Frottola alla pastorella.

By Baldassarre Olimpo degli Alessandri

La pastorella mia

con l'acqua della fonte

se lava el dì la fronte

e 'l seren petto.

In bianco guarnelletto

umilmente conversa,

solimato né gersa

non adopra.

Non porta che la copra

balzi, cuffie e gorgiere

come voi, donne altiere

e superbe.

Una ghirlanda d'erbe

se pon nell'aurea testa

e va ligiadra e presta

e acostumata.

E spesso va insaccata

per fin quasi al genocchio

e con festevol occhio

sempre ride.

Si la guardo, non stride

come queste altre ingrate,

è piena d'onestate

e gentilezza.

Con tal delicatezza

porta una vectarella

de sovra la cappella

che m'abaglia.

Alcuna fiata scaglia

da me non per fuggire

ma per farme languire

e poi ritorna.

Ohimé, ch'è tanto adorna

la dolce mia bambina

che pare un fior de spina

a primavera!

Beato chi in lei spera

e chi la segue ognora!

Beato quel ch'adora

le sue guance!

O dolci scherzi e ciance

porgen quei duo labretti

che paron rubinetti

e fraganelle!

Le picciole mamelle

paron due fresche rose

de maggio, gloriose

in sul matino.

El suo parlar divino

spezzar farebbe un ferro,

so certo ch'io non erro,

dico el vero.

Dà luce all'emispero

la mia pastorelluccia

e con la sua boccuccia

piove mele.

È saggia, ancor fidele,

non se corroccia e sdegna,

qualche fiata se ingegna

per piacere.

Quando io la sto a vedere

parla, ride e motteggia,

alor mio cor vaneggia

e trema tutto.

Ohimè, che m'ha condutto

che si la sento un poco,

divento un caldo foco

e poi m'aghiaccio!

E molto più disfaccio

si veggio le sue ciglia

minute ad maraviglia.

O ciel, ch'io moro!

Li suoi capelli d'oro,

i denticelli mondi,

bianchi, politi e tondi

me fan vivo.

Io son poi del cor privo

si la veggio ballare,

ché me fa consumare

a parte a parte.

Non ho ingegno né arte

ch'io possa laudarla,

ma sempre voglio amarla

in fine a morte.