I due pellegrini.
Già si raddoppia il dì ch'io vo smarrito,
mercè del piè, che mi conduce in via
dove vestigio uman trovo scolpito.
Sapessi almen dove mi vada o sia!
Ecco un che va solingo e fuor di strada:
forse, di me pietoso, il Ciel l'invia.
Pria che l'ombrosa notte qui m'invada,
vo' dimandar s'albergo è di vicino,
dove le stanche membra a gittar vada.
Chiunque sei, del loco o peregrino,
tu che il piè movi sì pensoso e vago,
quel che cerchi t'apporti il tuo destino.
Apportimi che vuol; ch'io sol m'appago
col pianger mio, né mi potrà far lieto
quanto in mill'anni volge l'aureo Tago.
Lasso, onde sei sì mesto et inquieto!
Uom più miser di me non vide il sole;
pur con l'altrui parlar spesso m'acqueto.
Deh, per dio, non voler con tue parole
al mio soverchio duol porgere aumento!
Basti ch'il soffro, e non sia men che sole.
Se tu sentissi del dolor ch'io sento
la millesima parte, or pensa il tutto,
forse terresti in giuoco il tuo tormento.
O vita degna di perpetuo lutto!
Veder tronca la speme e 'l desir morto,
non dico in sul fiorir, ma in sul far frutto!
O decreto del Ciel obliquo e torto!
Veder ne l'onde sparto il mio bel legno,
poco lontan dal desïato porto!
Poiché la terra e 'l Ciel m'han preso a sdegno,
trovassi un speco, un precipizio, un scoglio,
che di me non lasciasse ombra né segno!
Deh, s'hai pietà del male ond'io mi doglio,
aprimi il petto e 'l cor, trammi d'impaccio;
non darmi col parlar maggior cordoglio!
Ahi lasso! ovunque vado, ovunque giaccio
vien chi mi tronca il pianto e accresce il duolo:
non basta, che da me mi struggo e sfaccio!
Deh, làssami languir e pianger solo;
poi ch'al mio mal non trovo altro riposo,
onde da gl'occhi altrui sempre m'involo!
O sovr'ogni altro mesto e lagrimoso,
il non saper del tuo furor mi sciolga,
poi che l'occorso mio ti fu noioso.
Ma perché a gl'occhi tuoi ratto mi tolga,
qual è il sentier ch'a la città ne porta?
Dimmel, s'in gioia il tuo gran duol si volga!
Il sentier ch'entra a la tartarea porta
insegnar ti potrebbon gl'occhi miei;
ch'ogni altra conoscenza in loro è morta.
Peregrino son io, come tu sei,
ch'abborrendo città di patrie genti,
trapasso di mia vita i giorni rei.
Poi ch'ambo peregrini, ambo dolenti,
spiega per cortesia l'alto furore,
e l'un discopra a l'altro i suoi tormenti:
ché se quel che soffr'io non è maggiore,
è forse eguale; e sai, ch'al miser giova
paragonar l'altrui col suo dolore.
Par che la lingua tua tal grazia piova,
che, nutrito d'amaro già molt'anni,
oggi mi fai sentir dolcezza nova.
E ben che l'alma de gli antichi danni
più col tacer che col parlar s'appaghe,
udrai l'istoria de' miei lunghi affanni.
Già sento aprir le mal saldate piaghe:
deh, s'udir brami il mal che sì mi noce,
prega le luci mie, di pianger vaghe,
che diano il passo a la dolente voce.
Ne l'inclita, felice
(se lodarla a' suoi lice), alma campagna,
qual nutre, infiora e bagna il mio grand'Ebro,
quel che non di ginebro o salci adorno
dal mio sacro soggiorno scende al mare,
ma di famose, chiare, eterne palme,
fra tante bennate alme Alcinio nato,
come volse il mio fato o mia fortuna,
non tra superbe mura o vane pompe
(quel che spesso interrompe il viver nostro),
non di porpora, d'ostro o d'or coverto,
ma com'uom ch'era certo, ch'un dì toglie
quanto quaggiù s'accoglie e si raduna,
in modesta fortuna et umil tetto,
sicur, senza sospetto, mi vivea:
più lungi non vedea, né ad altro intento,
ch'al proprio nutrimento. O vita lieta,
mentre non spiacque al mio crudel pianeta!
Come dal Ciel si diede,
entrai col manco piede in quella porta,
onde non giova scorta per uscire,
ma, chiusa dal desire e da la spene,
lieti nel duol ne tiene; e donna amai
leggiadra e bella assai più che pudica.
Deh, perché fai ch'io dica, o fier cordoglio,
cose che dir non voglio in suo disnore?
Quantunque intorno al core e neve e smalto
in sul primiero assalto dimostrassi,
come sovente fassi da ciascuna;
come ella e mia fortuna volse, in breve
e smalto ruppi, e neve dileguai.
Lasso, che dir mi fai? dirollo o taccio?
Rivolto in fiamma il ghiaccio, e spente l'ire
ch'al mio grato languire fean contesa,
de la mia dolce impresa ebbi l'amata,
a chiunque ama grata e cara palma.
Ecco il dolor, ch'a l'alma apre la via,
ecco la morte mia: in questo stato
ricordarmi la gioia e 'l ben passato!
Lieti, festosi giorni,
d'ogni vaghezza adorni; notti mie,
vie più chiare ch'il die, spesso biasmate
per esser troppo grate e troppo corte;
avventurosa sorte, stelle amiche,
riposate fatiche, grata noia,
suavissima gioia e dolce pena
d'ambrosia e nettar piena; o solo obblio
d'ogni tormento mio, care bellezze;
o soavi dolcezze, quali e quante
n'ebbe mai lieto amante, o uom che sia;
poi che la donna mia da me vi tolse,
ditemi, chi v'accolse? dove sete?
In Flegetonte o in Lete? Ahi, mondo cieco,
qual ben durò mai teco? Or odi, e nota,
come l'instabil rota ov'era affisso
volsemi al cieco abisso, ov'or mi tiene.
Mentre godea il mio bene, e lieto io stava,
la fé che mi mostrava quest'iniqua
vincea qualunque antica mai si scrisse.
Quante volte mi disse: Ah mar di gioia,
quanto veggio m'è noia e quanto ascolto
ove non è il tuo volto! Io ciò credea:
miser, non m'accorgea, ch'il falso petto
copriva altro concetto, altro desio,
dando a nuovo amador quel che fu mio.
Pensando a che vo' dirti,
si sommergon gli spirti, e trema il core,
e per troppo dolore io mi confondo.
