Fedra a IppolitoEpistola quarta
Questi sospir, quest'amorosi preghi
A te, dolce suo ben, dolce sua vita,
Da cui suo ben, da cui sua vita aspetta,
Fedra fedele, e sfortunata scrive.
Leggi pur quant'io scrivo: e che ne puote
Nuocer già mai quel che si legge in carte?
Anzi trovar potrai nascoso in questi
Versi d'amor quel che ti piaccia e giovi.
In queste carte ancor gl'interni affetti
E gl'interni pensier, celati e chiusi,
Per l'onde infide e per la terra intorno
Sen van sicuri; e le vergate carte
L'un dall'altro nimico accetta e legge.
Tre volte mi sospinse ardente amore
A scoprirti il mio foco, e vinta e presa
D'amoroso timor, tre volte muta
Si feo mia lingua, e di mia voce il suono
Restò tre volte in su le labra estreme:
Che bench'amor così n'infiammi e n'arda
Che mal celar si possa il fiero ardore,
Devesi nondimen vergogna onesta
Mista tener col desiderio ardente;
E quel ch'allor sol per vergogna tacqui,
Or di sua propria man mi detta Amore:
E non deve spregiar vil uom di terra
Quant'egli a noi comanda, essendo Amore
Non pur di noi qua giù signore e dio,
Ma de' signori e degli Dii del cielo
Signore e dio: et ei mi spinse in prima,
Quando a scriverti ancor tremava il core,
A pigliar questa penna, e disse: scrivi,
Scrivi, Fedra fedel, che bench'egli abbia
Il cor di ferro, e di diamante il petto,
Ei nondimen, tutto pietoso in vista
Quasi umil vinto al vincitor gentile,
Le man ti porgerà, le braccia, e 'l collo,
Onde l'annodi, e l'incateni, e leghi.
Lui dunque invoco, e come dentro all'alma
Di sì gentile ardor m'incende e strugge,
Così benigno ai miei bei voti aspiri,
Ed a le voglie mie tua mente pieghi.
Io con lascivo o disonesto foco
Non romperò del nostro amore i nodi,
Che la mia fama, ove ella arrivi, è tale,
Ch'ella non ha, va' pur cercando il vero,
Di macchia o fregio alcun segnato il volto.
Ma non poss'or celar mia fiamma ardente,
Ch'amor quanto più tardi il cor n'accende,
Tanto più gravemente, oimè, ne strugge,
E più cieca ferita il petto ingombra:
Che come offende il primo giogo il collo
De' teneri giovenchi, e come a pena
In bocca tiene il non usato freno
Tratto del gregge allor corsier gentile,
Così mal può soffrire i primi ardori
Rustico petto, e male avezzo a questo
Così grave d'amor cocente peso,
Ch'or mal dentro al mio sen, misera, posa.
Quando ne' teneri anni amor n'infiamma,
Quasi per arte a sofferir s'impara
Gli sproni, i dardi, e la catena, e 'l foco;
Ma quella ch'ama in più matura etate,
Sente dentro al suo sen d'amor mai sempre
Gli spron più duri, e più pungente il dardo,
Più stretto il nodo, e più cocente il foco.
Tu prima avrai de la pregiata e cara
Mia pudicizia, e conservata fama
I primi frutti, e farem preda insieme,
Io de la tua virginitade, e tue
De la ad altrui mia castitade ascosa,
Che dolce è trar da' fruttuosi rami
I primi pomi, e de le spine avere
Le prime rose; e poi che 'l vago e bello
Primo candore, in cui mi vissi in pace
Senza sentir d'amor stimolo o sferza,
Senza macchiarmi mai di biasmo infame,
Perder doveva, almen mia colpa fia
Tanto minor quant'è più degno il foco,
Ché maggior biasmo, e più vergogna apporta
De l'adulterio assai, vil uom che 'l faccia:
E dentro al mio pensier t'ho tanto in pregio,
Che se Giunon m'addomandasse quale
De' due volessi per mio sposo avere,
O Giove, o 'l bell'Ippolito, io son certa
Ch'io preporrei te mio figliastro a Giove.
E già, né 'l crederai, desio mi viene
Di farmi cacciatrice, e per le selve
Le più feroci e più selvagge fere
Seguir col piede, e sbigottir col grido.
Già tra le Dee la piu tremenda e prima
Tengo colei che fu nudrita in Delo;
Et ho mia mente a la tua mente eguale.
