Fedra a IppolitoEpistola quarta

By Remigio Nannini

Questi sospir, quest'amorosi preghi

A te, dolce suo ben, dolce sua vita,

Da cui suo ben, da cui sua vita aspetta,

Fedra fedele, e sfortunata scrive.

Leggi pur quant'io scrivo: e che ne puote

Nuocer già mai quel che si legge in carte?

Anzi trovar potrai nascoso in questi

Versi d'amor quel che ti piaccia e giovi.

In queste carte ancor gl'interni affetti

E gl'interni pensier, celati e chiusi,

Per l'onde infide e per la terra intorno

Sen van sicuri; e le vergate carte

L'un dall'altro nimico accetta e legge.

Tre volte mi sospinse ardente amore

A scoprirti il mio foco, e vinta e presa

D'amoroso timor, tre volte muta

Si feo mia lingua, e di mia voce il suono

Restò tre volte in su le labra estreme:

Che bench'amor così n'infiammi e n'arda

Che mal celar si possa il fiero ardore,

Devesi nondimen vergogna onesta

Mista tener col desiderio ardente;

E quel ch'allor sol per vergogna tacqui,

Or di sua propria man mi detta Amore:

E non deve spregiar vil uom di terra

Quant'egli a noi comanda, essendo Amore

Non pur di noi qua giù signore e dio,

Ma de' signori e degli Dii del cielo

Signore e dio: et ei mi spinse in prima,

Quando a scriverti ancor tremava il core,

A pigliar questa penna, e disse: scrivi,

Scrivi, Fedra fedel, che bench'egli abbia

Il cor di ferro, e di diamante il petto,

Ei nondimen, tutto pietoso in vista

Quasi umil vinto al vincitor gentile,

Le man ti porgerà, le braccia, e 'l collo,

Onde l'annodi, e l'incateni, e leghi.

Lui dunque invoco, e come dentro all'alma

Di sì gentile ardor m'incende e strugge,

Così benigno ai miei bei voti aspiri,

Ed a le voglie mie tua mente pieghi.

Io con lascivo o disonesto foco

Non romperò del nostro amore i nodi,

Che la mia fama, ove ella arrivi, è tale,

Ch'ella non ha, va' pur cercando il vero,

Di macchia o fregio alcun segnato il volto.

Ma non poss'or celar mia fiamma ardente,

Ch'amor quanto più tardi il cor n'accende,

Tanto più gravemente, oimè, ne strugge,

E più cieca ferita il petto ingombra:

Che come offende il primo giogo il collo

De' teneri giovenchi, e come a pena

In bocca tiene il non usato freno

Tratto del gregge allor corsier gentile,

Così mal può soffrire i primi ardori

Rustico petto, e male avezzo a questo

Così grave d'amor cocente peso,

Ch'or mal dentro al mio sen, misera, posa.

Quando ne' teneri anni amor n'infiamma,

Quasi per arte a sofferir s'impara

Gli sproni, i dardi, e la catena, e 'l foco;

Ma quella ch'ama in più matura etate,

Sente dentro al suo sen d'amor mai sempre

Gli spron più duri, e più pungente il dardo,

Più stretto il nodo, e più cocente il foco.

Tu prima avrai de la pregiata e cara

Mia pudicizia, e conservata fama

I primi frutti, e farem preda insieme,

Io de la tua virginitade, e tue

De la ad altrui mia castitade ascosa,

Che dolce è trar da' fruttuosi rami

I primi pomi, e de le spine avere

Le prime rose; e poi che 'l vago e bello

Primo candore, in cui mi vissi in pace

Senza sentir d'amor stimolo o sferza,

Senza macchiarmi mai di biasmo infame,

Perder doveva, almen mia colpa fia

Tanto minor quant'è più degno il foco,

Ché maggior biasmo, e più vergogna apporta

De l'adulterio assai, vil uom che 'l faccia:

E dentro al mio pensier t'ho tanto in pregio,

Che se Giunon m'addomandasse quale

De' due volessi per mio sposo avere,

O Giove, o 'l bell'Ippolito, io son certa

Ch'io preporrei te mio figliastro a Giove.

E già, né 'l crederai, desio mi viene

Di farmi cacciatrice, e per le selve

Le più feroci e più selvagge fere

Seguir col piede, e sbigottir col grido.

Già tra le Dee la piu tremenda e prima

Tengo colei che fu nudrita in Delo;

Et ho mia mente a la tua mente eguale.