Deh, se senz'occhi al mondo io fosse nato,
quanto più fortunato mi vivea,
poi che veder dovea quel c'ho veduto!
Ma sì largo tributo avrò da loro,
che, se principio fôro a tanto affanno,
piangendo d'anno in anno in maggior vena,
avran da far la pena col peccato.
Se 'l Ciel cangi il tuo stato, basti questo;
non mi far dire il resto, non per dio!
Perché de l'esser mio pietà s'avesse,
vorrei ch'ognun sapesse il mio cordoglio,
ma quel per cui mi doglio fosse occolto.
Anzi il contrario, stolto, par che preghi,
quantunque ad altri il neghi, e tragghi appresso.
Negarollo a me stesso, a chi più tocca?
Benché chiuda la bocca, e taccia il vero,
tacerallo il pensiero? A che più 'l celo?
Così il sapesse il cielo, il mar, la terra,
quanto fra l'un si serra e l'altro polo,
e no 'l sapesse io solo, di ciò tristo!
Così l'avesser visto uomini e dei,
e fosse stato occulto a gl'occhi miei.
Ahi, madre mal accorta!
Poi che il veder m'apporta un sì gran pondo,
perché senz'occhi al mondo non mi desti!
Un dì ritrovo questi ... O pena atroce!
già mi tronca la voce il troppo duolo!
La vite da me solo amata e colta
vidi in altr'olmo avvolta, e 'n gioia e in pace;
l'edera mia seguace dal mio scinta
e in altro muro avvinta i vaghi rami,
ch'erano miei legami; e i torti passi
vider questi occhi, lassi, e non fu sonno!
Da indi in qua non vonno altro che pianto.
Il duol mi vinse tanto in quel momento,
che, de la vita spento e fuor de' sensi,
non fei quel che convensi a tant'ingiuria.
L'alma, per troppa furia alzata e mossa,
mandò per dentro l'ossa un tardo orrore,
ch'il natural calore a sé raccolto,
quasi di vita sciolto caddi a terra.
Lasso, in qual si sia guerra a cui si pente
si perdona sovente ogni altr'offesa;
ma chi l'iniqua impresa avien che segua
come può dimandar pace né tregua?
Né già contenta ancora
d'aver spent'in un'ora ogni mia gioia,
per farmi maggior noia andò più avante,
et al novello amante, a cui l'ingrata
di sé parte avea data, diede il tutto.
Crudele, è questo il frutto? E la mercede
de la mia cara fede questa è dunque?
O misero chiunque in donna spira!
O legge iniqua e dira, o desir torto!
Senza che fusse morto il ver signore,
far nuovo possessore e spogliar lui!
Qual rimane colui, ch'in mezzo ai campi,
dopo a' coruschi lampi e 'l tuonar spesso,
cader si veggia appresso ov'ei si trove
le saette di Giove; tal rimasi
dopo gl'acerbi casi io sconsolato,
de la terra gettato al duro grembo,
e avvolto d'un nembo oscuro e denso.
Mentre gli spirti, il senso ivano errando,
quella parte cercando ch'è più interna,
per far mia voce eterna di querele,
la donna mia crudele e 'l mio rivale,
l'onor posto in non cale, fuggir via.
Dove ella gisse via, dov'ella fosse,
non so, da l'or che mosse l'empio passo.
In cotal guisa, lasso, fui deluso,
da l'empia donna escluso e d'ogni pace;
ma, quel che più mi sface, o fatto strano!
Cavai me con mia mano e posi altrui
nel gioco dove io fui; giusto dolore,
la cui memoria il core ancor mi strugge.
Lasso, che l'alma fugge da le membra,
ogn'or che si rimembra di quel giorno!
Né trovo altro soggiorno ch'il mio pianto,
che mi consola alquanto, e sempr'è meco,
ché per gran lacrimar son quasi cieco.
Così cieco son io,
poi che l'almo sol mio qui non riluce,
ma di sue nove luce ha il cielo adorno,
facendo il breve giorno eterna notte;
così fur svelte e rotte le radici
de' miei desir felici, l'alte cime
del mio sperar sublime andar sotterra;
così dal cielo in terra fu il mio salto.
Ben ch'il cader fuss'alto, peggio fia;
ché la ruina mia non vede il fondo.
La bell'alma dal mondo dipartita,
vago di cangiar vita tanto amara,
la patria a tutti cara abbandonai,
né da quel giorno mai ver lei son volto.
Di neri panni avvolto e di duol pieno,
albergando al sereno, al verde, al chiaro,
ad ogn'altro più caro ch'a me stesso,
sconosciuto, dimesso, afflitto e vile,
seguendo il duro stile ch'allor presi,
cerco gl'altrui paesi disperato;
né vo deliberato in parte alcuna,
ma la cieca Fortuna e 'l piè mi mena.
Ecco qual è la pena e 'l dolor mio!
Or vedi tu, per dio, se giustamente
sovr'ogni altro dolente io mi querelo.
Dico, che sotto il cielo ad uom non lice
nomarsi più infelice: è più beato
ognun di me, nessun più sventurato!
Per quella bella e dispietata donna,
ch'andar mi fa sì lagrimoso e mesto,
peregrin mio, ti giuro,
ch'ora che tue fortune ho ben notate,
quant'avea di me duol, di te ho pietate.
De l'altrui mal quel solo
ha compassion, che sa che cosa è duolo.
Ma, tra la tua pietade e 'l mio dolore,
mi scalda il petto un raggio di furore
udendo dirti, ch'il tuo stato è tale,
ch'avanza ogn'altro male.
Io dico, che non è, né fu, né fia
morta più fiera de la vita, mia.
Deh, per pietà, no 'l dire!
Ogni gran duolo in sino al giorno estremo
può divenir per la speranza scemo:
la cagion del tuo mal, mentre che vive,
perché mutar può stato,
ti dà sperar, non che di te ti prive.
Ma io, dolente, cieco, sconsolato,
con qual speranza scemerò il martire?
S'oscurato è 'l mio sol, morto il mio bene,
chi mi può dar più lume o trar di pene?
Anzi la speme è quella
ch'al mio lungo martir dà nutrimento.
Perché non ha rimedio il tuo dolore,
mancando ei da se stesso a tutte l'ore,
non può lunga stagion languirsi al vento.
Ma io son diventato un nuovo Tizio,
che non ho fine al mio perpetuo esizio:
mai l'un di due da me non si divide,
e la speranza mi ritorna in vita;
così la pena mia si fa infinita.
