I DUE VICINI

By Giovanni Pascoli

Vissero un tempo due vicini in pace,

che avean comuni il campo il fonte il servo!

A tutti due dava stupito il campo

gli stessi cibi nelle stesse teglie;

mesceva il fonte acqua ad entrambi, ignaro

a qual mescesse, negli uguali orciuoli;

il servo quando era la greppia vuota,

attendea l'uno, con la paglia, o l'altro.

Sì; ma del campo era il terriccio a Trigo

utile, a Brigo l'untuosa argilla;

scendeva l'acqua ad inaffiar le piante

a Trigo, a Brigo a sciabordar la creta;

e robe e cose, della stessa terra

ma nate e fatte, someggiava insieme

l'asino: erbaggi e vasi.

Fredda, la terra: e pur ne fece un orto

Trigo ortolano. E primamente sparse

nera calena sopra le biancane.

E questo primo era un inganno al Sole,

ch'ha per le terre bianche odio; ma in quella,

che avea velato il suo pallor, s'infuse.

Né pago, mucchi egli elevò di piote,

lasciando buche, che inzeppò di frondi

di gambi e sterpi, e v'accendeva un fuoco

cieco, fumoso, ed il terren compatto

di scabro tufo e di porosa calce

poi mescolava; e ne allargò le vene:

sì ch'ei la terra fece come spugna,

spugna che tutto prende e tutto rende,

donde suggesse ogni radice il latte.

Né finì mai di spargervi sottile

cenere e rusco e graveolente fimo;

sì che la pioggia che già lì stagnante

specchiava il volo delle esauste nubi,

dopo sparì, parve sorbir le zolle,

vi brulicò, vi gorgogliò, rendendo

grato un odore al cielo.

Ma pur amava la cerulea creta

Brigo vasaio; e ben ve n'era in copia,

duttile e molle al pollice qual olio.

Ora egli fece un breve bozzo in terra,

ben levigato, e i quattro lati cinse

d'un muricciuolo, ove impastar l'argilla.

Eresse accanto la fornace, quadra,

con la sua bocca, ove introdurre i pruni

secchi e la stipa, ed appiccarvi il fuoco.

Alla dimora della chiara fiamma

contiguo fece il penetrale angusto

pei vasi, asciutti ma non sodi ancora;

che prima in alto, umidi sempre e molli,

vogliono a lungo, vogliono da lungi

udire il nuovo scricchiolìo del fuoco.

E poi la ruota collocò, robusta,

che mossa muove il lucido tagliere,

e fece l'asse a cui s'appoggia il tergo,

e la pedana a cui l'un piede ponta,

ma l'altro preme e fa girar la ruota

e la sua testa. Così ebbe il bozzo

e la fornace e il banco.

Ma prima prima avean pensato all'acqua.

Ce n'era un filo, sùbito bevuto

lassù dal vello soffice del mustio.

Ma poi, tra lisci ciottoli, giulivo

d'esserci ancora, gorgogliava a gara

coi merli d'acqua e con le capinere.

Quindi alla rana che chiamava l'acqua,

che dicea: Qua!, scendea l'incauto, e sotto

le larghe foglie s'addormia del loto.

Ma Trigo aperse al prigionier ruscello

un canaletto, in cui sgorgò, poi vispo

fuggì con tutto un tremolio di risa.

E Trigo in tanto, memore dell'orto

futuro, in fila pioppi neri e bianchi

piantava, lungo il fossatello, e salci,

per aver vinchi da legare ortaggi,

per aver rami da ramar legumi.

E il rio del pari ai due vicini amico

correva, ed ora scivolava al bozzo

ad impastare e sciabordar l'argilla

mazzangherata, ora, più lieto, all'orto

ad aprir semi, a ravvivar germogli.

C'erano, su pei salci, le ranelle,

che deridean, con brevi grida, quelle

lontane ignave rane.

Imprese allora l'asino comune

a someggiare l'una e l'altra merce

sul molto sopportante unico dorso.

Al passo andava, tinnulo e fiorito,

e Trigo e Brigo gli veniano ai fianchi,

lieti dell'alba e della via maestra.

Metteva or l'uno tra un boccal sonante

ed una brocca una ricciuta indivia,

poneva or l'altro un labile verzotto

dentro un orciuolo: ché per via s'aggiusta

(or l'uno or l'altro ripetea) la soma.

Negava il terzo, ed allungava il passo.

