GITA DA FIRENZE A MONTECATINI
Sai che l'uomo propone e Dio dispone,
come dice il proverbio (uno de' mille
che il popolo non sa d'avere in bocca;
e li regala a noi, gente d'accatto,
pronta a farsene bella): avea promesso
venire a Siena da Firenze, e teco
chiudermi in villa, a succhiellar l'ottobre
tranquillamente. Che ne dici? All'ergo
d'incamminarmi per Porta Romana,
mi prese un dirizzone e venni a casa.
Se me ne chiedi la ragione, è detta
in due parole: Son figliuolo! Ho visto,
tutte le volte che di qua mi parto,
pianger mia madre e mio padre e lagnarsi
di rimanere a tavola a quattr'occhi;
mentre Ildegonda, la sorella mia,
si maritò lontana ottanta miglia,
e me, puntello della casa Giusti,
principe nato a ereditare il trono
delle noie domestiche e de' saldi,
o l'uggia, o gl'intestini, o il mal de' nervi
spingono in giro come un arcolaio,
nove, un anno per l'altro, e dieci mesi.
Solita fine de' nostri e di noi!
Essi ci dànno la vita, ci dànno
lume, soccorso, danaro, felici
di contentarci, di vederci entrare
e star a garbo in un mondo sgarbato,
che duramente poi ci ruba a loro
e mai del loro amor non ci compensa!
Torno al viaggio, e come fece Flacco
del suo da Roma a Brindisi (quel Flacco
che di sommo maestro e sommo porco
fra' poeti di Corte ha la corona),
te ne racconto i minimi accidenti
per celia; per veder se li so dire
senza le gretterie de' mestieranti.
Venni per Diligenza, o se tu vuoi
in uno di quei trespoli ritinti
e battezzati poi per diligenze;
nome francese, che con altri mille
portati qua dagli usi oltramontani,
cittadinanza dalla Crusca aspetta;
e l'otterrà; ché il cambio delle voci
fra gente e gente, come l'ombra al corpo,
tien dietro al cambio delle cose umane;
né straniero vocabolo corrompe
l'intrinseca virtù d'una favella,
quando lo stile riman paesano,
quando il campo de' versi e delle prose
non è pestato vandalicamente
dai nostri poliglotti...
grammatici di sarti e di stallieri.
Al contrattar de' posti, un certo arnese
incavernato in fondo a uno stambugio,
e che pareva un ràgnolo, o il Minosse
(come direbbe un Arcade buon'anima)
de' mezzani di ruote, assicurava,
sulla santa onestà di casa sua,
che comodo, pulito, ottimo il legno,
lesti i polledri e più che galantuomo
il vetturino, ci avrebbe in tre ore
sbarcati al posto. Ed eccoti la biga
ch'avea figura d'una cazzarola,
con due cavalli, anzi due cavallette
di quelle di Mosè là dell'Egitto,
che della pena di lasciar la stalla
ansavan come mantici. Piovuto
dalla croce sinistra del Calvario
credei lo sciamannato Automedonte
frusta–carogne; ma il cappello torto,
la ghigna, il pelo, il sigaro e il mal garbo
mascheravan da birba un briacone
buon diavolaccio. Cinquanta facchini,
cosacchi di Dogana e d'osteria,
s'avventarono addosso alle valige;
e caricando, inzeppando, legando,
accatastando il misero bagaglio,
s'urtano e si scanagliano tra loro,
con fitta ortografia di giurammii
nuovi, arditi, da far testo di lingua.
Indugiammo, pagammo, contrastammo,
poi c'infilammo dentro per la cruna
d'uno sportello, che non vi fu cristi
che stesse mai né aperto né serrato.
M'era compagno un Potestà, Pilato
d'un paesuccio di questi contorni,
che venuto a seccare il Presidente
per crescita di paga, o per mutarsi
a birreggiare in un altro pollaio,
se ne tornava colle tasche piene
dei soliti vedremo, penseremo,
(verso che ho speso già nel Gingillino).
Era seco la moglie: una figura
tra le due selle, né bella né brutta,
né giovane né vecchia, e riportava
alla Potesteria grave tesoro
di fagotti e di scatole, con dentro
cuffie, ciarpe, cappelli e vestitini,
da fare invidia a quante bottegaie
vanno la festa alla messa cantata.
Accanto a me, dal lato delle brenne,
una povera donna montanina
lieta recava al petto un trovatello
preso là nel buglione, ove s'insacca
dal matrimonio e dallo stupro a gara,
o legittima o no, l'umana carne.
Oh benedetta, miseri innocenti,
la pubblica pietà che vi ricovra
nudi, piangenti, abbandonati! A voi
il casto grembo della cara madre
e del tetto paterno il santo asilo
che dà l'essere intero, e dolcemente
l'animo leva a dignità di vita,
error, vergogna, delitto e miseria
chiude per sempre! Crescerete soli,
soli all'affetto e malsecuri in terra;
al disamor di genitori ignoti,
come la pianta che non ha radice,
maledicendo! — Prendemmo le mosse
con un chiocco di frusta e un gran sagrato
che tuonò da cassetta: e allor tra noi
strimizziti in quel bugno, incominciò
un incrociar di gambe, un tramenio
di pastrani, di scialli e d'altri cenci,
e un baratto di scuse e di lamenti,
e di profferte fatte a mal di cuore.
Parlai col Potestà del più e del meno,
e ci tastammo reciprocamente,
egli su i liberali, io sulle spie.