Acciò che d'ambidue
qual sia maggior si mostri,
paragoniamo insieme i dolor nostri.
Ambe le donne fer da noi partita:
la tua si fe' d'altrui,
la mia lasciò la vita;
tant'è dunque il tuo mal del mio men forte,
quant'è men duol l'invidia che la morte.
Un è 'l giusto dolore,
un è 'l pensier ch'a lagrimar t'invita:
pensar che la tua donna è fuor di vita.
I miei son mille e mille e mille ognora:
il ricordar quant'ho per lei sofferto,
il guiderdon tanto contrario al merto,
e, quel ch'il mio dolor fa sempre nuovo,
l'ingorda gelosia, ch'ognor m'interna:
ridurmi a mente il giorno
che, me lasciando, in man d'altrui si diede,
mirar la rotta fede e l'altrui frode,
pensar sovente — ahi lasso! e chi sa, s'ora ...
se quel per cui m'affliggo altri si gode? —
Quanti pensier, quanti concetti movo,
tanti martir, tanti tormenti provo.
Amor, quand'egli alberga in cor gentile,
quand'ha quel ben che s'ama, qual s'intende?
Per me l'intendo io tale:
amar tuo bene e disamar tuo male,
e ch'un medesmo duolo ambedue offende.
Or se quell'idol mio, se quel tesoro
veggio morir, non vuoi che mi sconforte?
Quanto è maggior d'ogn'altro mal la morte,
tanto convien che sia
maggior d'ogn'altro duol la pena mia.
Se non ti spiace il dire,
il nome tuo mi sarà caro udire;
che sappia almen, partito che sarai,
de l'esser tuo, come del mio tu sai.
Se la memoria, che 'l dolor m'ha tolto,
non m'ha quest'altro ancor posto in oblio,
Filauto al tempo lieto mi nomava,
allor ch'il mondo e me medesmo amava:
or che dolente e sconsolato vivo,
e son del mondo e di me stesso privo,
qual sia non ti so dir, ch'ei non mi lice;
ma vedo ben, che misero o infelice
ben ragionevol fia ch'ognun mi nome,
poi che qual è la vita tal è il nome.
Filauto mio, vôi dunque,
ch'io languisca contento
di quel che a lui dà gioia, a me tormento?
No 'l posso far. Quanto è 'l mio duolo immenso
ogni volta ch'io penso,
ch'io vivo vita dolorosa et egra,
e di quel che m'attristo altri s'allegra!
Ben ch'il gioir sia tolto,
pur de l'amato volto
t'è rimasa la dolce e cara vista.
Ma io, che, privo del maggior mio bene,
di quanto il ricco mondo in sé ritiene
cosa non veggio mai,
che mi conforti ad altro ch'a trar guai,
e d'accrescermi duol cagion non sia ...
pensa, qual esser può la pena mia!
Ahi misero, e che dici?
Anzi, il vederla a me dolente före
un inasprir la piaghe a tutte l'ore!
E qual pena è maggior, qual duol più rio,
ch'in mano altrui veder quel che fu mio?
Et io, qual fido amante,
d'ogni grave martir lieto vivrei,
s'il mio bel sol splendesse a gli occhi miei;
ché gia molt'anni son, che, di lui privo,
per maggior duol, non già per viver, vivo.
Non è dolor sì grande,
ch'a poco a poco il tempo via no 'l mande:
più antico essendo il tuo del mio dolore,
convien che sia minore.
Anzi, il contrario par cagion ch'io dica!
Perché la piaga è antica,
non è rimedio che sanar mi possa;
ch'il male è penetrato in sino a l'ossa.
Appaga il tuo cordoglio
sol in pensar, che, se da te si sciolse
tua donna, Dio, non uom, te la ritolse.
Et io per ciò mi doglio!
Ch'allor il mal più pesa,
quando t'offende chi non teme offesa.
Per cortesia, Filauto,
non m'esser nel contender più molesto:
perché a forza d'essempio o di ragione
il mio dolor non cede;
ch'altro che quel che sente il cor non crede.
Qual rabbia, qual furore e qual disdegno
puote agguagliarsi a questo:
veder in man d'altrui quel guiderdone,
di cui le mie fatiche mi fean degno?
Perch'il parlar t'annoia,
rispondi a questo, e fia tal lite corta:
vorresti che tua donna fusse morta
allor che nel tuo amor vivea costante,
per non vederla in man d'un altro amante?
Se dirai no, tu affermi ch'il dolore
che vien da morte sia del tuo maggiore;
se dirai sì, quel ch'a lei noce brami,
e, bramando il suo mal, dunque non l'ami.
Avea più gran desio
di pianger sol, che di contender teco!
Poi che Fortuna qui volse guidarte,
vaga ch'oggi il mio duol forse s'estingua,
lasciando del parlar l'alta contesa,
cosa ch'al mio dolor si disconviene,
delibero con l'opra dimostrarte
ch'il mio dolor avanza le tue pene.
Non so, s'a tanta impresa
la mano avrà l'ardir ch'ebbe la lingua:
io vo' dinanzi a te darmi la morte;
perché conosca, che mia dura sorte
m'addusse a tal, che, forsennato e cieco,
desiando al mio mal porgere aita,
stimai miglior la morte che la vita.
Né vincerai con questo;
ché per finir un duol lungo e mortale
la morte è lieve male;
anzi, chi vive in doglia
la morte è 'l maggior ben ch'attender soglia.
Ond'io, per non mostrarmi da te vinto,
se fui secondo al detto et al pensiero,
sarò al morir primiero.
Così dal miser corpo, a forza spinto,
questo spirto infelice uscendo prima,
al tuo fia scorta nel tartareo clima.
Or questo non fia mai!
Rigido ferro, va, sprigiona l'alma
fa' che di tante morti io porti palma.
Alma, va via, non ti doler; tu sai,
ch'un viver come il nostro, pien d'affanni,
non sperava altra fin dopo molt'anni.
Deh, ferma, per pietate!
E, se ti mosser mai lacrime e prieghi,
fa' ch'oggi al pianger mio più non si nieghi.
Poi che nostra ventura
vagando n'ha congiunti in questo bosco,
già destinato a nostra sepoltura,
disposti ambo al morire,
fammi la vita mia prima finire.
Non ch'io contenda e voglia nel dolore
mostrarmi vincitore;
anzi mi dò per vinto, e me 'l conosco;
ma bramo andar per la medesma via
a ritrovar la morta donna mia.