Già mi piace ire al bosco, et ivi in fuga

Volgere i cervi, e le selvagge capre,

E quegli, e queste entro a le reti accorre;

O per gl'incolti e più spediti gioghi

I più veloci can destare al corso,

O trarre il dardo, o l'affannate membra

Posar su le fiorite erbose piaggie.

Spesso mi piace ancor girare intorno

Un lieve carro, o volteggiar col freno

Un fugace corsiero; or folle parmi

Correr simile e traportarmi in vece

Di quelle donne il cui pensiero ingombra

Furor di Bacco, o di quell'altre in guisa

Che là nel colle Ideo sonando fanno

I sacrifici a quella dea che porta

La corona di torri al fronte intorno;

O ver come quell'altre in cui talora

Entra il furor divin di Fauni o Driadi,

Ch'attonite le fan, stordite e folli:

Per che l'ancille mie, qualor si tempra

Quel mio furore, ed in me stessa torno,

Mi narran quelle mie sciocchezze insane,

Quantunque io sappia, e lo confessi aperto,

Ch'alta fiamma d'amor m'avampi il core.

Forse ch'amare altrui di nostra prole

È l'immutabil fato, e da noi donne

Il tributo d'amor Venere chiede.

Giove del ciel rettor d'Europa bella

(Quest'è, lassa, di noi l'antico ceppo)

S'innamorò già fieramente, e dentro

A giovenco gentil se stesso ascose

Sol per rapirla, e per goderla poi;

E Pasife mia madre, oimè, d'un toro

Sì ciecamente s'invaghì, che d'esso

In Creta partorì l'orribil mostro,

Che fu del ventre suo vergogna e peso.

Il perfido dipoi Teseo, e crudele,

Seguendo il fil che mia sorella stolta,

Spinta da grand'amor, gli diede, uscio

De' curvi fuor sì perigliosi tetti.

Et io, s'alcun non mi tenessi figlia

Del gran cretense re, l'ultima vengo

Ad osservar quell'amorose leggi,

Che proprie son del mio lignaggio illustre.

Quest'è fatale ancor, ch'a due sorelle

Una famiglia sola, un sangue istesso

Molto ne piacque, e mia sorella fue

Del padre calda, io del figliuolo accesa,

Onde di due donzelle andar potete

Felici e lieti, e nel reale albergo

Appender di due cor le spoglie altere.

O perché non era io, misera, in Creta

Il giorno che nel gran tempio eleusino

Di Cerere ambi al sacrificio entrammo!

Però ch'allor, bench'io t'avessi impresso

Nel core in prima, all'estreme ossa corse

Più cocente d'amor la fiamma e 'l foco.

Tu vestivi quel dì candida gonna,

Et avevi di fior la chioma adorna,

Et onesta vergogna intorno aveva

Di vermiglio color le guance asperse,

E quel viso, che l'altre acerbo e fiero,

Rigido in bel garzon dirieno e crudo,

Fedra lo chiamerà virile e forte:

E stien pur lunge i giovanetti adorni

E qual femina vil lisciati e colti,

Ch'uom per sé bel, leve ornamento adorna:

Né fan men bel tuo leggiadretto viso

La sparsa polve, e la negletta chioma,

E la fierezza del bel guardo e grato,

O quel sudor che le tue guancie riga.

S'io ti veggio talor corsiero, al freno

Per sua natura, et a lo spron restio,

In picciol cerchio volteggiando accorre,

O col braccio vibrar zagaglia o dardo,

O per gire affrontar cinghiale od orso

Su l'omero portar lo spiede al bosco,

Non men d'amor che maraviglia piena,

Ogni atto miro, ed a quest'occhi piace

La destrezza, l'ardir, la forza, e l'arte:

Ch'agli occhi di chi ama ogn'atto è bello.

Questo sol bramo, o mio figliastro amato,

Che ne le selve degli alpestri monti,

E ne l'alpi nevose, ai sassi e al gelo

Lasci la tua durezza, e più cortese

A la tua Fedra, e tua matrigna sia,

Ch'io non son tal che tu ti sdegni amarmi,

Né che per tua cagion corri a la morte.

Che giova sempre aver ne' boschi il core,

E seguir sempre l'esercizio e l'arte

De la scinta Diana, e spregiar poi

Di Venere e d'Amor gli amati frutti?

