il cor, le gambe e l'alma:
La vista abbaglia, e già vorrebbe (indarno)
Ch'i suoi paterni onor fusser lontani:
Già si pente il meschin d'aver per pruova
Conosciuto il suo sangue; e già vorrebbe
Che di legnaggio uman creduto fusse.
Traportato sen va qual nave suole
Per l'onde irate, a cui 'l nocchier piangendo
Fuor di spene il timon commise ai fati.
Non sa più che si far: d'avanti e dietro
Tanto spazio del ciel restar si vede,
Che 'l tornare e 'l seguir gli apporta tema.
Non può reggere il fren, chiamar non puote
Gli sfrenati corsier, che non sa il nome;
E quei del suo gridar non tengon cura:
L'impie fere celesti, i mostri alteri,
Che minacciar gli sembra e quinci e quindi,
Tutto pien di timor d'intorno guarda:
Poi giunto al fin dove Scorpione irato
Con bocche intorte, e con l'arcata coda
Due segni ingombra, tal paura il prese,
Già scorgendol vicin, che 'l freno e l'alma
E di mano e del cor fuggì in un punto.
Gl'infiammati cavai, che lento il freno
Sentîr fra i denti, e sopra 'l collo assise
Le sue briglie giacer, con più furore
Cominciaro a cercar nuovi altri campi
Fuor d'ogni strada, ove non fu già mai
Altro lume del ciel, non pure Apollo.
Dal prescritto sentier ch'in ciel fu dato
All'erranti facelle, il carro ardente
Furïosi tirar, né fosso o muro
Lor contese il cammin (ma chi potrebbe
Lor vietare il cammin, se non Apollo?)
Per l'aperte campagne, ov'hanno il seggio
L'altre stelle minor, che fisse stanno,
O se si muovon pur, sì tardo è 'l corso,
Ch'acuto occhio mortal lo scorge appena;
Ivi il passo addrizzar fra l'ampie schiere;
Questa, e quella varcando, e quella, e questa
Con le ruote, e col piè talor premendo,
Infiammando talor; di doglia e tema
D'intorno empiero il cristallino olimpo;
Né potean rifuggir gli ardenti raggi,
Che 'l senato divin gli vieta il corso.
Poi dall'alta montagna il passo arditi
Volgendo in basso alla terrestre valle,
Di maraviglia empiér l'accesa luna,
Ch'i fraterni cavai si scorse ai piedi.
Già si veggion fumar le nubi in fiamma:
Già si sente scaldar la terra il seno:
Già le piante, le frondi e l'erte verdi
Nel più fiorito april si veggion bianche,
Già d'acceso color, già sparse in polve.
Che degg'io dir? le populose mura
Dell'altere città, le genti afflitte,
Le selve, i monti, e tutto ardea quel giorno.
Ato, Tauro, Cilice, Tmolo, Oete,
Non vi valse a scampar la neve e 'l ghiaccio,
Onde armaste la fronte: Ida famosa,
Casto Elicone, in voi le fonti e l'acque
Non potero ammorzar le fiamme ardenti.
Ardea dentro e di fuor con doppio foco
Etna, il sacro Parnasso, Erice e Cinto,
Otri, Rodope, Dindimo e Mimante,
L'aspro Caucaso, Micale e Citero.
Già l'altissimo Olimpo, e Pindo, ed Ossa
Tutti eran fiamma; e vêr l'Occaso ancora
Col pietroso Appennin, con l'Alpi altere
Lo steril Pireneo le spalle, e 'l volto
Con meraviglia e duol si vide in foco.
Il misero Fetonte (ahi lasso) sente
L'alto vapor, che di fornace in guisa
La fronte il fere; e le faville ardenti,
Ch'a mille a mille al ciel ne vanno a schiera,
Gli fan pur guerra, ed ei dal fumo involto
Più non vede il cammin, non sa che farse;
Non sa come fuggir, ch'è fatto preda
Del dannoso voler de' suoi corsieri.