Perché morendo io prima,
avendo in ciò sbramato il fier desio,
mi dilettava acciò ch'al morir mio
non abbia né diletto né contento,
adempi il tuo voler, che te 'l consento;
e visto il modo onde tu pria morrai,
potrò morir più fieramente assai.
Deh, per mio amor, mentre cerchiamo il loco
al morir nostro comodo e secreto;
come coloro a cui il morir duol poco,
andiam cantando alcun bel verso lieto:
e se d'umana orecchia il loco è voto,
alla terra et al cielo almen fia noto,
quanto è contraria a gli altri nostra sorte;
ché ciascun piange, e noi cantiamo, in morte.
Forse, vista la gioia
che n'apporta il morir, la morte ria,
vaga del nostro mal, fuggirà via.
Ma come può fuggire?
Il viver può vietar, ma no 'l morire.
Comincia, orsù: ch'io, presto nel seguire,
non mi trarrò dal dire;
se ben dissona il suon, ché gloria e fama
non vuol dal canto chi la morte brama,
né a' sensi nostri, di morir ingordi,
convien canto ch'accordi.
A che più lungo indugio?
Or qui si ponga fine al viver nostro.
Ferro, di pianger mio solo rifugio,
apri de l'alma il tenebroso chiostro;
eccoti il petto ignudo,
ecco la via del core. Oimè dolente!
Il core, ho detto? Ahi lingua sciocca e ria,
or non sai, ch'ivi stassi la mia diva?
Perché, s'al mondo è morta, in esso è viva.
Gitta, mano omicida, il ferro crudo!
O sol degli occhi e de la vita mia,
perché so veramente,
che qui con la sua man ti pose Amore,
per non offender te, perdono al core.
Ben tenne lungo tempo
la fiera donna mia nel mio cor regno;
ma insieme col diletto
sen gìo fuor del mio petto,
e sol ne la memoria si riserba:
ché s'io credessi certo,
ch'ella vi fusse, or come avrebbe ardire
la mano di ferire?
Or poi che fu sì altiera e sì superba,
che così fido albergo prese a sdegno;
aprendo lui, farò l'anima uscire:
perché conosci aperto,
ch'ella fu del mio cor sì dolce salma,
che, partendo da lei, si parte l'alma.
Or ecco il mio riposo:
quest'alta quercia della morte mia
ministra e testimonio io vo' che sia.
Non ti sdegnar, o albero di Giove,
di dare al corpo mio grato sostegno,
benché sia miser peregrino indegno;
non ti sdegnar, mentre la carne langue,
soffrir le macchie del mio sparso sangue.
Forse, Colui che 'l tutto tempra e move,
mosso a pietà del caso lagrimoso,
chi sa, s'ancor potria,
cangiato il volto e l'invecchiate chiome,
dar a mia morte e a te perpetuo nome?
Et io, ben che disposto
era a trar l'alma fuor del carcer cieco
col duro ferro e col mio propio braccio,
or son contento di morir qui teco
ne l'arbor stesso e nel medesmo laccio;
perché, mirando i corpi morti nostri,
chiaramente si mostri,
che ne fu data in sorte
egual doglia, egual vita et egual morte.
Alcinio, anzi ch'io moia,
se non ti spiace o duole,
io vo' ridurmi a mente
le divine bellezze, ch'avea seco
la bella donna per cui vivo cieco:
non già con le parole,
perché troppo il morir prolungherei,
ma col pensier, tacendo, dolcemente;
non ch'io speri scemar i dolor miei,
ma acciò, pensando quanto più fu in lei
la beltade, il valor, la leggiadria,
tanto si faccia più la doglia mia.
Anzi io, se t'accompagno
al duolo e al morir fiero,
accompagnar ti voglio anco al pensiero.
Non per riposo, ma per dar più loco
a l'instabil pensier, posiamci al rezzo;
et io fra questo mezzo
vo' ricordarmi quanta festa e gioco,
quanta gioia e dolcezza ebbi già mai,
dal primo dì che la mia donna amai;
acciò che, rimembrando il ben passato,
cresca l'angoscia del presente stato.
Deh, taci, lingua! Ahi lasso!
tutt'altro con silenzio ho trapassato;
ma giunto a quei che cieco mi han lasciato,
a voi, dico, occhi, dove Amor'fea nido,
io non posso affrenar la voce e il grido.
O lumi, o stelle, o sol de gli occhi miei,
or, s'oggi vi mirassi anzi il morire,
con quanta gioia l'alma uscir farei!
Luce del mio pensier, ben posso dire:
da che pose a voi Morte eterno velo,
per me rimase senza sole il cielo.
Lasso, ch'io pur passava
senza querela e senza pianto il tutto;
ma, ricordando il primo giorno e l'ora,
che la speranza mia produsse il frutto,
tacer non posso, né 'l parlar mi giova.
O fausto giorno, che spargesti fuora
i tesori d'amor gran tempo ascosti,
qual lapillo sì candido si trova,
che segnar ti potesse tal qual fosti?
O fausto giorno, ond'io beato fui!
Oimè infelice, e quanto fu diverso
da te quel dì perverso,
che io vidi ogni mio bene in man d'altrui!
Due giorni posso dir che fer mia guerra:
l'un m'alzò in ciel, l'altro mi spinse a terra.
Lasso, chi può tacere?
Orsù, comincia a dir, saziati, lingua,
pria che la voce con la vita estingua;
vaghi pensier, pingete con parole
l'alta beltà del mio oscurato sole.
Et io tacer vorrei?
Comincia, lingua mia, prima ch'io moia,
a raccontar ogni passata gioia;
però sii accorta, ch'il parlar sia tale,
che, raccontando il ben, non scemi il male.
O vaghe chiome, o lacci del cor mio!
Non eran quei leggiadri e bei capelli,
per dir il ver, di color d'ambra o d'oro,
come convien ch'in bella donna sia;
ma d'un mezzo, fra 'l biondo e 'l nero, tinti.
Né ti sia meraviglia, s'eran belli:
ché, come l'armonia
col varïar di voci ha più dolcezza,
così 'l candido volto e 'l vago crine,
dal bel color distinti,
l'un dava all'altro via maggior bellezza.
O terso, puro, crespo e lucid'oro,
quanta gioia provai,
quante volte beato anco chiamai
il giorno ch'il mio cor fra te s'involse!
E tu, cor mio, ch'il ver non mi giuravi,
quando fra quei bei nodi lieto entrasti,
ché t'era un carcer tal sì lieto e caro,
ch'il goder libertà pareati amaro;
poi ch'altri ivi legando, te disciolse
l'iniqua donna, o misero, che fai?