Ma si arrestava ai trivi ai ponti ai borghi,

volgendo le due lunghe ombre del capo,

se mai sentisse zoccolar di donne;

per ch'ei giungeva così bello e vario!

così squillante! ed opportuno a tutti.

Avea per questa il cavolo, il laveggio

avea per quella. Avea per gli uni erbuccie

e l'aglio a spicchi e la cipolla a doppi;

per gli altri avea la teglia che alle nocche

sonava come una campana a festa.

Rado era chi non gli prendesse almeno

un vaso per garofani od un mazzo

di ravanelli rossi.

Viveano dunque i due vicini in pace,

contenti, ognuno nella sua capanna.

E qualche volta s'indugiò sull'alba

la stella bella, due laggiù vedendo

da buoni amici zappettare un orto.

Ed altre volte quella stessa a sera

sbocciò più presto ad ammirar là basso,

in quel cantuccio, due vasai d'accordo.

Poiché nel tempo delle più faccende

correa ciascuno dalle sue minori:

sì che il vasaio si togliea dal banco

allor che l'altro al crescere del giorno

con una foglia proteggea dal sole

le sue piantine; e l'ortolano il solco

lasciava, e col pennato alla cintura

correva, quando l'altro alla fornace

metteva il fuoco. E con l'esperta vanga

Trigo tagliava la lustrante argilla;

e Brigo col manevole marrello

roncava al calcio i gracili fagiuoli;

e quello ch'era ad ambedue comune,

l'asino e il fonte, era comun pensiero.

E l'uno e l'altro, all'asinello, il dorso

duro strigliava, e l'uno e l'altro attento

porgea la secchia o rifornia la greppia.

E quando all'acqua o Trigo o Brigo il varco

schiudeva, Brigo l'accoglieva e Trigo,

nel bozzo entrambi o tutti due nell'orto:

due zappe a mota riducean la creta,

due zappe all'acqua aprian man mano il solco,

tra le assetate aiuole.

E quando un poco Brigo avea di scianto,

andava all'orto, a Trigo, a fargli motto,

a sfigurirsi d'una pianta nuova;

e in cuor godeva l'arte altrui, seduto.

Sedeva; e l'altro egli vedea bel bello

far col pennato a verdi canne l'ugna,

e in terra, l'una contro l'altra, oblique

figgerle. Un quadro era così, di canne.

Poi, dove si toccavano, con lenti

sottili vinchi, che teneva in bocca

pronti al lor uopo, le avvinceva insieme

tre volte o quattro, col miglior dei nodi;

ché le due canne ricingea d'un torchio

tenendo i capi tra due dita, e al capo

sottil volgeva e ravvolgeva il grosso;

poi, torto questo, ne impedia lo scatto

dandogli volta. Così, bella in vista,

sorgea la siepe, che la terra e l'aria,

con l'uggia delle foglie e col viluppo

delle radici, non prendeva all'orto;

eppur vietava alle galline il passo,

moleste avanti e più moleste addietro,

e al rosso gallo: ai piccioletti alunni,

no; ma il pulcino, becchi pur, non raspa.

A uno a uno la covata intera

dentro si versa; e su e giù la chioccia

invano corre, invano salta e svola,

e chiama singhiozzando.

E quando l'ozio era di Trigo, allora

andava al banco, a ragionar un poco,

a veder fare un'anfora od un coppo;

e in cuor godeva l'arte altrui, seduto.

Sedeva; e l'altro egli vedea di forza

picchiar mestare il duttile piallaccio,

come massaia, intriso ch'ha, rimena

e tra le palme fa schioccar la pasta.

Poi dal piallaccio egli strappava un pezzo,

a occhio, giusto, e brancicato alquanto,

passato alquanto tra le cave mani,

lo ponea tondo sul taglier pulito;

quindi moveva con un piè la ruota:

girava il disco, e sopra lui la palla

prendeva forma dalle industri dita,

ch'egli tuffava ad or ad or nell'acqua.

Ed ecco il vaso che facea sé stesso

mirabilmente, e s'incavava in prima,

profondo, in cerchio, e poi rapido e molle

cresceva intorno al vortice suo vuoto.

Crescea boccale pel razzente vino,

crescea per l'acqua pura anfora pura,

pentola cupa cara alla massaia,

testo di fiori alla sua figlia caro.

Tumido o sdutto, flessuoso o dritto,

con larga bocca o sottil collo, il vaso

da sé sbocciava, rorido, ad un tratto,

dalla sua tonda boccia.