Già mi piace ire al bosco, et ivi in fuga
Volgere i cervi, e le selvagge capre,
E quegli, e queste entro a le reti accorre;
O per gl'incolti e più spediti gioghi
I più veloci can destare al corso,
O trarre il dardo, o l'affannate membra
Posar su le fiorite erbose piaggie.
Spesso mi piace ancor girare intorno
Un lieve carro, o volteggiar col freno
Un fugace corsiero; or folle parmi
Correr simile e traportarmi in vece
Di quelle donne il cui pensiero ingombra
Furor di Bacco, o di quell'altre in guisa
Che là nel colle Ideo sonando fanno
I sacrifici a quella dea che porta
La corona di torri al fronte intorno;
O ver come quell'altre in cui talora
Entra il furor divin di Fauni o Driadi,
Ch'attonite le fan, stordite e folli:
Per che l'ancille mie, qualor si tempra
Quel mio furore, ed in me stessa torno,
Mi narran quelle mie sciocchezze insane,
Quantunque io sappia, e lo confessi aperto,
Ch'alta fiamma d'amor m'avampi il core.
Forse ch'amare altrui di nostra prole
È l'immutabil fato, e da noi donne
Il tributo d'amor Venere chiede.
Giove del ciel rettor d'Europa bella
(Quest'è, lassa, di noi l'antico ceppo)
S'innamorò già fieramente, e dentro
A giovenco gentil se stesso ascose
Sol per rapirla, e per goderla poi;
E Pasife mia madre, oimè, d'un toro
Sì ciecamente s'invaghì, che d'esso
In Creta partorì l'orribil mostro,
Che fu del ventre suo vergogna e peso.
Il perfido dipoi Teseo, e crudele,
Seguendo il fil che mia sorella stolta,
Spinta da grand'amor, gli diede, uscio
De' curvi fuor sì perigliosi tetti.
Et io, s'alcun non mi tenessi figlia
Del gran cretense re, l'ultima vengo
Ad osservar quell'amorose leggi,
Che proprie son del mio lignaggio illustre.
Quest'è fatale ancor, ch'a due sorelle
Una famiglia sola, un sangue istesso
Molto ne piacque, e mia sorella fue
Del padre calda, io del figliuolo accesa,
Onde di due donzelle andar potete
Felici e lieti, e nel reale albergo
Appender di due cor le spoglie altere.
O perché non era io, misera, in Creta
Il giorno che nel gran tempio eleusino
Di Cerere ambi al sacrificio entrammo!
Però ch'allor, bench'io t'avessi impresso
Nel core in prima, all'estreme ossa corse
Più cocente d'amor la fiamma e 'l foco.
Tu vestivi quel dì candida gonna,
Et avevi di fior la chioma adorna,
Et onesta vergogna intorno aveva
Di vermiglio color le guance asperse,
E quel viso, che l'altre acerbo e fiero,
Rigido in bel garzon dirieno e crudo,
Fedra lo chiamerà virile e forte:
E stien pur lunge i giovanetti adorni
E qual femina vil lisciati e colti,
Ch'uom per sé bel, leve ornamento adorna:
Né fan men bel tuo leggiadretto viso
La sparsa polve, e la negletta chioma,
E la fierezza del bel guardo e grato,
O quel sudor che le tue guancie riga.
S'io ti veggio talor corsiero, al freno
Per sua natura, et a lo spron restio,
In picciol cerchio volteggiando accorre,
O col braccio vibrar zagaglia o dardo,
O per gire affrontar cinghiale od orso
Su l'omero portar lo spiede al bosco,
Non men d'amor che maraviglia piena,
Ogni atto miro, ed a quest'occhi piace
La destrezza, l'ardir, la forza, e l'arte:
Ch'agli occhi di chi ama ogn'atto è bello.
Questo sol bramo, o mio figliastro amato,
Che ne le selve degli alpestri monti,
E ne l'alpi nevose, ai sassi e al gelo
Lasci la tua durezza, e più cortese
A la tua Fedra, e tua matrigna sia,
Ch'io non son tal che tu ti sdegni amarmi,
Né che per tua cagion corri a la morte.
Che giova sempre aver ne' boschi il core,
E seguir sempre l'esercizio e l'arte
De la scinta Diana, e spregiar poi
Di Venere e d'Amor gli amati frutti?