Perché non mandi agli occhi tanto umore,
che piangan la mia morte e 'l tuo dolore?
Onesta e chiara fronte
fra tempie di cristalli e di diamanti,
scudo di castità, specchio d'amanti,
dove sovente ho letto
quant'ho d'amor pensato e quanto ho detto;
tranquille ciglia, anzi invittissimi archi
ne l'onde stigie tinti,
de' cui stral di mie piaghe in copia spinti
porto ancor l'alma, el cor, gli spirti carchi;
ben si può dir da chi più voi non mira:
Amor la corda e l'arco indarno tira.
Sincera e lieta fronte,
oblique ciglia ... oimè, di che ragiono?
In dir di lor sovviemmi il tempo e 'l loco,
che prima apersi il mio coverto foco.
Io vidi al primo suono
de le tremanti e rotte mie parole
quella serena fronte perturbata,
stringersi in pieghe il bel ciglio raccolto,
come orgoglioso sdegno pinger suole;
poi, subito cangiato,
dipinto di pietà vidi il bel volto:
onde mi fe' soavemente insieme
agghiacciar di paura, arder di speme.
Occhi soavi.... ahi lasso, e che diss'io?
Occhi? non occhi; e che? non so che dire.
Ancor che da la terra io prenda ardire
poggiar al ciel, che fo? S'io dico — o stelle —,
mento; non fur già mai, né fian sì belle;
s'io v'aguagliassi al sol, nulla direi,
perché già l'ho vist'io con gli occhi miei
porsi di nubi un velo.
Che dunque dir potrei?
Perdonate voi stessi il fallir mio,
se non ritrovo il come;
ché la troppa beltà v'ha tolto il nome.
Occhi miei, che gran tempo
de l'altezza d'amor portaste il vanto,
mentre benigna apparve in ciel mia stella
qual dolcezza era quella,
quando, al mirar de' lumi onde sempre ardo,
si feano incontro l'uno e l'altro sguardo,
e, come in vetro appar quel dentro fuori,
così negli occhi traluceano i cori!
Occhi, che gli occhi miei lasciaste in pianto;
se voi fuste cagion del viver mio,
or come senza voi viver poss'io?
Chiare, vermiglie guancie,
ove sovente ho visto in spazio breve
lucere il foco e biancheggiar la neve!
Amor, la vita mia durerà poco,
come già vedi e sai;
ma se cent'anni ella fermasse il piede,
per altra donna mai
non bastaresti a riscaldarmi il core.
Com'esser può, ch'un arda senza foco?
Come può desiar un che non arde?
Poi ch'il vermiglio e candido colore
nel volto del mio sol più non riluce,
tu non hai fiamma, et io non ho più luce.
Care et amate guancie,
mentre fiamma e desire
eguale in noi s'accese,
quante fïate, ahi lasso!
mentre che Amor di voi mi fu cortese,
tutto il ben che gli amanti oggi trastulla,
posto con quel ch'ebbi io, sarebbe nulla!
Or che di voi son casso,
tutto il martir, ch'è nell'eterno loco,
al paragon del mio sarebbe poco.
Bocca, che mille volte,
con l'armonia de' dolci e lieti accenti,
fermaste in terra l'acque, in aria i venti;
rubini e perle, onde spirar solete
quell'odorifera aura del bel fiato,
che refrigerio all'ardor mio porgete,
e quel soave riso,
che mi mostrava aperto il paradiso,
e mi facea beato;
oimè, che nova fiamma il cor mi tocca!
Oscura a gli occhi miei, gradita bocca;
poi ch'il parlar di te tanto mi noce,
perché non esce fuor l'alma e la voce?
Bocca soave.... ahi lasso!
Ove ne vo? Già cominciamo a entrare
de l'amorose gioie al dolce mare.
Cor mio, allor di festa, or di duol carco;
alma, che nel toccar de' bei coralli
già foste per uscir, già foste al varco;
misere labbra mie,
s'avvien che per dolor la lingua falle;
chi poria dir, quanto fu il nostro bene,
quanta dolcezza corse per le vene,
quel sempre caro e fortunato dìe,
ch'il primo bacio sì soavemente! ?...
Oimè, oimè dolente!
Ove son io, compagno di mia sorte?
Dammi la man, soccorri! Io vado a morte.
O misera sventura!
Dunque mestier mi fia
pianger due morti nella morte mia?
Pensava ir prima; or mi convien seguirti.
Lasso, tu se' pur morto!
Il volto è tinto, gli occhi non han luce.
Vaghi, dispersi, inamorati spirti,
per quella donna ch'a fuggir v'induce
(posto da parte il ricevuto torto),
se punto del suo nome vi rimembra,
tornate, prego, a le lassate membra!
Ah fiero, disleale,
cagion d'ogni mio male!
Deh, car compagno mio,
qual gran dolor sì ratto
t'avea di senso tratto?
Et or qual nuova furia
ti spinge a farmi ingiuria?
Non m'adiro con teco,
ben ch'abbi prolungato il mio gran scempio,
ma di quel traditor malvagio et empio,
che del mio bel tesor mi pose in bando.
Mentre le gioie mie giva narrando,
già presso a dir quanto piacer mi porse
il primo bacio de la donna mia,
nella mente mi corse
il modo, il loco e l'ora,
che toglier vidi altrui, con mio gran duolo,
il ben di cui credea vantarmi solo.
Deh, s'in memoria eterna al mondo sia
la morte tua, non più non più dimora!
Ché tanto moro più, quanto più vivo.
Poiché la vita e l'indugiar t'annoia,
andiamo, Alcinio mio;
ché di morir non men di te desio.
Alme, divine e singular bellezze,
se di voi non ragiono,
come pensai quando al principio fui,
vi chieggio umil perdono.
Non crediate, ch'io taccia
perché il parlar di voi forse mi spiaccia;
ma per dar fine al pianger di costui
e per non far più lungo il mio tormento:
perché sì nove, tante e tai dolcezze,
in dir di voi, correr nell'alma io sento;
che si potrebbe far sì ardita e forte,
che poi non avria forza in me la morte.
Ecco il mortifer laccio,
ad ambo i colli comodo e opportuno:
il troncaremo, e prenda il suo ciascuno.
Meglio è lasciarne ambo annodati insieme;
perché, le parti estreme
dal doppio peso in giù tirate e scorte,
l'un fia ministro a l'altro di sua morte.
