GHINO DI TACCO
Ghino di Tacco uscì di Radicofani;
l'asta gittava un'ombra lunga al suolo.
Guarda un villan di tra le stoppie e mormora:
quella è l'asta di Tacco e il suo figliuolo.
Dall'antica badia tra i lecci rosea
l'abate il vide per la via passare;
gridò d'un tratto: «Salvum fac me, Domine»;
poi disse: «Ghin di Tacco egli mi pare».
Per il gran piano tra la rada nebbia
riguardando lo scorse anche un torriere.
«Guidi il tuo bruno palafren San Giorgio!»
urlò dall'alto «o franco cavaliere!»
«Buon cavalier che passi, in groppa arrecati
la vecchia che meschina andar non sa».
«Dio t'abbia nella sua santa custodia;
son Ghino, ho fretta». «Buon barone, or va».
Gli nitrì sotto il palafren; latrarono
nella corte i molossi ed i limieri;
e il castellano interrogava, pallido,
con un cenno del capo, i ministrieri.
Soffiò allor nel gran corno. Ardeva al vespro
la punta della lancia e la celata.
Cento barbute ha intorno; ed una veste
ha nelle fiere mani, insanguinata.