Quel ch'a sua guerra, e sua fatica mai
Pace non trova o posa, eternamente
Non può durar, ché la quiete porge
Forza maggiore a l'affannate membra;
E sian da te de la gran dea de' boschi
Imitati talor gli strali e l'arco,
Ch'han spesso dal ferir quiete e tregua:
Che se l'arco terrai mai sempre teso,
Per saettar or questa fera or quella,
Inutil si farà, debile, e lento.
Egli era pur già ne le selve in pregio
Cefalo avuto, e 'n quelle selve istesse
Avevan, sua mercé, cinghiali e cervi
Fatta del sangue lor vermiglia l'erba.
Ei nondimen da la bell'Alba amato
Fu caldamente, e per giacersi seco
Abbandonava, o saggia donna, il suo
Vecchio Titone; e sott'all'ombre spesso
D'elci e di faggi al bell'Adone in grembo
Vener s'assise; e d'Atalanta ancora
Arse il bel Meleagro, e del feroce
Cinghial, che ei sol con la sua destra uccise,
Per bel pegno d'amor, la spoglia diede.
Siamo ancor noi, deh bel figliastro mio,
Tra così cari e fortunati amanti,
Che senza mai d'amor gustare il dolce,
Le belle selve, e le campagne, e' colli
Disabitate son, sterili, e incolti.
Io ti verrò qual tua compagna appresso
Per gli alti monti, e non avrò spavento
De' sassi acuti, o degli acuti denti
D'orso selvaggio, o di cinghiale altero;
E teco abiterò contenta e lieta
La bella Troezena, a cui fan sempre
I duoi mari ondeggiando eterna guerra,
La qual via più che la mia patria istessa
Or m'è, la tua mercé, suave e cara;
E da me lunge il mio marito è stato
Gran tempo omai, e per molt'anni ancora
Lo riterrà suo Piritoo amato,
Che più che la consorte, e più che 'l figlio,
E più che se medesmo avuto ha in pregio.
Né quest'oltraggio sol da lui portiamo,
Che mille gravi ingiuriose offese
Ad ambi ha fatto, ancor ch'ad ambi sia,
Come ognun può saper, per sangue unito,
E de l'un padre sia, de l'altra sposo.
Egli col fier troncon tolse al mio frate
In Creta l'alma, e su l'arena poi
Nuda lasciò la mia sorella pia,
Che per mercé del beneficio immenso
Restasse cibo a l'affamate fiere.
Egli con la sua man tua madre uccise,
Che per virtute, e per valor di guerra
Tra le belle guerriere era la prima,
E di parto sì bel gradita madre,
Per cui degna non fu, misera donna,
L'ira fuggir de l'amatore insano,
A cui non era ancor verace sposa,
Né nodo marital legava i loro
Animi insieme: e perché fece questo,
Empio, se non perché bastardo figlio
De' regni suoi non rimanesse erede?
Egli poscia di me sua donna, e moglie
T'ha fatto aver del bel paterno impero
Emoli indegni, e successori altieri,
Che tuoi fratelli son, che per sua colpa,
E non per mia cagion, son vivi al mondo.
Oh fuss'io morta almen nel mezzo al parto,
Poich'i miei parti, e' miei mal nati figli
Dovevan fare al mio figliastro oltraggio!
Or vatten, folle, e riverente onora
Del mai da te non meritato padre
Il sì temuto, e riverito letto,
Ch'egli ha sì in odio, e sì sdegnoso fugge.
Né perché deggia al suo figliastro unirsi
Matrigna amante ti spaventi, o questi
Nomi, che son sì reverendi al suono,
Non t'empian di terror, ché finalmente
Son nomi vani, e riverenza tale,
Che negli anni a venir mancar doveva,
Regnò nel tempo che Saturno resse
Con vita incolta e mal soave il mondo.
Ma Giove, almo del ciel motore eterno,
Volse ch'a noi mortai lecito fosse
Oprar ciò ch'al desio diletta e piace,
E che potesse al suo fratello amato
La sorella talor per legge unirsi.
La cui bella union, cui dolce amore,
Qualor co' nodi suoi Venere annoda
L'amorose di lor catene e reti,
È stabil sempre, essend'insieme aggiunti
Voglia, sangue, beltà, desire, e stella.
Né difficil sarà celare altrui
Nostro peccato, e così leve errore,
Ché di matrigna e di figliastro il nome
Sarà gran velo a l'amorosa colpa.