Ecco la palma e 'l lauro,
ch'in segno di trionfo oggi mi dànno
il mio onor, la mia fede e l'altru' inganno.
Crudel, s'in darvi il core
fui sol, se v'amai sol, e se fui solo
a le piaghe, a l'ardore,
al pianto, a le fatiche et a la fede;
deh, perché non fui solo a la mercede?
s'al perder solo fui, perché al guadagno
mi giungeste compagno?
E se compagno, ingrata,
mi desti al pro, perché me 'l togli al danno?
Quanto si scemerebbe del mio duolo,
quanto la morte mi saria più grata,
se chi si vive del bel cibo mio
morisse qual moro io!
Duolmi, che non sei, laccio,
di ferro o d'altro, tal che lunghi tempi
qui ne serbassi agli infelici esempi.
Ma fa', vivo Signor che 'l tutto vedi,
s'a pietà mosso, vuoi
dar ad alcun di noi
la ricompensa de la morte sua,
tal grazia ne concedi:
quella catena tua,
che vivi ne tenea legati e presi,
fa' che ne tenga morti qui sospesi.
Cara nemica mia,
benché per voi sì fieramente moia,
non mi duole il morire,
poiché peggio che morte è 'l mio martìre.
Duolmi, che, morend'io,
morran meco quegli occhi che v'han visto,
e che speravan di vedervi ancora;
morrà la lingua che parlò di voi,
e l'orecchie che spesso v'ascoltaro;
e, quel che più m'attrista,
morrà quel cor ch'un tempo vi fu caro.
Ma, benché tanto duol troppo m'annoi,
sperando che vi piaccia il morir mio,
lieto alla morte volo,
e col vostro gioir tempro il mio duolo.
Vaghi, ardenti sospiri,
che verso il ciel ognor spiegate l'ale,
per giunger forse ove il mio sol risplende,
tornate giù; ché là non s'apron porte
a cosa ch'è mortale.
Se pur volar v'aggrada,
prendete un'altra strada:
ite al regno di Morte;
e, se priego mortal da lei s'intende,
fate che venga il più che può veloce;
ché quanto indugia più, tanto più noce.
Un sol pensier, morendo,
mi fa parer la morte assai men forte:
pensar ch'io giunsi ove ogni amante spera.
E s'il mio bel gioir in pianto è volto,
se mi ritrovo in stato sì dolente,
col ben passato tempro il mal presente;
e se mia donna altiera
può far che l'amor mio non le sia grato,
non può far che non sia quel ch'è già stato;
e s'ogni ben m'ha tolto,
m'è pur quest'una gloria almen rimasta,
ch'io posso dire — Io fui —: or tanto basta.
Amor, quantunque io moia,
d'una cosa, morendo, ho lieto il core:
non aver colto il frutto del mio amore.
Perché quella fallace e lieve gioia
saria qual ombra o nebbia dileguata,
ma la bell'alma ancor saria macchiata:
e forse io sentirei maggior dolore;
ché a quel pongon le tenebre più noia,
che dalla luce viene;
e a quel più noce il mal, c'ha tocco il bene.
Poi che da qua sei lungi,
donna crudel, la terra, l'aria e 'l sole
odano in vece tua queste parole,
pria che l'alma infelice scioglia e svele,
dando silenzio a tante mie querele.
Io ti perdono tutti i dolor miei,
tutte l'offese e i danni,
la rotta fé, gl'inganni;
né sol perdono a te, cui men dovrei,
ma a ciascun'altro onde più offeso sono.
Ad un sol non perdono:
a me medesmo; come a quel crudele,
che, per amare altrui, son stato espresso
traditor di me stesso.
Et io, fida mia stella,
come colui ch'offeso non mi veggio,
non ti perdono, ma perdon ti chieggio;
perché, subitamente
che la bell'alma tua vidi partita,
dovea partir la mia da questa vita.
Con le ginocchia chine, e con la mente,
perdonami, ti prego, alma mia dea,
se non son morto allor quando dovea.
Amor, se mai per caso,
mentre l'alma d'altrui dovea dolersi,
irato contro te le labbra apersi,
come uom che del suo mal si duole e pere,
chieggio perdon d'ogni passata offesa.
Deposto ch'avrà l'alma il mortal velo,
io non ti prego che la mandi in cielo;
ma fa' che, discacciata,
per le parti del mondo vada errando,
fin tanto che, vagando,
un dì ritrovi la sua donna ingrata,
e faccia fede a lei del morir mio;
e quel ben che vivendo ho perdut'io,
cangiando miglior sorte,
goda l'anima mia dopo la morte.
Amor, se mentre io vissi, benché poco,
per duolo, per sciocchezza e per furore,
t'offese mai la man, la lingua e 'l core,
benché di ciò, signor, non mi rammento;
perdon ti chieggio, e del mio error mi pento.
Io non depongo la terrena salma,
se non per seguitar la donna mia.
Concedimi, signor, che sciolta l'alma
possa andare a trovarla, ov'ella sia.
Ma se l'anima bella in parte regna,
ove la mia di gir non fosse degna;
mandala al sacro avventuroso loco,
ove sepolto giace il suo bel viso,
et ivi abbia l'inferno o il paradiso.
Cari, pietosi venti,
a veder la mia morte forse intenti,
mentre al morir vi par ch'io m'apparecchie,
portate, prego, a le benigne orecchie
de le donne quest'ultime parole.
Quantunque donna sia
la cagion sola de la morte mia,
di voi non fia già mai ch'io mi lamenti;
ché, s'una fu crudele,
qual ragion vuol che d'altre io mi querele?
Quel che da me si volse ancor si vuole:
di voi son stato in vita, come mostro;
dopo la morte mia pur sarò vostro;
e pensand'oggi, che per donna io moro,
dolor alcun del mio dolor non sento:
l'alma esce lieta, e 'l corpo muor contento.
Poi ch'ogni impedimento è di lontano,
va', fiero laccio, su i funebri rami;
poiché piace al dolor fiero et insano,
che quel che d'altrui s'odia, da noi s'ami.
Ferma l'ingiusto ardir, spietata mano!
Ché non consente il Ciel quel che tu brami.
Tòrnati indietro; non macchiar, per dio,
del non colpevol sangue l'arbor mio.
Ancor dunque entro agli alberi si serra
chi cerca prolungar gli affanni nostri?
Ahi sorte disleal, fiera e proterva,
in quante guise il tuo furor ne mostri!
Non più miser, non più; ch'il Ciel preserva
a più tranquilla vita gli anni vostri;
e se mi date orecchie, cose udrete
troppo maravigliose e troppo liete.
