Giacomo Leopardi Al suo diletto Genitore Dopo due mesi di studj Filosofici
Per il sassoso monte, a la cui cima altera
Ragion siede spirando austerità severa;
Là dove in man recando le sapienti carte
I rigidi Filosofi accorser d'ogni parte;
Su' cui salì Platone, su' cui Socrate ascese,
Ed immortale ognuno la gloria sua già rese;
Quivi a temprare il barbaro, crudo rigor del fato,
Le strade filosofiche a noi calcar fu dato.
E quì vedemmo ascendere tacito, e pensieroso
Lo stuol di scienza cupido, e di saper bramoso.
Ma quanti, e quanti in volto, e grave, e maestosa
Scacciò da se Ragione in aria minacciosa!
Oh quanti di Filosofo, quanti desìano il nome,
E di onorevol laurea cinger vorrìan le chiome!
Ma quanti ond'esser sembrino d'alto saper profondo
Con empie, inique massime corromper sanno il mondo
Fra l'atre, oscure tenebre, fra densa nebbia, e folta
Ragion purtroppo resta ottenebrata, e avvolta.
Ma pur coteste carte essa vergò sgombrando
Da se le nere nubi, e il volto rischiarando.
Quì, Genitor, potrai mirar da l'alto soglio
La Verità fiaccare degli empj il fiero orgoglio.
Così potesse alfine Filosofia scacciare
L'empie seguaci turbe, e i chiari rai vibrare:
Per cui Ragion nel trono sublime un dì si assida,
La Religion si avvivi, giubili il mondo, e rida.
Cadan negletti, e vinti gl'iniqui dogmi, e stolti;
Il Ciel propizio siami, ed i miei voti ascolti.