Floridante

By Torquato Tasso

Quel simulacro bello a maraviglia

E grande, e che sembianze ha sì leggiadre,

E gran corona in testa, onde somiglia

Imperadrice, fia l'augusta madre

Del gran Ridolfo, e del gran Carlo figlia;

Gloria del figlio e gloria ancor del padre,

E gloria insiem del marito augusto,

Clemente, e saggio, e giudizioso, e giusto.

Non fu sì degna di canora tromba

Colei che Ciro per vendetta estinse,

Nè sì famosa al mondo ancor rimbomba

Quella che Babilonia intorno cinse:

O quella ch'inalzò mirabil tomba,

E 'l cener bebbe, e 'n mar fe' guerra, e vinse:

Non Vetturia, Zenobia, Amalasunta

Sì dimostraro ogni virtù congiunta.

E non altra famosa in dotta istoria

Merta egual lode, ove più carte ingombra:

Non Isabella, che minor la gloria

Fa de l'antiche come del sol fa l'ombra.

È lei più degna d'immortal memoria,

Malgrado di colei che tutto sgombra:

E del tempo che rode il ferro e i marmi,

Ma non toglie il suo pregio agli alti carmi.

L'altra pur coronata, è la sorella,

Che più chiari farà Tago ed Ibero:

Tante avrà grazie da benigna stella

Nascendo: e non s'agguaglia il finto al vero.

Potrà la terza, Italia far sì bella,

Ch'obliasse l'onor d'antico impero;

Ma fia virtù matura, morte acerba,

E tanta gloria il cielo altrui riserba.

Fia l'altra ancor sorella: ancor fia degna

D'ogni fregio reale e d'ogni onore,

D'ogni virtù, ch'in uomo alberga e regna,

Adorna e di costume e di valore;

Oltre le vie che il ciel figura e segna,

Per fama illustre ove 'l dì nasce e more:

Ch'avrà stati in Italia, avrà governo,

Là dove nacque, e gloria e nome eterno.

Di Ferdinando ecco le figlie appresso

Sante, sagge, leggiadre, accorte, oneste:

Ecco la gloria del femineo sesso,

Ecco bellezza, ecco virtù celeste;

Ecco la speme, ecco l'onor promesso,

Ch'alfin l'umile Italia avrà da queste,

Di bella adorna e gloriosa prole

Com'altra, che rimiri errando il sole.

La prima di corona e d'or risplende,

E fia della Polonia alta regina;

Poi dove il Mincio al Po tributo rende

Duce sarà della città vicina,

Che dall'antica Manto il nome prende;

E l'altra alla Baviera il Ciel destina;

Di gloriosi eroi madre feconda,

Perchè fede non manchi, ove ora abbonda.

La terza porterà di novo ancora

Serenissima luce all'alta sede,

Dove la prima sparve; e fia Leonora

Specchio di castità, specchio di fede,

Ch'alla città, che tutta Italia onora,

Darà felice e fortunato erede,

Ed a molte altre, che volgendo gli anni,

L'aquile copriran co' sacri vanni.

Ma del gran padre, e di tanti avi augusti

Scettri, corone, trionfale alloro,

E grande onor de' secoli vetusti,

E simulacri, imprese, arme, e tesoro,

E del marito in fra i più saggi e giusti

Senno, saper, virtù, possanza ed oro,

Giunti a' gran merti suoi, chi ben distingue,

Stancherian mille penne e mille lingue.

Tu, Barbara, sarai che mille esempi

Dar potrai di virtù divina in terra

Col grande Alfonso, in que' felici tempi,

Ch'egli avrà gloria d'una e d'altra guerra,

Cesare alfin seguendo incontra gli empi;

Ah! nostra speme, che vaneggia ed erra!

Che giova incontra morte o forza od armi?

Spargete gigli e rose a' bianchi marmi.

La quinta avanti il tempi anco ritorno

Farà del cielo agli stellanti giri,

E parrà ch'allor manchi il sole al giorno

E che sol lutto e solo error si miri,

E che s'odan querele intorno intorno

Per tutta Italia, e lagrime e sospiri:

Ma figli avrà, per cui si glori altero,

Non pur conforti il bel toscano impero.

