Galeso e Taurico concertanti e Criseo giudice. Egloga terza
Mentre per gran calor, Taurico, sudi
al ritornar dalla cità superba,
tardo sei giunto agli amorosi ludi.
Gran spazio non è ancor che sopra l'erba
doi feroci monton corsero in giostra
per gelosia, come in bataglia acerba.
El vincitor, che altiero cor dimostra,
scontrando perse el più onorato corno,
però fugito è dalla schera nostra:
ond'io quel capo de victoria adorno,
sì come a duce glorïoso e chiaro,
ghirlandar voglio de ligustri un giorno.
Galeso, io so che col triunfo a·pparo
spesso va il danno; e chi vittoria acquista
con l'onor trova qualche intoppo amaro.
Ma quella vacca solitaria e trista
ch'or veggio errar, se non m'ingana el lume,
io l'ho nel gregge de Sileno vista.
Io lo vinse cantando apresso al fiume,
e la vacca mi fu premio felice:
così va chi di sé tanto presume.
Cantando tu, Silen? La turba dice:
– Mentre viene a cantar l'arguto cigno
cede al magior la garrula cornice –.
Depone el rio venen, bubo maligno,
ché Lanato di te si può dar vanto
non pur d'armenti, ma de capre indigno.
O tu, che muggi sì soave al canto,
viene improviso per provarti meco
con quella lira che ha sì dolce pianto.
Endarno non voglio io contender teco:
depone el premio, et or che a l'ombra siede,
Criseo iudicarà, chi non va cieco.
Se al canto restarai di gloria erede,
questo animoso can che mai non dorme
sarà di tua vittoria alta mercede.
Ei nacque da doe spezie, e non biforme,
nel paese indïano, ove fu figlio
e de tigre e di cane a lui conforme;
ultimo nel gran feto aperse el ciglio
e primo nel cubil con lieve salto
fu transportato dal materno artiglio.
Mai stanco no 'l vedrai sul piano o in alto,
per tempo di sereno, o di procella,
e più che 'l Dromo de Montan l'exalto.
Su l'alta fronte di purpurea stella
gli fe' natura el natural disegno:
però Stellato con ragion s'appella.
Et io, Criseo, per venerando pegno
deponerò questo intagliato vaso,
opra del gran Chiron fra noi sì degno.
Quivi iace un pastor sotto Parnaso
dal sonno opresso, ove la bianca Musa
pian pian ne fura un desiato baso.
Miralo intenta e di passion confusa,
poi vergognosa ancor volge le piante
e torna al monte de rossor perfusa.
Nel mezo gli è deciso uno elefante
che riverente al ciel umil s'atterra,
ringraziando la luna e il sol errante;
e il comato leon, feroce in guerra,
ove in la pugna, per virtute altiera,
mai non offende el suo nemico in terra.
Qui parme, per fraudar l'incauta fera,
sotto fronde coprir l'orrenda testa
la maculosa e lucida pantera.
E vedesi la tigre al correr presta
fremer, se tardi alla marina giunge,
e sul lito furiar come tempesta.
In summa el spinoso istrice che punge,
el camel tuberoso e il vario lince
in picol spazio el poculo congiunge.
Ciascun rittoglia, pria che a dir comince,
suo caro pegno, e de frondosa oliva
fia coronato chi cantando vince.
Andiamo ove sonar spesso s'udiva
el nostro Pan; quivi el cantar confunde
col rauco suon la murmurante riva.
Or che qui taccion le volubil onde,
alternando cantate al mio iudizio:
Euro non move in su questi arbor fronde.
Che ridi, fure? ancor palese indicio
di te spurco sarà, ché mal si copre
in duro cor l'inveterato vizio.
Invan pensi occultar le tue mal'opre
biasmando altrui, ma se possanza avrano,
convien che al tuo mal dir le braccia adopre.
In che vil sdegno imperïose vano
le sciolte lingue! oh, se 'l mio Apol mi vaglia,
vommene ove i pastor silenzio fanno,
ché iudice non sono di bataglia.