Allor saremo noi lieti e giocondi,
quando sarem varcati a l'altra riva.
Deh, s'è pur ver, che dentro rami e frondi
un'alma o deità si chiuda o viva;
o tu, qualunque sei, che qui t'ascondi,
o spirto umano o boscareccia diva;
se pur non sei, qual ombra dell'inferno,
venuta qui per farmi duolo eterno:
se né ferro, né folgore, né vento
mai l'arbor tuo non tronchi, sfrondi e srami;
s'al favor tuo concorra ogni elemento,
e sue bell'ombre ognun frequenti et ami;
poi che sol Morte mi può far contento,
lasciami qui morir fra questi rami:
ch'ingiuria, non pietà, mi par che sia
vetar la morte a chi morir desia.
Ombra infernal non son, né dea de' boschi,
ma son colei, ch'un tempo, sai ben quanto ...
Oimè, dunque esser può, che sì t'affoschi
la nebbia del dolor, l'acqua del pianto,
ch'a la voce et al dir non riconoschi
quella che viva e morta amasti tanto?
Non conoscon l'orecchie la favella
sì grata al core?
Dunque tu se' quella?
Lasso, che s'apre il cor! Dunque tu sei
la bella donna mia, l'alma mia diva?
Deh, s'egli è ver, fa' degni gli occhi miei,
che, qual tu sei, ti veggia, o morta o viva.
No no, pascer l'orecchie ben potrei,
ma non la man, non la virtù visiva.
Dormo o vegghio? Se dormo, piaccia a Dio,
che faccia sempiterno il sonno mio!
Se la preghiera mia non è superba,
narrami almen, poi ch'il mirar non lice,
se dal mondo ti sciolse morte acerba;
chi t'affrena qui dentro, alma felice;
qual mio destin qui chiusa oggi ti serba
a ritardar la vita mia infelice:
ch'un tanto mostro et un miracol tale
esser non può senza voler fatale.
L'invïolabil fede, il casto amore,
l'alta bontà, le lagrime, il martìre,
amici troppo cari del tuo core,
poscia che nacque in lui l'alto desire,
ebber nel terzo ciel tanto vigore,
che mi trasser qui giù, per impedire
la tua spietata e volontaria morte;
non già forza de' fati o ver di sorte.
Di cerchio in cerchio il sol, lustrando il cielo,
già riscaldò sei volte i segni suoi,
dal dì che, svelta dal mortal mio velo,
io lasciai lagrimosi gli occhi tuoi ...
Perdon, s'io tronco il dir. Deh, per quel zelo,
che a venir qui t'accese, di', se puoi,
qual fu la morte tua non nota mai.
Io vissi poco perché troppo amai.
Altro non ti dirò; ma che si sia,
basta che pure entrai del Ciel le porte;
e quella mente sì malvagia e ria,
che fu cagion della non giusta morte,
vinta restò da l'innocenzia mia
al giusto tribunal de l'alta Corte.
Qual celeste corrier, qual nume santo
portò nel ciel novelle del mio pianto?
Poiché del mio morir l'ora fu giunta,
sì come piacque alla pietà superna,
nell'empireo ciel fu l'alma assunta,
ove nel suo Fattor lieta s'interna,
e, d'ogni peso uman scarca e disgiunta,
si gode quella sede sempiterna,
in cui ragion non han né possa alcuna
tempo, morte, dolor ...
E che mi giova questa morta vita,
se teco ogni mio ben sepolto giace?
Se cosa oprasti mai da me gradita,
amami qui, mentre ch'al Ciel sì piace;
non invidiar mia gioia alta infinita:
e, se pur senza me viver ti spiace,
pensando al lieto stato ove son io,
tempra la noia tua col gioir mio.
E mentre parlar meco in terra puoi,
il desir di saper sazia et adempi;
dimanda pur, s'il ver intender vuoi,
e di passati e di futuri tempi.
Poiché mia morte turba i piacer tuoi,
donna, vivrò, benché fra danni e scempi.
Rimembrando ch'io son quella ch'io voglio,
col mio volere appaga il tuo cordoglio.
Ma dimmi, priego, alma cortese e pia;
del tristo viver mio quanti fian gli anni?
Poiché tua donna il tuo morir desvia,
lascia por fine a' miei gravosi affanni:
ch'io non attendo, che la donna mia
mi venga a liberar, ma mi condanni;
né spero, che, per lagrime o per prieghi,
il mio duro destin già mai si pieghi.
Deh, cangia meta, Alcinio, al desir fiero;
ch'uom non si dee sfidar mai di sua sorte.
Io vo' morir; poiché, morendo, spero
trovar la vita ascosa entro la morte.
O misero, qual doglia o qual pensiero
t'ha sì de la ragion chiuse le porte?
Che sarà tal morir, altro ch'un volo
di pianto in pianto, e d'un in altro duolo?
Il maggior duol, che mi darà l'inferno,
serà minor di quel ch'al mondo io porto.
Non senza grazia del Motor eterno
t'ha il piè, senza pensarvi, oggi qui scorto:
ché, s'egli è ver quanto nel Ciel discerno,
fia la tua vita lunga, il pianger corto;
onde, acquetando il duol che ti molesta,
ascolta, s'al mio dir fede si presta.
O degnamente cara al sommo sole,
perché al tuo dir non debbo prestar fede?
Tal fusser state vere le parole,
che l'iniqua mia donna al vento diede,
qual son le tue! Ché forse tal si dole,
che n'andria lieto; e tal gioir si vede,
ch'avrebbe duol: sì che incomincia a dire;
ch'io già comincio ad arder di desire.
Vincer quantunque possa il tuo furore
con più possenti e valide ragioni,
e sconsigliar l'inamorato core
con mille e mille a te care cagioni,
io non vo' dir se non: Deh, per mio amore,
cangia la voglia, e a viver ti disponi;
et aprend'io del Ciel gl'alti secreti,
prometto far tuoi dì festosi e lieti.
Alma gentil, benché la parte interna,
vie più che 'l volto, a te sia manifesta;
cagion non era a vincermi, ch'io scerna,
più possente e più valida di questa;
perché, mirando quella fede eterna,
quel vivo ardor, quella mercede onesta,
ch'al tuo fido amator mostri et apporteo,
non ti posso negar vita né morte.