Le figlie del fratello indi risguarda,

L'una a l'altra d'onor chiara e lucente,

Tal che assai perderà fama bugiarda

Di mille antiche, di cui finge e mente:

Fia somma gloria alla stagion più tarda

Ch'ambo regine sieno in occidente,

E l'una di più regni, anzi d'un mondo,

Che da noi parte l'ocean profondo.

L'altre due pur di Spagna onor saranno

Figlie del re maggior d'ogni monarca:

La prima ella ritien pur d'anno in anno,

Solo di tal tesoro avara e parca;

La seconda concede e senza inganno

Nell'altre nozze lor canti la Parca;

E fian quegl'imenei famosi e conti

Oltre la Tana e gl'Iperborei monti.

Qual nell'antica, o nell'età novella

Agguaglieranno a voi le istorie o i versi,

Nobilissima coppia, ove ogni stella

Par che sue grazie in voi cosperga e versi?

Per farvi adorna a maraviglia e bella

De' più graditi doni, e più diversi?

A voi s'acqueta l'ocean sonante,

A voi Parnasso, a voi s'inchina Atlante!

Fia quella Margarita, e ben conviensi

Il nome al suo candor, che non imbruna.

E non ha macchia o faccia, o parli, o pensi,

E non ha biasmo, e non ha colpa alcuna:

Donna di bei costumi e d'alti sensi,

Avrà con raro merto alta fortuna,

Figli di nobil duce, e suora e sposa,

Come perla serena e preziosa.

Vedi Anna la sorella: alfin l'attenda

La gran Germania e 'l nome ivi risuoni

Nel freddo cielo, e l'onor suo risplenda,

E di sua pudicizia s'incoroni.

Di splendor vinca l'orse, acciocchè renda

Altro lume all'Italia ed altri doni,

E là riporti d'opre altre e leggiadre

La figlia esempio, onde 'l portò la madre.

Ecco un'altra Anna, ecco Lucrezia a paro,

Per nobiltà, per cortesia lodata,

E per bellezza, oltre al Timavo, al Varo,

Sin dall'ardente zona alla gelata;

Ecco Leonora pur di nome chiaro,

Le tre figlie d'Alcide e di Renata,

Ch'avran rare eccellenze, e rari pregi,

Perchè ogni età le riverisca e pregi,

Sarà quell'altra ch'io vicino addito,

Isabella Gonzaga, a cui natura

Donerà quanto in donna è più gradito,

Valor, senno, bellezza oltre misura,

Fortuna, glorioso e gran marito,

Ma iniqua morte gliel ritoglie e fura,

Perchè sua castitate in bruna vesta

Via più risplenda, e la sua fama onesta.

E quella ancor, volgendo gli anni e i lustri,

De l'Aragona e dal paese Ispano,

Con titoli, con pregi e pompe illustri,

Verrà felice nel Lombardo piano,

E con virtù ch'Italia orni ed illustri,

E con leggiadro portamento estrano,

Ne l'albergo d'eroi, vicina all'Oglio,

Piena di cortesia, vuota d'orgoglio.

Donna sarà Camilla indi non lunge,

Moglie e cognata pur di novi eroi,

La cui fama real per tutto aggiunge

Da' regni de l'occaso a i lidi Eoi:

E mostrerà come valor si giunge

Con onestà sul fior de gli anni suoi,

E col senno beltà, vestendo il santo

Suo pastor Pio di Piero il grave manto.

Mira quell'altra, ella sarà Leonora,

Che le caste, e le saggie, e le prudenti,

Tutte pareggierà fanciulla ancora,

Tutte le più sublimi e pure menti:

E spargerà, quasi novella aurora,

Di valor, di beltà raggi lucenti

D'onor, di cortesia, perchè a' suoi giorni

Toscana tutta, e tutta Italia adorni.

