I cantus.
I' son Mercurïo, di tutto l'olympico regno
nuntïo, tra gli omini varïi iunctura salubre,
splendor de' saggi; porto al certamine vostro
sì cose, sì canto novo: scoltate benigni,
o circustanti che 'l canto poëtico amate,
s'i' vi son grato quanto qualunque poëta.
Ha Iove sentito, padre sommo et principe sommo
degli omini et divi, il novo qui spectaculo vostro,
et, cupido farvi non ornamento minore
convenga, subito qua giù m'impuose venissi.
Presi e' thalari et gli abiti, vïa vènnine rapto,
et giù cala'mi su questo monte propinquo
donde suole Ytalïa, per forse ad Marte piacere,
specchiarsi in mar Tyreno et 'n quel d'Adrïa prisca.
Quivi dëe molte vidi pel colle vaganti
et nymphe seco varïe, molto inclita turba,
quali dintorno presto m'accorsero liete.
Da me compreso dove, donde venivo, pregarmi
così: «O Mercurïo, del grande Athalante nipote,
sempre dïo fusti facile et trattabile verso
gli mortali ardenti el colto d'Apolline sacro;
anco noï teco vogliamo il commodo loro.
Molti in Firenze, in tempio del Fiore locati,
chieggono Amicitïa, del qual venerabile nome,
come saï, varïe, dignissima turba, tenemo
lo sceptro, incerte lì qual dëa cerchino quelli:
il che grato fora da te, quando inde ritorni,
qual dëa lor chieggon cognoscere; perché, venendo
lì loro innanzi, vile et turpissimo molto,
molto dagli omini partirsi sclusa sarebbe».
Finiron quelle; ma i' qui, dove copïa tanta
sta d'uomini, giunto, lieto meco intimo dissi:
«Fortunato loco, nel qual si è tanta ragione,
tanto modo egregïo l'ingegni accendere suso
ad virtù et lode! Oh, merito, pel qual ne seraï
grato a' Celicoli, quasi d'officina Minerva!
Udite, o studïosi, et me, et l'abscondita cosa
qual cercate voï, per me scoperta, patente,
meglio ch'ancora nullo monimento riveli.
Tra li Celesti, del Nylo et Pallade figlia,
una dëa excelle, che formosissima vince
o non men che Venús, tanto è süa forma decora.
Passeggia il cielo, mo' sopra dove l'ardüo fende
Eridano, mo' donde al cielo le Pleiade serto
cinsero, mo' donde gli dii la sguardano tucti,
vestita et nitida et distinta in mille colori,
dell'Iris succinta, (il che süo lembo ritesse
di gemme et d'oro, lustro non men che l'Orïon)
et circumtexta d'ogni mirabile facto.
Questa, süo offitïo, manifesta l'aurëa porta
d'Occëano ad quelli alipedi che 'l pucto superbo
Phetonte strinse, di sé mal guida nocente.
Monstra col dito lor qual vïa girino cauti
mezzo il Zodïaco, lo sonno et nocte fugando;
et poscia, quando sitïenti bramano posa,
snoda lor crini et di suave papavere quelli
pascendo et di pampinëo pendente racemo.
Questa il celso coro chiaman Cronissa pudica
quando, benché sïa Charon süo coniuge solo
et vecchio et cano et non exorabile sempre
pur da mille vaghi miserandi spesso richiesta
nullo gratifica, sorda, incorropta, severa.
Et più, tra l'altre, dëa Feturina mareggia;
questa, reverenda et varïa et dulcissima diva,
figlia continüo et subito fecunda rimansi
dell'Aura et Razi nitidi; questa una rimuta
a' tempi loro l'abito et l'ornato decente:
in primavera fiori et fragrante rosette
et gigli et vïole et verzure et cespiti ameni,
et tenere frondi et gentil concento d'amore,
et dolci spirti et per tutto gratïa surta;
nella state reca il spicato culmine d'oro,
granaro pien d'ogne biava, pien d'ogne legume;
nell'autunno pomi et maturezza ripone
per tutto; anco pigia l'uve spumante le tina;
di neve nel verno tucta è süa candida veste,
alli calzari smalta cristallo–solati.
Fu 'l padre d'essa dëa il dëo ricciutissimo Phebo,
Thetis la madre et dëa del mar somma profondo.
Stavvi tra quelle Curina et principe grande,
ad cui sola dëa tutte convengono cure
degli omini. Süa madre füe Aphrodisis, amante
del padre Occëano. Questa, ad Iunone superba
emula continüo, d'Imenëo et Bacco iocosi
intima fu molto, et molto abiectissima vive
tra li conviti; né ben la scorgono gli altri,
bassi mortali, se non cui piange colando
l'occhio di lagrime, cui il cor mestissimo langue.
Stavvi et quella dëa quale è Cyromega, fïola
di Iano et Cybeles; questa ha stentissima palma
con lunghi et forti diti. Va solo volando
tra mercennari mercati et stanza frequente
d'artefici, che gnun cognosce o tien per amico,
se non chi mézzo o trito è per grande fatica.
Anco l'Amicitïa è certo primera d'onore,
bella sopr'ogni bella, et transparente riluce,
come il berillo che al sol fulgente rïarde;
Herato detta füe, et generòlla il maximo Pollux
tyndarido, et, pregna d'ello, l'Aurora benigna.
Questa illustre dëa, presso Iove maximo posta,
sceglie ' prieghi vostri: quel che immaculato la sente
gliel posa in grembo, gli altri po' 'l dosso ributta.
Et sol questa voï mortali sola potente è
nell'alto cielo tradur per merto d'Amore.
Raro habita giuso, raro il consortïo vostro
prende, verecunda star nuda et mistica tra le
vostre matrone vestite ad mille voluppi,
sì d'ornamenti, sì d'ambitïone superflua;
né pensa degno ch'ella, immortale, venisse
coprirsi sotto i tegumenti et veste caduche,
po'ché voï tutti spesso schernirla solete.
S'i' ben discerno già già su state levati
al sacro nome di tanto insigne patrona,
et veggio tienvi sì grande modestïa, quanta
loda li cupidi d'ogni prestante lavoro.
S'egli è quello vedo, celebrate il gaudïo vostro,
ch'i' vado rapto chiamarvela venghine giuso,
oramaï l'altre lasciando in l'ordine loro.
Ma non prima serà che 'l Datho la Musa canora
ínvochi; et allora, subito, cantante l'arete,
tal qual si gode presso il celeste Tonante.