S'alcun vedrà che tu m'abbracci, o ch'io
Dolcemente talor ti stringa e baci,
Sarem laudati insieme, io d'esser pia
Al mio figliastro, e tu qual madre amata
Aver la dolce tua matrigna in pregio;
Né d'uopo ti sarà con fraude e tema
Ne l'ombre folte de l'oscura notte
Del geloso marito aprir tremando
Le chiuse porte, o con pregiati doni
Farti benigno il camerier mal fido,
Od ingannar suo vigilante servo:
Che, come un dolce già pregiato albergo
Ambi n'accolse, un sol albergo ancora
Ambi n'accoglierà, dove avrem sempre
Ai nostri ardenti amor sicuro il varco;
Che senza aver d'altrui sospetto o tema
Dar mi potrai dolci amorosi baci,
Come a baciarmi già materno amore
Ti sospingeva, e riverente affetto.
Tu meco ti starai sicuro e lieto,
E cagion ti sarà di lode immensa
L'esser visto talor giacermi a lato,
O starmi in grembo amicamente assiso.
Rompi ogni indugio solamente, e insieme
Gustiamo omai i desiati e cari
E soavi d'Amor graditi pegni:
Il qual sì come acerbamente infiamma
Il petto a me, così benigno e pio
A tutti i voti tuoi cortese aspiri.
Io non mi sdegno omai pregarti umile
Che tu non abbia i miei desiri a sdegno.
Ove son or le pompe, e i fregi illustri,
Le superbe parole, e i chiari e belli
De' miei grand'avi, e celebrati onori?
Io ben pensai contro a sì crudo e fero
Nimico ritrovar corazza e scudo,
Né restar presa in sì tenaci nodi;
E mi deliberai, s'amante puote
Aver di sé mai libertate alcuna,
Di non piegarmi a l'amorosa colpa:
Or vinta prego, incatenata, e presa,
E le braccia real misera stendo
Per abbracciar le tue ginocchia amate,
Ché cieco amante, e di se stesso fore,
Non vede quel ch'a real uom convenga.
La vergogna è fuggita, e nel mio viso
Sol ha lasciata la vermiglia insegna;
E del mio grand'ardor chieder perdono
Mi spinge alto dolore, e poi m'inchina
A dir ch'ai preghi miei tuo duro core
Omai si pieghi, intenerisca, e rompa.
Che mi val or che 'l mio gran padre abbracci
Molto spazio di mare, o che dal cielo
Scendino i tuoni e le saette ardenti
Per man di Giove a sbigottir la terra,
O che mi giova, oimè, ch'intorno intorno
Abbia di raggi d'or mio avo illustre
La fronte cinta, e col vermiglio carro
Dopo l'ombra ai mortali il giorno apporti?
Oimè, ch'amore ogni alto sangue abbassa,
Ed a sua forza ogni valor soggiace!
Ma se di me cura o pietade omai
Non ti prende, crudel, muovati almeno
Degli avi miei l'alta chiarezza illustre.
L'isola ancor de la gran Creta, dove
Nacque l'alto del ciel monarca eterno,
Avrai per dote; e ben desio che quanto
Possiede il padre mio famoso impero,
Al bel figliastro mio soggiaccia, e serva.
Rompi, deh rompi omai lo scoglio e 'l gelo
Del duro petto e del gelato core:
Ahimè! ch'un toro al suo voler potette
Piegar mia madre, e tu sarai più fero
D'una fera selvaggia, e via più crudo
D'un crudel toro? Eh, mio figliastro, ascolta,
Ascolta la tua Fedra, e pietà omai
Di lei ti prenda: io te ne prego umile
Per la madre d'Amor, che del suo foco
Tutta m'avampa, anzi mi strugge il core;
E come io son tutta infiammata et arsa,
Come io sempre ti bramo amico il cielo,
Così t'infiammi tu d'amata donna
Che mai non spregi il tuo bramato amore;
Et amica ti sia la dea de' boschi,
E ti porghin l'ombrose ascose selve
Sempre, o bel cacciator, selvagge fere,
E propizii ti sien Satiri e Pani,
Riverendi de' monti ascosi numi,
E dal bel dardo tuo ferito caggia
Cervo o cinghiale, e l'amorose Ninfe,
Benché ti sien quant'alcun dice a schivo
Le donne amanti, a la tua sete ardente
Faccino i fonti ognor lucidi e freschi.
Molte lagrime ancor con questi versi
Misera verso, e mentre i preghi umili
De l'infelice Fedra attento leggi,
Pensa ancor di veder suo pianto amaro.