Il padre fia gran duce, e prose e carmi

La sua stirpe alzeranno al cerchio quinto,

Ma via più la giustizia, il senno, e l'armi,

E la clemenza, onde fia l'odio estinto;

E perderian dall'opra i bianchi marmi,

E i maestri di Samo e di Corinto

Nel formar lei, con le minor sorelle,

E i colori più vaghi, e stil d'Apelle.

Volgi gli occhi a Vittoria; oh che serene

Luci rivolgerà sì nobil alma;

E 'n che bel corpo e casto, o vera spene,

O certo onore, chiara e fatal palma!

De la sua stirpe, che tremar le arene

E 'l mar farà, dovunque legno spalma,

E d'Africa i rapaci empi tiranni;

Chi fia più gloriosa in più verdi anni?

Virginia è seco, che di nobil duce

Nascerà, dove albergo ha cortesia,

Fra ricchezze ed onori, e seco adduce

La sua Vittoria, e la Vittoria è pia.

L'altra non puoi veder come riluce,

Ch'è l'idea di bellezza e leggiadria;

Così la copre oscuro e negro velo:

Credo che 'l suo scrittor salisse in cielo.

Chi può tacer de la gentil Marfisa

D'amor nemica e d'onestà guerriera,

Che del proprio valor fia armata in guisa,

Che d'averne le spoglie ei già dispera?

E chi de la sorella, onde conquisa

Esser potrebbe alma spietata e fiera;

Se giungeranno a quegli onor perfetti

Onde par ch'illustrarsi Italia aspetti?

Nè Renata da Este ancor si taccia,

In cui rinascerà grazia e beltate,

E tutto quello onde s'onori e piaccia

Fra le più caste e belle, e più lodate;

Nè di Lunarda: e come amore allaccia,

Un de' gran cavalier di quell'etate

Conoscerà per lei: nè meglio accoppia

Fede, senno, valore in altra coppia.

Nè di Giustina ancora, o d'Isabella:

L'una farà d'ogni virtute adorno

La gran Milano, e Napoli più bella

S'a i bei lidi farà l'altra ritorno.

Nè di Laura Sacrata, alma rubella

D'amor, d'ogni virtù nido e soggiorno;

Nè d'Ippolita Turca, in cui vedranno

Maraviglie color che poi verranno.

Nè di Ginevra Trotti, in cui bel tregio

Alla virtù farà bellezza onesta:

Nè d'Elena, a cui da Germania il pregio

Di bella, di pudica e di modesta;

Nè di colei, che avrà cor alto e regio

Incontra i colpi di fortuna infesta,

E colto stile, e fia Claudia Rangona

Degnissima di scettro e di corona.

Nè la bella Gualenga, che non tanto

Lieta farà la sua vaga bellezza,

Quanto il valor del suo marito, e quanto

L'animo suo, che solo onore apprezza:

O pur Lucrezia Strozza, e l'altre accanto

Di quella stirpe a nobili opre avvezza,

Che splenderan come sereni lumi

Sovra il bel Mincio, e sovra il re de' fiumi.

O le Guerriere, a cui lucente usbergo

Non fia che incontro amor difenda ed armi,

Ma l'onestà, che in sì bel petto albergo

Avrà, più freddo assai de' bianchi marmi;

Nè quella, che volgendo al mondo il tergo,

Sprezzerà le sue pompe e rime e carmi,

Dico Giulia Tassona: e la cognata

D'alti costumi e di virtute ornata.

Livia le sorge appresso e la seconda

Nobile e degna d'immortali onori,

E bella e casta, ne l'antica sponda

Farà fiorire i mirti e i sacri allori,

Tessendo rime, e 'n ciò non fia seconda

Da prender l'alme, e da legare i cori,

E mormorar sovra gli alpestri monti

Di Genoa udransi il suo bel nome i fonti.

Oh che felice coppia, oh che gentile

Di sangue a lei congiunta io ti dimostro!

La qual meriterà che dotto stile

L'orni ed onori, e non pur gemme ed ostro.

L'una fia Porzia Mari, e parer vile

Farebbe l'Eritreo siccome il nostro;

Geronima fia l'altra: e 'n sul Tirreno

Grazia, onore e bellezza avrà non meno.