E Brigo vide, né però con astio,

Trigo pôr mano, emulo agreste, all'arte

del suo vicino, e finger vasi anch'esso.

Ché l'ortolano non premea gli arbusti

nella lor buona puerizia ignuda,

posta a lor guida un'alta canna isnella:

diritti, sì, ma che la terra e il cielo

godesse ognuno senza alcun pensiero.

Ma poi lasciava, con l'età, sol, quanto

di barbe in terra, tanto in ciel di rami;

e lor tondea l'adolescente chioma.

Molto egli oprava intorno al calcio, in mezzo

alla corona, le sue forbici aspre,

radendo via le avide femminelle,

e per dar aria. I rami poi, svettati,

legava a un cerchio, che inseria, di salcio.

Così dopo le dolci acque d'aprile

Brigo stupiva tremolar nell'orto

anfore e vasi tutti foglie e fiori;

e questo aveva l'orlo verde e il piede

di bianchi fiori, e tutto bianco un altro,

di fior di pero, un altro tutto rosa,

di fior di pesco; che ferveano al sole

con un sussurro d'api.

E Trigo vide l'arte sua passare

in man dell'altro; a lui sbocciare i fiori,

spuntar le foglie; né però gli ebbe odio.

Ché Brigo il vaso, tuttavia bistugio,

tingea di lieve patina, che, soda,

poi lineava col sottil pennello;

e l'ortolano l'orto suo vedeva

pallidamente verzicar sul vaso.

Vedeva i rami de' suoi peschi, i mazzi

de' suoi ciliegi, i bianchi, i gialli, i rossi

suoi fiori, a spighe, a grappoli, a corimbi.

Vedeva i nastri delle sue gramigne,

le felci sue, le sue lingue di cervo,

che gli lambiano l'acqua della vasca.

Ma tutto stinto e languido; e il vasaio

pur lo velava d'una vitrea scorza.

Poi, come vivi uscian dal fuoco i bocci

dei rossi fiori, i gemmei rami lunghi,

le lingue curve e le pinnate felci!

E sul boccale si stendeva un tralcio

con le gommose pampane e il fior d'uva;

e il verde capelvenere sull'orcio

spandea le chiare piccole sue foglie

e i fini neri crini.

Ma, fuor che i giorni di mercato o fiera,

ozio avea sempre l'asino, e l'erbetta

sciolto pascea tra la fornace e l'orto:

né lieto in cuore; ché anelava ei sempre

di rivedere i borghi, i trivi, i ponti,

verde e squillante, e ben venuto a tutti.

Ond'ei strappava le gramigne in terra

irosamente, a destra a manca alterno

scotendo il capo con le due grandi ombre;

e d'uno all'altro de' tuguri ignavi

andando cupo, consumava il cuore,

ché troppo lungo gli parea l'indugio;

ché ciò ch'è prima, è primo.

E il grosso capo si vedea talora

sporgere, attento, con le acute orecchie,

sopra la siepe, e guardar l'orto. E l'orto

sotto il suo sguardo, nelle culte aiuole,

non crescea, no, ma verzicava in pace.

Qua molle e crespa di recente indivia

era una porca; là sorgeano i porri

già bianchi, e verdi de' nuovi agli i fili;

e il cavolfiore di sul torto gambo

mirava in terra il cavolo cappuccio.

La zucca in terra coi viticci il ramo

alto cercava per salire al cielo;

ed il carciofo le cuoiose pine

mettea, che invano egli educava a fiori;

ridea, di fiori, avvolto alle intrecciate

canne, il fagiuolo. E nati dal suo fimo

lodava accorto l'asino gli ortaggi,

e: Chi li fece se non io? diceva.

Ma poi guardava, con severi occhioni,

curvi narcissi, penduli mughetti,

rappe di ferruginei giacinti,

cesti odorosi di viole a ciocche,

dicendo: Un altro ammiri voi, non io!

Ma le api, donde non sapea, venute,

dicean la lode, col ronzio perenne,

là, di quei fiori, e col villoso corpo

aprian le labbra, senza danno, ai fiori

più virginali, ed anche aprian, sicure,

le bocche di leone.

Ed anche spesso al muricciòl del bozzo,

sui vasi in fila, belli e pronti, il capo

grosso appariva e le inquiete orecchie.

Pendeano tutti, dai minori ai grandi,

immobilmente da quelli occhi austeri.