Onde disposto io son a quel ti piace,
al vivere, al morir lieto ubidirti:
ma s'esser può, ch'in terra trovin pace,
o tregua almeno, i combattenti spirti;
mentre nel carcer tuo l'anima giace,
deh, fa' ch'oggi per grazia possa udirti:
mostrami il modo, insegnami il sentiero,
ond'io possa cangiar vita e pensiero.
Alcinio, il Ciel non vôl che tu ti lagni:
queta gl'alti sospir, serena il volto;
ché pria ch'il sol tre volte il carro bagni,
sarai d'ogni martir libero e sciolto;
e quel pensier, per cui t'affliggi e piagni,
in te morendo, in Lete fia sepolto:
non per volger del cielo o di pianeta,
si vedrà mai tua vita altro che lieta.
Dunque ha finito il corso l'empia stella?
Sarò dunque gioioso anzi ch'io moia?
E qual lieta ventura esser può quella,
che m'apporti cagion di nova gioia?
Dimmel, ti priego, alma beata e bella;
e se il mio dimandar forse t'annoia,
per dio, non m'incolpar di poca fede;
ché a gran speranza uom misero non crede.
Quinci i piè mossi, non, quai prima, in vano,
non lungo spazio calcheran la terra,
che giungerai nel fortunato piano,
che tante grazie al suo bel seno serra,
quante mai vide il Ciel, con larga mano:
qui troverai l'eccelsa, antica terra,
là dove il vincitor prima Aniballe
ai petti de' Roman diede le spalle.
Quest'è la terra al Ciel tanto gradita,
ch'il nome di felice all'altre tolle;
questa è la terra ch'a ben far t'invita,
e per altri e per sé tanto s'estolle.
No' la potrai chiamar altro che vita;
di tante grazie il Ciel ornar la volle:
qui si riserba a l'alte tue ruine
la lunga requie e 'l non sperato fine.
Due chiari, illustri e glorïosi spirti
han per eterni e cari possessori;
di cui, s'io desiassi in parte dirti
le troppo eccelse lodi e gli alti onori,
il sole, che sen vien, senza espedirti
trarria dal mar la nova luce fuori:
ché chiaramente in questi sol traspare
quanto natura e l'arte e 'l ciel può fare.
Qui lieto il viver tuo trapasserai,
sotto il presidio lor sempre beato;
non cosa basterà noiarti mai,
sì ferma fia la rota del tuo stato;
et a quella crudel tolto sarai,
che t'ha sì lungamente tormentato:
onde mi par, che ringraziar ben puoi,
che a tanto ben riserban gli anni tuoi.
Convien che vero, e più che vero, chiami
tutto ciò che da voi sento narrarmi;
ma ch'io viva nel mondo, e ch'io non ami
la donna mia, questo impossibil parmi,
ancorché sì m'offenda e mi disami.
Alcinio, non temer, perché quell'armi,
da cui sciolto sarai, son sì possenti,
che pon forzar le stelle e gli elementi.
La bella donna, ch'oggi il mondo onora,
quella a cui pare il Ciel non vide mai,
con l'eterno valor ch'in lei dimora,
in te spuntando de' begl'occhi i rai,
d'ogni antico martir ti trarrà fuora
il primo giorno sol che la vedrai.
Non dubitar, dà fede a mie parole:
ch'impossibil non è quel ch'il Ciel vuole.
Come fia questo, alma gentil? Deh, come
di tanto alto sperar mi leghi e vinci?
Ma se pur fia, deh, fa' ch'io sappia il nome
d'ambedue lor, pria che mi parta quinci;
perché sovente, con scoverte chiome,
chinato in terra, ad onorar cominci.
L'un, perché da Calisto e dal Ciel scende,
da l'antica sembianza il nome prende;
l'altra, da Quella ch'al suo casto velo
Quel che non cape il mondo avvolge e serra:
e sì come ella adorna e illustra il cielo,
così costei fa bella ognor la terra.
A pena la vedrai, ch'in casto zelo
fia volto il foco, e in pace ogni tua guerra;
e squarcierassi il velo antico e nero,
che agli occhi tuoi tenea celato il vero.
Come il serpente l'invecchiata spoglia
gitta, e la nova scopre al grato aprile;
così tu cangerai l'antica voglia,
prendendo de la vita un nuovo stile.
Né già mai fiamma, né pensier, né doglia
vivran dentro il tuo cor di cosa vile;
ch'ogn'ombra di viltà, che scorga altrove,
col sol de gli occhi suoi scaccia e rimove.
E come il sol, mentre la terra mira,
e liete erbette e vaghi fior produce;
così costei, dovunque ardendo gira
de' suoi begli occhi la feconda luce,
alti pensier, leggiadre voglie inspira,
et al sentier del ciel n'alza e conduce;
e là onde nasce il sol, ove s'annide,
altro lume non è ch'infiamme o guide.
Ma perché mi convien lasciar la terra,
ché di tornar al ciel è tempo omai,
perdona s'il mio dir mi stringe e serra,
e per conclusïon questo terrai:
quante famose e belle gir sotterra,
quante ne son nel mondo e fian già mai,
ben si potran tener liete e gioconde,
se seranno a costei terze o seconde.
O qual aura soave vienmi al volto!
Che prezïoso odor è quel ch'io sento!
Il ciel, che dianzi era di nube avvolto,
come è fatto sereno in un momento!
E qual alta armonia per l'aria ascolto!
O grazïoso, o angelico concento!
Che fiamma è quella che corusca lampi?
Par ch'il ciel rida, e che la terra avvampi.
Questo è il coro degli angeli che viene
a riportarmi in ciel con gioia e festa;
onde, senza indugiar, pensate bene,
se nulla, anzi ch'io parta, a dir vi resta.
E quanto puote il vostro dir s'affrene,
ché già son per partirmi in aria desta;
e se quel che chiedete non si nieghe,
l'albero in vece mia s'inchini e pieghe.
Però che di parlar più non mi lice,
restate in pace; e tu, Filauto mio,
drizza alla patria il piè; vanne felice,
e vivi senza me quanto vuol Dio.
E chi sì ratto, oimè, mi t'interdice?
Deh, per quel santo ardor, quel voler pio,
che a consolar ti spinse il mio gran pianto,
senza darmi risposta ascolta alquanto.
Alma di cui vuol Dio ch'il ciel s'adorni,
e resti il mondo oscuro e tenebroso;
quantunque senza te saran miei giorni
e tutto il viver mio mesto e noioso;
benché la patria, ove convien ch'io torni,
per me vôta sarà di tal riposo;
per ubidirvi andiamne, e, se duol sento,
vostra memoria avrò per nutrimento.