I (105)

By Auteur inconnu

Non d'Edera amorosa,

Non di lasciva rosa,

Non di pampino folle,

Né men di mirto effeminato e molle,

Ma sol di sacri allori

Or mi cingete il crin, Ninfe e Pastori.

Nobil suggetto, e degno

È de' miei versi segno,

Tanto più grande e chiaro

Quanto tra noi più pellegrino e raro.

Di lui cantare io voglio,

Mentre questo ver' lui brindisi io scioglio.

Se risorta celebro,

O Ninfa, onor del Tebro,

In te la Lesbia antica,

Ben poco di tua gloria avvien ch'io dica,

Ché sei di par valore

Nel canto, e in gli altri pregi assai maggiore.

Se a te, spirto felice,

Pareggiò l'alma Nice,

Nice, il cui stile industre

Rese il Sebeto, oltre ogni Fiume, illustre,

Qual tra i Toschi tu sei,

Ma non già quale infra i Latin', direi;

Ché alla gran Colonnese

Fu ben l'Arno cortese,

L'Arno famoso, e vero

Del favoloso Eurota emulo altero,

Ma te coll'Arno scerse

Grato anche il Tebro, e del suo umor t'asperse.

Alto il tuo canto sale,

O Donna senza eguale,

Ma di tale alta meta

L'intelletto immortal già non s'acqueta,

Sendo di giugner vago

Al fonte, ov'è nostro desir sol pago.

Quindi in traccia sovente

Della chiara sorgente

Desioso s'invia

Or colla bella Urania, or con Sofia,

E per le vie dell'etra

Si spazia, e della terra il sen penetra.

Poi di quell'alma luce,

Che 'l tutto ne produce,

Ricco tra noi si rende,

E gli usi del suo sesso a sdegno prende,

Anzi le umane infide

Vicende guarda baldanzoso, e ride.

Va', mio Brindisi, a lei, cui tanto onoro,

E dille che non puoi

Tutti chiuder tu solo i pregi suoi.