C'erano, immani, senza braccia, dogli

fatti per l'ombra del celliere, e grandi

anfore ansate da portare in capo,

e buone al fuoco pentole, e laveggi

buoni alla fiamma, ed ampi orli di conche.

C'erano liscie pàtere, ed orciuoli

dal curvo becco, e snelli bricchi, e coppe

tonde, e sottili calici slanciati,

teglie, alberelli per le gabbie, larghe

ciotole, a cui beva il fanciullo e il vecchio,

tremuli entrambi. A lui piacean quei vasi

perché sinceri, e glorioso in cuore

dicea: Chi porta, se non io, la creta?

Ma torvo in altri egli vedea fioretti

fogline erbucce, che la pura argilla

gli avean macchiata, e nulla aggiunto al suono

del vaso, al suono che del vaso è il tutto.

Così sdegnava quel fiorir minuto

l'asino; e grato invece alle fanciulle

era; e qual d'esse avea sulla finestra

un testo di viole o di gerani,

allor che i bocci erano belli aperti,

diceva in lode de' natii suoi fiori,

che? che parean dipinti.

Allor, cadendo un dì d'april, che il cielo

sembrava nuovo, molle ancor di pioggia;

avea mandato un ultimo fringuello

l'ultimo verso, e qualche cirro in cielo

si fece rosso, e rosso in terra il fumo

della fornace, e: Qua! diceva all'acqua

che correa giù, la rana, e le ranelle

la deridean, la deridean dai salci;

la luna in alto s'indorò; più basso,

più presso terra, vennero le stelle;

ché si sentì, la prima volta, il canto

dell'usignolo. E prima gracchiò rauco,

facendo il verso all'importuna rana,

perché tacesse, e poi gittò tre note

e altre tre, per farlo a voi ranelle.

Taceste un poco. Egli alto chiese al cielo,

grave alla terra, se potea cantare.

Poi cominciò, ricominciò più volte

cantando piano tutto ciò ch'è buono.

Poi spicciolò, polverizzò nel cielo

un'infinita melodia d'amore.

Poi singultì, s'illanguidì, sì fioco,

come per pianto. Era il dolore. E poi...

E poi si spense. Era la morte. Allora

ricominciò di tutto ciò ch'è buono...

Sgrollò l'orecchie l'asino, pensando:

Oh! il tempo perso! Canto io forse? Io penso!

Pensava; e in cielo non lucea la falce

più della luna; un fitto era di stelle

lassù; nell'ombre vampeggiava il fuoco

della fornace: ed il cantor non visto

versava tra le stelle e l'ombre il canto

interminabilmente.

E presso l'alba l'asino randagio

entrò nell'orto dal cancello aperto;

ché l'ortolano col vasaio a prova

dalla fornace liberava i vasi.

Correa la fiera il giorno dopo: a quella

volea ciascuno i fiori suoi portare.

I fiori? Ed esso li volea guardare,

da presso, i fiori: non potea, le stelle.

Andò, guardò. Saggiar li volle; volle

sapere: attento dividea ciascuno

nelle sue parti, il lungo stelo e il capo.

Non buono il capo, non miglior lo stelo.

Sgradì giacinti, disprezzò mughetti,

schifì narcissi, nauseò viole.

E pestò tutto. Un bottoncin di rosa

gli parve meglio, e si forò le froge.

Ed ecco Trigo, ahimè! tornava e vide

quella rovina, urlò, minacciò, corse

per un bastone. Ma la siepe franse

l'asino e fece sotto sé le canne

scrosciare, e l'uno dietro l'altro in fuga

corsero, e, corri, corri ecco il tugurio

di Brigo, e i vasi ben composti in fila.

Dentro vi diede l'asino, e ne venne

vasto un fragor di cocci.

Dolenti in cuore Trigo e Brigo il giorno

per la campagna errarono piangendo

le lor fatiche. E videro ad un ramo

pendere un lungo grappolo, che spesso

dava in ronzii sùbiti e lampi d'oro;

d'api, dal buco forse d'un castagno

sciamate allora. E Brigo e Trigo accorti

stesero un panno e scossero a modino

l'albero e il ramo; e piovvero giù le api.

Così lo sciame avvolsero, e in un'arnia

diedero ospizio a quelle dolci amiche,

come eran essi, anch'essi ahimè!, dei fiori.

E i due vicini che viveano in pace,

ebbero i fiori e le api, ebbero sempre

ne' lor tuguri il miele.