Conobbi al fin de' conti esser costui
uno dei tanti che, posti a ciucare
sotto un governo di scrivani, tirano
a dare un colpo al cerchio, uno alla botte
e a morir giubbilati e pensionati:
chi casca casca, e rimanga chi vuole:
esso, dal canto suo, sentì l'umore
o lo sapeva: in somma delle somme,
io rispettai l'impiego, esso l'Italia,
e passammo la strada in santa pace.
Giunti al Poggio a Caiano, un brulichio
di livree, di galloni e di soldati
segno ci fu che fosse Su' Altezza
passato in villa e a rimettersi in gamba
dalle paralisie governative.
Lì m'aocchiò di volo un segretario
di quelli da campagna, e dal cancello
ratto mi salutò con quel saluto
dell'uom che dice: guardami, e va via.
Andai. La grave nebbia che ponzava
fino dall'alba, incominciò di vena
a liquefarsi in lentissima pioggia,
fredda, spessa, minuta, come quella
che cade al mesto cader delle foglie,
e si suol dire che gabba il villano;
e a me che soffro di paturne, e un suono,
un detto, un cenno, un variar di cielo
rivocano alla mente i casi andati,
quel piover lento ricordò la stanza
ov'io là nell'autunno i dì piovosi
rallegrava con te, sacro Alighieri,
con te che le toscane corde armasti,
e suon rendesti alla romana lira
che per lungo silenzio parea fioca:
ma più alto d'Omero, e più di quello
che ti fu guida giù nel cieco mondo
e sul pel monte che l'anime cura,
non tanto il forte immaginar ti leva
e l'impeto di larga onda vocale,
quanto la nuova, che da Dio ti venne,
luce intellettual piena d'amore,
e ti rapì dal senso al primo vero,
all'eterno dal tempo. Oh, come allora
m'inebriasti della tua parola!
Come l'ingegno incerto illuminasti!
Teco il solingo amante onde a Valchiusa
manda sospiri ogni anima gentile;
e teco era colui che di portenti
e di sogni e di fole empì le carte
a perigliosi voli affaticando
mirabilmente l'italica musa.
La vereconda, nell'ardita foga
scompose i veli e palpitò sovente
della caduta: e poi ch'ebbe condotto
per man Torquato a più battuta cima,
sazia cessò molt'anni e si nascose.
La Potestessa, invece, a intorbidarsi,
a fare un viso di dolor di corpo,
a guardar fuori per aria, e contare
le nuvole e le gocciole, e pregarci
di gridar, ferma, e chiedere se bene
erano assicurati, eran coperti
i bauli, le scatole, i fagotti
dietro, sopra e davanti. E il vetturino
e noi tre (il Potestà, la balia ed io)
a consolarla, a dire, a spolmonarci
che tutto era tappato, arcisicuro,
che nemmeno il diluvio universale
le avrebbe fatto l'avaria d'un nastro.
Fiato perduto; quanta fu la via,
un muso, un fiotto, una continua smania.
E siccome la donna è timorata,
ossia fa bestemmiare e non bestemmia,
rispettato Messer Domine Dio,
se la prese col tempo, colle miglia,
con sé, colle carogne e col marito,
che un po' rideva, e un po' scoteva il capo.
Intanto quella rozza montagnola
che traboccava di latte e sentìa
del colmo petto il pondo e le punture,
allettava alla poppa il bambinello,
che nato il giorno innanzi, ancor capace
delle mamme non era. Ed essa, fatta
dell'indice e del medio una forcella,
tenea schiusi i labbruzzi all'inesperto
e l'accostava al seno e lo ninnava,
con baci e baci, come fosse suo.
Quel dolce atto amoroso, a me sì caro
e al Potestà, parea che stomacasse
la vana femminuccia imbestialita
per l'eleganze sue pericolanti.
Qui, per modo di dire, al pover'uomo
chiesi se avea figliuoli; e la signora:
— No, grazie a Dio. — Sorrisi amaramente:
nessun fiatò; la contadina intese.
Così Pistoia, tra l'acqua e la mota,
la sconquassata diligenza varca,
lenta scricchiando e tentennando, al passo
di certi serenissimi Governi,
e ci depone a un trivio. Alla sua strada
la balia se ne va colla vettura,
dormendole sul braccio il dolce peso;
il Potestà per una via traversa
mena la moglie al covo; io per un'altra
cavalco al mio pinnacolo, con sotto
una sella da farci i semicupi
e un Brigliadoro che gira il frantoio,
fratello nato di quegli altri due.
Mi segue un contadin di fattoria
che mi discorre d'olio e di bestiame
e mi domanda quando piglio moglie;
sfruconandomi dietro il palafreno
e ansimando su su per la salita
con un sacco in ispalla, ove son chiusi
Dante, Virgilio, Giovenale, un rotolo
di fogli rabescati, un libricciolo
di mezza serqua di sonetti, dono
d'un manescalco del cavallo alato.
E con questi altri arnesi alla rinfusa
giubbe, panciotti, pantaloni e guanti,
come conviensi a un animale anfibio
tra la dottrina e la galanteria.
Su su, su su, mi trovo scaricato
nelle braccia dei miei: poi sul guanciale
che da tant'anni sa d'un capo infermo
le vespe, i grilli, i nodi e le girelle:
e fortuna per me che non le dice!
Quassù, leggo, girandolo, mi fermo,
estatico dall'alto ai colpi d'occhio,
colla testa lì meco, o chi sa dove;
e a volte penso, rumino, almanacco
viaggi, amori e versi come questi;
o mi figuro di starmi con voi
a dire a mente le mie bizzarrie,
a riandar le classiche bellezze,
a passeggiare, a disputar del Papa,
spiraglio aperto in barba a Metternicche.