Quel ch'a sua guerra, e sua fatica mai

Pace non trova o posa, eternamente

Non può durar, ché la quiete porge

Forza maggiore a l'affannate membra;

E sian da te de la gran dea de' boschi

Imitati talor gli strali e l'arco,

Ch'han spesso dal ferir quiete e tregua:

Che se l'arco terrai mai sempre teso,

Per saettar or questa fera or quella,

Inutil si farà, debile, e lento.

Egli era pur già ne le selve in pregio

Cefalo avuto, e 'n quelle selve istesse

Avevan, sua mercé, cinghiali e cervi

Fatta del sangue lor vermiglia l'erba.

Ei nondimen da la bell'Alba amato

Fu caldamente, e per giacersi seco

Abbandonava, o saggia donna, il suo

Vecchio Titone; e sott'all'ombre spesso

D'elci e di faggi al bell'Adone in grembo

Vener s'assise; e d'Atalanta ancora

Arse il bel Meleagro, e del feroce

Cinghial, che ei sol con la sua destra uccise,

Per bel pegno d'amor, la spoglia diede.

Siamo ancor noi, deh bel figliastro mio,

Tra così cari e fortunati amanti,

Che senza mai d'amor gustare il dolce,

Le belle selve, e le campagne, e' colli

Disabitate son, sterili, e incolti.

Io ti verrò qual tua compagna appresso

Per gli alti monti, e non avrò spavento

De' sassi acuti, o degli acuti denti

D'orso selvaggio, o di cinghiale altero;

E teco abiterò contenta e lieta

La bella Troezena, a cui fan sempre

I duoi mari ondeggiando eterna guerra,

La qual via più che la mia patria istessa

Or m'è, la tua mercé, suave e cara;

E da me lunge il mio marito è stato

Gran tempo omai, e per molt'anni ancora

Lo riterrà suo Piritoo amato,

Che più che la consorte, e più che 'l figlio,

E più che se medesmo avuto ha in pregio.

Né quest'oltraggio sol da lui portiamo,

Che mille gravi ingiuriose offese

Ad ambi ha fatto, ancor ch'ad ambi sia,

Come ognun può saper, per sangue unito,

E de l'un padre sia, de l'altra sposo.

Egli col fier troncon tolse al mio frate

In Creta l'alma, e su l'arena poi

Nuda lasciò la mia sorella pia,

Che per mercé del beneficio immenso

Restasse cibo a l'affamate fiere.

Egli con la sua man tua madre uccise,

Che per virtute, e per valor di guerra

Tra le belle guerriere era la prima,

E di parto sì bel gradita madre,

Per cui degna non fu, misera donna,

L'ira fuggir de l'amatore insano,

A cui non era ancor verace sposa,

Né nodo marital legava i loro

Animi insieme: e perché fece questo,

Empio, se non perché bastardo figlio

De' regni suoi non rimanesse erede?

Egli poscia di me sua donna, e moglie

T'ha fatto aver del bel paterno impero

Emoli indegni, e successori altieri,

Che tuoi fratelli son, che per sua colpa,

E non per mia cagion, son vivi al mondo.

Oh fuss'io morta almen nel mezzo al parto,

Poich'i miei parti, e' miei mal nati figli

Dovevan fare al mio figliastro oltraggio!

Or vatten, folle, e riverente onora

Del mai da te non meritato padre

Il sì temuto, e riverito letto,

Ch'egli ha sì in odio, e sì sdegnoso fugge.

Né perché deggia al suo figliastro unirsi

Matrigna amante ti spaventi, o questi

Nomi, che son sì reverendi al suono,

Non t'empian di terror, ché finalmente

Son nomi vani, e riverenza tale,

Che negli anni a venir mancar doveva,

Regnò nel tempo che Saturno resse

Con vita incolta e mal soave il mondo.

Ma Giove, almo del ciel motore eterno,

Volse ch'a noi mortai lecito fosse

Oprar ciò ch'al desio diletta e piace,

E che potesse al suo fratello amato

La sorella talor per legge unirsi.

La cui bella union, cui dolce amore,

Qualor co' nodi suoi Venere annoda

L'amorose di lor catene e reti,

È stabil sempre, essend'insieme aggiunti

Voglia, sangue, beltà, desire, e stella.

Né difficil sarà celare altrui

Nostro peccato, e così leve errore,

Ché di matrigna e di figliastro il nome

Sarà gran velo a l'amorosa colpa.