Poi più bassando i rapidi torrenti,
I ruscelletti, i fonti, i fiumi, i laghi
Si vedevan seccar; la fronte trasse
Fuor del speco natio ciascuna ninfa
Per veder la cagion: sentito poscia
L'importabile ardor, fuggì sotterra
Dirce infelice, Amimone e Pirene
Con altre mille poi squarciando i crini,
Col pianto (ahi lasse) lagrimar non ponno;
Che non han da stillar per gli occhi umore.
Il primo partitor del freddo clima
Tra gli Sciti sicur non fu la Tana,
Ch'arse in quel giorno, e 'l Tessalo Peneo,
Erimato, Caico, Ismeno, il Xanto,
Che la seconda volta arder dovea;
Licorma il torbo, e quel ch'in mille giri
Torna in sé stesso pur, Meandro attorto.
Arse il Migdonio Mela, arse l'Eurota,
Arse il Tigre, l'Eufrate, arse l'Oronte,
Termodoonte, il Gange, il Fasi, e l'Istro,
L'innamorato Alfeo, lo Sperchio ondoso,
E di Meon l'arene; e in seno ardenti
Vide gli umidi augei morir Caistro,
Com'ancor vide i suoi Strimone ed Ebro.
Negli estremi confin fuggendo il giorno
Lo spaventato Nil la fronte ascose,
Ch'ancor ne cela, e le sue sette porte,
Ond'ei conduce in mar le sue ricchezze,
Sette valli si fer, ch'arena ingombre.
Né i liti Occidentai fur più sicuri,
Che nel Gallico sen l'alma e reale,
Sempre amata dal ciel vaga Ceranta
Vide (lassa) ogni umor converso in fiamma.
L'alta Garona e la famosa Sena;
Rodan veloce il vide, e la vivace
Era gentil, che sì bei campi irriga;
Il germanico Ren lo vide ancora.
Non restò in vita allor l'ispano Ibero:
Nuda e fiamma tornar l'aurata arena
Vide il Tago in quel dì: né quegli ancora,
Che l'italico sen rigan d'intorno,
Fuggir le fiamme, anzi con tutti appresso
Il magnanimo Po, d'ogni altro il padre
Morì con sete allor; l'Oglio silente,
Il lucente Tesin, l'Adda feconda:
Morì la Brenta umil, l'Adice altero,
Il paludoso Mincio; e lunge a questi
Cadde il Varo infedel, l'alpestre Magra;
Poi nei campi Toscan l'Arno onorato,
Col suo chiaro fratel, famoso Tebro.
Ma non pur essi sol, con quanti poi
Porta la terra in sen torrenti, e fiumi;
Ma l'albergo maggior del gran Nettuno
Restò senz'onde; e voto e nudo apparse
Lo smisurato ventre; il vaso immenso
Della sacra Anfitrite: a poco a poco
Si vedean sormontar gli scogli e i monti;
Crescer l'isole intorno, e in sen d'Egeo
Le ciclade mostrar fin sotto il piede.
Non si vede il delfin sopr'acqua alzarse;
Non più 'l vecchio marin girando in gioco;
No 'l capidoglio andar seguendo in caccia
Gli altri pesci minor; ma questi e quegli
Giacenti star nell'affocate arene,
Tutti rivolti ai ciel, di spirto privi.
Nereo, Dorida sua, le vaghe figlie
Con le man si coprian d'avanti e 'l seno;
Ché cercando tra lor trovar non ponno
Tant'acqua il dì, che ricoprisse almeno
Quel ch'in casto voler vergogna asconde.
