Galeso e Taurico concertanti e Criseo giudice. Egloga terza

By Luca Valenziano

Mentre per gran calor, Taurico, sudi

al ritornar dalla cità superba,

tardo sei giunto agli amorosi ludi.

Gran spazio non è ancor che sopra l'erba

doi feroci monton corsero in giostra

per gelosia, come in bataglia acerba.

El vincitor, che altiero cor dimostra,

scontrando perse el più onorato corno,

però fugito è dalla schera nostra:

ond'io quel capo de victoria adorno,

sì come a duce glorïoso e chiaro,

ghirlandar voglio de ligustri un giorno.

Galeso, io so che col triunfo a·pparo

spesso va il danno; e chi vittoria acquista

con l'onor trova qualche intoppo amaro.

Ma quella vacca solitaria e trista

ch'or veggio errar, se non m'ingana el lume,

io l'ho nel gregge de Sileno vista.

Io lo vinse cantando apresso al fiume,

e la vacca mi fu premio felice:

così va chi di sé tanto presume.

Cantando tu, Silen? La turba dice:

– Mentre viene a cantar l'arguto cigno

cede al magior la garrula cornice –.

Depone el rio venen, bubo maligno,

ché Lanato di te si può dar vanto

non pur d'armenti, ma de capre indigno.

O tu, che muggi sì soave al canto,

viene improviso per provarti meco

con quella lira che ha sì dolce pianto.

Endarno non voglio io contender teco:

depone el premio, et or che a l'ombra siede,

Criseo iudicarà, chi non va cieco.

Se al canto restarai di gloria erede,

questo animoso can che mai non dorme

sarà di tua vittoria alta mercede.

Ei nacque da doe spezie, e non biforme,

nel paese indïano, ove fu figlio

e de tigre e di cane a lui conforme;

ultimo nel gran feto aperse el ciglio

e primo nel cubil con lieve salto

fu transportato dal materno artiglio.

Mai stanco no 'l vedrai sul piano o in alto,

per tempo di sereno, o di procella,

e più che 'l Dromo de Montan l'exalto.

Su l'alta fronte di purpurea stella

gli fe' natura el natural disegno:

però Stellato con ragion s'appella.

Et io, Criseo, per venerando pegno

deponerò questo intagliato vaso,

opra del gran Chiron fra noi sì degno.

Quivi iace un pastor sotto Parnaso

dal sonno opresso, ove la bianca Musa

pian pian ne fura un desiato baso.

Miralo intenta e di passion confusa,

poi vergognosa ancor volge le piante

e torna al monte de rossor perfusa.

Nel mezo gli è deciso uno elefante

che riverente al ciel umil s'atterra,

ringraziando la luna e il sol errante;

e il comato leon, feroce in guerra,

ove in la pugna, per virtute altiera,

mai non offende el suo nemico in terra.

Qui parme, per fraudar l'incauta fera,

sotto fronde coprir l'orrenda testa

la maculosa e lucida pantera.

E vedesi la tigre al correr presta

fremer, se tardi alla marina giunge,

e sul lito furiar come tempesta.

In summa el spinoso istrice che punge,

el camel tuberoso e il vario lince

in picol spazio el poculo congiunge.

Ciascun rittoglia, pria che a dir comince,

suo caro pegno, e de frondosa oliva

fia coronato chi cantando vince.

Andiamo ove sonar spesso s'udiva

el nostro Pan; quivi el cantar confunde

col rauco suon la murmurante riva.

Or che qui taccion le volubil onde,

alternando cantate al mio iudizio:

Euro non move in su questi arbor fronde.

Che ridi, fure? ancor palese indicio

di te spurco sarà, ché mal si copre

in duro cor l'inveterato vizio.

Invan pensi occultar le tue mal'opre

biasmando altrui, ma se possanza avrano,

convien che al tuo mal dir le braccia adopre.

In che vil sdegno imperïose vano

le sciolte lingue! oh, se 'l mio Apol mi vaglia,

vommene ove i pastor silenzio fanno,

ché iudice non sono di bataglia.