S'alcun vedrà che tu m'abbracci, o ch'io

Dolcemente talor ti stringa e baci,

Sarem laudati insieme, io d'esser pia

Al mio figliastro, e tu qual madre amata

Aver la dolce tua matrigna in pregio;

Né d'uopo ti sarà con fraude e tema

Ne l'ombre folte de l'oscura notte

Del geloso marito aprir tremando

Le chiuse porte, o con pregiati doni

Farti benigno il camerier mal fido,

Od ingannar suo vigilante servo:

Che, come un dolce già pregiato albergo

Ambi n'accolse, un sol albergo ancora

Ambi n'accoglierà, dove avrem sempre

Ai nostri ardenti amor sicuro il varco;

Che senza aver d'altrui sospetto o tema

Dar mi potrai dolci amorosi baci,

Come a baciarmi già materno amore

Ti sospingeva, e riverente affetto.

Tu meco ti starai sicuro e lieto,

E cagion ti sarà di lode immensa

L'esser visto talor giacermi a lato,

O starmi in grembo amicamente assiso.

Rompi ogni indugio solamente, e insieme

Gustiamo omai i desiati e cari

E soavi d'Amor graditi pegni:

Il qual sì come acerbamente infiamma

Il petto a me, così benigno e pio

A tutti i voti tuoi cortese aspiri.

Io non mi sdegno omai pregarti umile

Che tu non abbia i miei desiri a sdegno.

Ove son or le pompe, e i fregi illustri,

Le superbe parole, e i chiari e belli

De' miei grand'avi, e celebrati onori?

Io ben pensai contro a sì crudo e fero

Nimico ritrovar corazza e scudo,

Né restar presa in sì tenaci nodi;

E mi deliberai, s'amante puote

Aver di sé mai libertate alcuna,

Di non piegarmi a l'amorosa colpa:

Or vinta prego, incatenata, e presa,

E le braccia real misera stendo

Per abbracciar le tue ginocchia amate,

Ché cieco amante, e di se stesso fore,

Non vede quel ch'a real uom convenga.

La vergogna è fuggita, e nel mio viso

Sol ha lasciata la vermiglia insegna;

E del mio grand'ardor chieder perdono

Mi spinge alto dolore, e poi m'inchina

A dir ch'ai preghi miei tuo duro core

Omai si pieghi, intenerisca, e rompa.

Che mi val or che 'l mio gran padre abbracci

Molto spazio di mare, o che dal cielo

Scendino i tuoni e le saette ardenti

Per man di Giove a sbigottir la terra,

O che mi giova, oimè, ch'intorno intorno

Abbia di raggi d'or mio avo illustre

La fronte cinta, e col vermiglio carro

Dopo l'ombra ai mortali il giorno apporti?

Oimè, ch'amore ogni alto sangue abbassa,

Ed a sua forza ogni valor soggiace!

Ma se di me cura o pietade omai

Non ti prende, crudel, muovati almeno

Degli avi miei l'alta chiarezza illustre.

L'isola ancor de la gran Creta, dove

Nacque l'alto del ciel monarca eterno,

Avrai per dote; e ben desio che quanto

Possiede il padre mio famoso impero,

Al bel figliastro mio soggiaccia, e serva.

Rompi, deh rompi omai lo scoglio e 'l gelo

Del duro petto e del gelato core:

Ahimè! ch'un toro al suo voler potette

Piegar mia madre, e tu sarai più fero

D'una fera selvaggia, e via più crudo

D'un crudel toro? Eh, mio figliastro, ascolta,

Ascolta la tua Fedra, e pietà omai

Di lei ti prenda: io te ne prego umile

Per la madre d'Amor, che del suo foco

Tutta m'avampa, anzi mi strugge il core;

E come io son tutta infiammata et arsa,

Come io sempre ti bramo amico il cielo,

Così t'infiammi tu d'amata donna

Che mai non spregi il tuo bramato amore;

Et amica ti sia la dea de' boschi,

E ti porghin l'ombrose ascose selve

Sempre, o bel cacciator, selvagge fere,

E propizii ti sien Satiri e Pani,

Riverendi de' monti ascosi numi,

E dal bel dardo tuo ferito caggia

Cervo o cinghiale, e l'amorose Ninfe,

Benché ti sien quant'alcun dice a schivo

Le donne amanti, a la tua sete ardente

Faccino i fonti ognor lucidi e freschi.

Molte lagrime ancor con questi versi

Misera verso, e mentre i preghi umili

De l'infelice Fedra attento leggi,

Pensa ancor di veder suo pianto amaro.