Il gran padre del mar col suo tridente,
E minacciando il Sol, tentò più volte
Di cacciar dal suo regno il nuovo ardore:
Poi ritrovò nel fin di tema avvinto
Il più chiuso sentier ch'ivi entro fusse:
Ma l'alma Terra, che più d'altri avea
Sostenuto l'ardor, che nuda e scalza
I suoi fioriti crin conversi in fiamma
Vedea d'intorno a sé, le carni strutte,
Già secco il sangue, discoperti i nervi,
L'ossa già fatte di color del foco;
Trasse la testa fuor, mettendo alquanto
Sopra gli occhi la man, perché 'l calore
L'offendeva il mirar; poi così disse:
O gran Padre del ciel, supremo Giove,
Deh, se 'l nostro peccar tal pena merta,
Or perché non più tosto addrizzi in noi
Le tonanti arme tue, che ci sia tolta
Dall'alta regia man la vita almeno?
Ma se difetto altrui (com'oggi credo)
Non pure il tuo voler, n'adduce a tale,
Come 'l consenti (oimè)? son questi i frutti
Che del mio faticar per te ricevo?
È questa la mercè dell'alte piaghe,
Che pazïente ognor mi veggio in seno
Dal marron, dalla vanga, o dall'aratro,
E da mill'altri ferri? è questo il merto
Delle piante gentil, dei fior, dell'erbe,
Ch'io porto in grembo? del sostegno e cibo,
Ch'io porgo agli animai la notte e 'l giorno?
Degl'incensi divin, dei chiari odori,
Ch'ai sacrosanti altar per voi nutrisco?
Or non vedi tu ben come condotta
Son vicina al morir? come Nettuno
Il tuo caro fratel s'appressa al fine?
E se pur di noi due, de' nostri affanni
Non può toccarti il cor pietade e sdegno,
Guarda te stesso almen, guarda il tuo albergo;
Guarda le stelle almen; riguarda i poli,
Ch'ardon già tal, che sostener non ponno
Del ciel l'incarco: e l'affannato Atlante
Già s'abbandona, e tra 'l sudore e 'l foco
Già con l'incarco suo rovina in basso,
Ond'al primo caos si torna il mondo.
Volgi adunque il pensier sopra 'l tuo impero:
E nel publico mal rimedio truova.
Qui tacque: e 'l volto, che l'estremo ardore
Più non potea soffrir, s'ascose in seno.
Dopo il suo dir Nettuno, e molti, e molti
Altri fiumi regai d'altero nome
In simil guisa poi piangendo indarno
Molte speser quel dì parole e preghi:
Ma (qual fusse cagion) non vider mai
Giove ascoltar le sue dolenti note,
O mostrar di pietà mai segno in alto.
Dentro il gallo terren nasce un bel fiume,
Dolce, chiaro, gentil, tranquillo e piano:
Ceranta è 'l nome, e di sì ombrosi colli,
Di sì liete campagne e verdi prati,
Di tai colli fioriti e di tai boschi
Cinta è d'intorno, che Parnasso e Tempe
Di men fama sarien vicini a questa.
Non molto lunge, e 'n su la destra riva
Dell'altera Garona il corso prende;
E l'onde insala, ov'Ocean fremendo
Del Santonico sen percuote i lidi.
Questa già fu ne' dolci tempi antichi
La più vaga e gentil pudica Ninfa,
Che di Diana allor seguisse il coro,
Figlia di Giove, ch'in sottile inganno,
Sotto mentito vel più volte giacque
Con la bella Angolea, ch'al mondo diede
Con tal favor questa leggiadra figlia;
La qual crescendo poi divenne tale,
Che 'l bellicoso Dio, la sua Ciprigna
Posta in tutto in oblio, di lei s'accese;
Ma sì non seppe far con forza e fraude,
Che 'l nodo virginal di lei sciogliesse,
Che consacrato alla sua Cintia avea.
Un giorno pur dal quinto giro sceso
Marte a vederla, l'incontrò soletta
Che partia dalla madre, e 'n parte giva,
Ove credea trovar Diana in caccia;
Né bastando a compir l'accese voglie,
Voci, preghi, sospir, pianti e promesse,
Volea la forza oprar; ma quella in dietro
Ratta in van rifuggìa; se non ch'accorse
Delia al casto gridar, ch'udia vicino:
E perché già la figlia di Latona
Dal suo padre e signor la grazia ottenne,
Con l'affermar della palude inferna,
Che contro a tutto 'l ciel, contr'a sé stesso
Si potesse salvar le caste ancelle,
Che trovasse d'alcun forzata preda;
Non poteo contrastar quel fero Dio:
Ch'in un sol punto si converse in fiume
La sua Ceranta: ond'abbracciar credendo
L'amato suo tesor, nell'onde steso,
Tutte sentì bagnar le braccia e 'l volto
Pria ch'ei vedesse ben chi gli era in seno.
