I (154)
Orché la selva annosa
Per la stagion nevosa
Priva è di frondi, e il colle
L'ispida fronte ignuda al Cielo estolle,
Né da i gelati umori
Dell'inceppato rivo han vita i fiori,
Io, che intrecciar disegno
Serto sublime, e degno
Al più famoso e chiaro
Pastor, che va del gran Sincero a paro,
L'ardita mente invoglio
D'un acceso desio più che non soglio.
L'arbor, che già sul Tebro
Fu d'alto onor tutt'ebro,
E che di fronde aprica
Coperse un dì la maestade antica,
Servami a farti onore,
O degli Orfei Toscani Orfeo maggiore:
Quei, che cantò di Bice,
Spirto immortal felice,
E quei, che in stile industre
Sorga rendeo col dolce pianto illustre,
Domando gli anni rei,
Appena porian dir quel che tu sei.
Arcadia il sa, che intese
Nelle Febee contese
Il tuo bel vanto altero,
Cui null'altro pareggia uman pensiero,
E l'Arno il sa, che scerse
Da lunge il merto, e i primi onor' t'offerse.
Se si leva sull'ale,
Dov'Uom di rado sale,
La mente tua va lieta
Per novello sentiero oltre ogni meta;
Ed Io, che l'opra indago,
Ne' voli suoi le mie bassezze appago.
Come l'alta sorgente
Del tutto il Cielo ardente
Muove, ed amando invia
Virtù, ch'il tutto a sé converte, e cria,
Nel sollevarsi all'etra
Puote a noi sol ridir l'aurea tua Cetra.
Per te piena di luce
L'età nostra riluce,
Sicché d'invidia accende
Le future degli anni alte vicende;
Se le passate infide
Glorie oscurando, il pregio lor deride.
Canzon, non basta un serto sol d'alloro
Al Pastor che tra noi
Può contar colle stelle i pregi suoi.