Ma là ritorna, onde leggiadra vista

Ti dipartì; mira costante donna,

D'un sol marito or gloriosa, or trista,

Che sola resterà con negra gonna:

E scoprirà come gran pregio acquista

Pudico amor, ch'in alto cor s'indonna,

E casta ella sarà quant'egli forte,

Vincend'ogn'altro, e al fin l'istessa Morte.

Le due figlie d'Emilia in quell'etate

Quanto fia di gentile e peregrino,

Quanto valore avran, quanta onestate

Fu nel regno di Troia o nel Latino.

Fian l'altre due illustri ed onorate

Per merito, per sorte e per destino:

Fian di Cesare figlie, onde l'errore

Di grazia abbondi e non s'incolpi Amore.

In quella stirpe, a cui fortuna aspira,

Perch'ella abbia di fama eterni fregi,

E 'n cui le donne, ovunque Apollo gira,

Pur loda avranno e i cavalieri egregi:

Isabella Gonzaga ancor rimira,

Agguagliar de l'antiche i chiari pregi;

E mira due, ch'indi faran partenza

Per ornar prima Brescia, e poi Vicenza.

Mira Diana saggia e valorosa,

La qual risplenderà con puro zelo,

Sì come Cinzia nella notte ombrosa

Suol fiammeggiar tra la rugiada e 'l gelo:

Mira le figlie, in cui non fia nascosa

Ogni bella virtù scesa dal cielo;

E pareran lucenti amici lumi

Di gentilezza adorne e di costumi.

Vedi un'altra Vittoria e vedi Bianca

Che tai sarà di fede e di costumi,

Non sol di membra in cui beltà non manca,

Con bel sembiante e con sereni lumi;

Vedi Camilla che non fia mai stanca

Per somma grazia di celesti numi,

Di mostrar cortesia, perchè non cade

Virtù valente in su l'estrema etade.

Vedi la madre e vedi anco la figlia,

Contessa di Langosco, e come questa

A quella si ritragge e s'assomiglia

Nè l'esser bella virtuosa e onesta.

Ecco la gloria, ecco la maraviglia

De la famosa stirpe Malatesta;

Ecco le Pie di beltà veri esempi

Che faran la pietà piacer a gli empi.

Vuoi mirar de l'Italia il pregio vero:

Due Barbare rimira assai vicine,

E l'altera umiltà, col nome altero,

D'alme belle e leggiadre e pellegrine:

Talchè più non si vanta antico impero

Di mille e mille donne alte latine;

L'una fia Borromea: a dotta penna

Santa severità quell'altra accenna.

Sarà quell'altra Tassa e non ha menda,

Di belle figlie ancor più bella madre,

Nè men saggia di saggia e fia ch'intenda,

Solo ad opre d'onore alte e leggiadre;

Lucia come alba in ciel par che risplenda

Fra le tenebre umane oscure ed adre,

Con raggio di virtù: nè la sorella

Fia men illustre o men pudica e bella.

Vittoria è quella a cui la chiara fama

Più d'Argo, o Troia illustrerà Farnese,

Come s'onora Dio, come ben s'ama,

Come risplende un animo cortese,

Come si sprezza quanto il mondo brama,

Come sien pure voglie al Cielo intese:

Come onor e virtute abbia un sol tempio,

Ella dimostrerà con vero esempio.

Ha Giulia accanto, a cui l'etate antica

Non prepone altra Giulia, e non sen vanta,

De' sacri studi e delle Muse amica,

Ramo gentil di gloriosa pianta:

La sorella con lei bella e pudica

Nascerà sul Metauro a l'ombra santa;

Ed a l'una ornerà Ferrara i carmi,

Ed a l'altra Carrara i bianchi marmi.

Lasciar potria per Ermellina il Cielo,

E starsi in terra il messaggier celeste,

Lasciar Febo Parnasso e Cinto e Delo,

Giudice lei di rime alte e conteste:

Temprerà Dorotea col puro gelo

Di legittimo amor le fiamme oneste,

Ed onor di Germania e nobil dono

A l'Italia fia questa, ond'io ragiono.