Giove dal sommo ciel doglioso vide
La più cara sua figlia in onde volta:
Ma non potendo a quel ch'è fatto opporse,
Disse: poich'or m'è tolto in forma umana
Onorarti nel mondo, alma Ceranta,
Ti farò così tal, ch'alle chiare acque,
Ch'oggi ti truovi in grembo, invidia avranno
Non pur la Tana, il Nil, l'Eufrate e 'l Tebro,
Ma 'l gran Padre Ocean, Teti, Anfitrite;
E con quanti altri son Nettuno istesso.
Così poi le narrò di tempo in tempo
Tutti i disegni suoi per farle onore.
Questa adunque vedendo al gran calore,
Che Fetonte in quel dì nel mondo addusse;
Non pur l'onde, ch'avea nel seno asciutte,
Ma i vaghi umidi crin, le membra ornate,
Già gradite dal ciel, cocenti e brune,
Tal che poco lontan sentìa la morte
Senza soccorso aver; dogliosa trasse
La fronte fuor del chiuso albergo, e 'n cielo
Levò gli occhi piangenti, e disse al Padre:
Dolce Signor, ch'in questa valle aprica
Con la bella Angolea più volte fusti,
Sì ch'io ne nacqui al fin, deh volgi gli occhi
Verso 'l paese tuo; riguarda omai
Dove condotta sia la tua Ceranta:
È questo il tempo, che sovente m'hai
Promesso indarno: ov'è l'onore e 'l pregio,
Che mi dicesti allor, ch'un giorno avrei?
Come potrò veder, s'or corro a morte,
Quel gran gallico re, quel pio Francesco,
Che nascer dee sopra l'erbose rive
Del bello albergo mio? quel ch'esser deve
Al gallico terren suprema lode,
Al faticato mondo alto restauro,
E di gloria, e d'onor sostegno fido?
Come vedrò mille virtù congiunte,
Che mi prometti in lui, ch'esser den sole,
Che mi faranno andar più d'altri altera.
Fa che le voci tue, le mie speranze
Non tornin vane; e ch'io mi veggia in grembo,
E sia pur quando vuoi, quel re Francesco.
Più volea dir ancor, ma il sommo Giove,
Che ad ogni altro pregar fu sordo e muto,
Tosto ch'udì quell'onorato nome
Del suo gallico re Francesco primo,
Montò cruccioso del suo santo albergo
La parte altera, onde ci manda in terra
Le nubi e 'l fosco, ond'ei commuove il tuono,
Ond'i folgori suoi saetta in basso;
E 'l più grave, più ardente, acuto e fero
Fulmin ch'avesse intra mill'altri a parte
Ai gran bisogni, e da Vulcano eletti,
Quel con più forza assai, che mai non fece
In Japeto e Tifeo non lunge a Flegra,
Nel temerario auriga acceso spinse
Dicendo: e così va chi troppo ardisce.
I veloci corsieri al suono orrendo
Trasser del giogo il collo, e quinci e quindi
Sciolti fuggir dove 'l timor gli scorse.
Ivi si vede il fren; poco oltra giace
Dal suo saldo timon disgiunto l'asse;
E rotte in mille parti, in mille schegge
Lì si potean veder le ruote e 'l carro.
Il misero Fetonte ardendo intorno,
Senza ritegno aver, rovina in basso;
(Di stella in guisa, che dal ciel sereno,
Se non cade talor, cader ne sembra)
E dal patrio terren, dai fati indotto,
Gli diè l'onda del Po lontan ricetto.