I DUE VICINI
Vissero un tempo due vicini in pace,
che avean comuni il campo il fonte il servo!
A tutti due dava stupito il campo
gli stessi cibi nelle stesse teglie;
mesceva il fonte acqua ad entrambi, ignaro
a qual mescesse, negli uguali orciuoli;
il servo quando era la greppia vuota,
attendea l'uno, con la paglia, o l'altro.
Sì; ma del campo era il terriccio a Trigo
utile, a Brigo l'untuosa argilla;
scendeva l'acqua ad inaffiar le piante
a Trigo, a Brigo a sciabordar la creta;
e robe e cose, della stessa terra
ma nate e fatte, someggiava insieme
l'asino: erbaggi e vasi.
Fredda, la terra: e pur ne fece un orto
Trigo ortolano. E primamente sparse
nera calena sopra le biancane.
E questo primo era un inganno al Sole,
ch'ha per le terre bianche odio; ma in quella,
che avea velato il suo pallor, s'infuse.
Né pago, mucchi egli elevò di piote,
lasciando buche, che inzeppò di frondi
di gambi e sterpi, e v'accendeva un fuoco
cieco, fumoso, ed il terren compatto
di scabro tufo e di porosa calce
poi mescolava; e ne allargò le vene:
sì ch'ei la terra fece come spugna,
spugna che tutto prende e tutto rende,
donde suggesse ogni radice il latte.
Né finì mai di spargervi sottile
cenere e rusco e graveolente fimo;
sì che la pioggia che già lì stagnante
specchiava il volo delle esauste nubi,
dopo sparì, parve sorbir le zolle,
vi brulicò, vi gorgogliò, rendendo
grato un odore al cielo.
Ma pur amava la cerulea creta
Brigo vasaio; e ben ve n'era in copia,
duttile e molle al pollice qual olio.
Ora egli fece un breve bozzo in terra,
ben levigato, e i quattro lati cinse
d'un muricciuolo, ove impastar l'argilla.
Eresse accanto la fornace, quadra,
con la sua bocca, ove introdurre i pruni
secchi e la stipa, ed appiccarvi il fuoco.
Alla dimora della chiara fiamma
contiguo fece il penetrale angusto
pei vasi, asciutti ma non sodi ancora;
che prima in alto, umidi sempre e molli,
vogliono a lungo, vogliono da lungi
udire il nuovo scricchiolìo del fuoco.
E poi la ruota collocò, robusta,
che mossa muove il lucido tagliere,
e fece l'asse a cui s'appoggia il tergo,
e la pedana a cui l'un piede ponta,
ma l'altro preme e fa girar la ruota
e la sua testa. Così ebbe il bozzo
e la fornace e il banco.
Ma prima prima avean pensato all'acqua.
Ce n'era un filo, sùbito bevuto
lassù dal vello soffice del mustio.
Ma poi, tra lisci ciottoli, giulivo
d'esserci ancora, gorgogliava a gara
coi merli d'acqua e con le capinere.
Quindi alla rana che chiamava l'acqua,
che dicea: Qua!, scendea l'incauto, e sotto
le larghe foglie s'addormia del loto.
Ma Trigo aperse al prigionier ruscello
un canaletto, in cui sgorgò, poi vispo
fuggì con tutto un tremolio di risa.
E Trigo in tanto, memore dell'orto
futuro, in fila pioppi neri e bianchi
piantava, lungo il fossatello, e salci,
per aver vinchi da legare ortaggi,
per aver rami da ramar legumi.
E il rio del pari ai due vicini amico
correva, ed ora scivolava al bozzo
ad impastare e sciabordar l'argilla
mazzangherata, ora, più lieto, all'orto
ad aprir semi, a ravvivar germogli.
C'erano, su pei salci, le ranelle,
che deridean, con brevi grida, quelle
lontane ignave rane.
Imprese allora l'asino comune
a someggiare l'una e l'altra merce
sul molto sopportante unico dorso.
Al passo andava, tinnulo e fiorito,
e Trigo e Brigo gli veniano ai fianchi,
lieti dell'alba e della via maestra.
Metteva or l'uno tra un boccal sonante
ed una brocca una ricciuta indivia,
poneva or l'altro un labile verzotto
dentro un orciuolo: ché per via s'aggiusta
(or l'uno or l'altro ripetea) la soma.
Negava il terzo, ed allungava il passo.
Ma si arrestava ai trivi ai ponti ai borghi,
volgendo le due lunghe ombre del capo,
se mai sentisse zoccolar di donne;
per ch'ei giungeva così bello e vario!
così squillante! ed opportuno a tutti.
Avea per questa il cavolo, il laveggio
avea per quella. Avea per gli uni erbuccie
e l'aglio a spicchi e la cipolla a doppi;
per gli altri avea la teglia che alle nocche
sonava come una campana a festa.
Rado era chi non gli prendesse almeno
un vaso per garofani od un mazzo
di ravanelli rossi.
Viveano dunque i due vicini in pace,
contenti, ognuno nella sua capanna.
E qualche volta s'indugiò sull'alba
la stella bella, due laggiù vedendo
da buoni amici zappettare un orto.
Ed altre volte quella stessa a sera
sbocciò più presto ad ammirar là basso,
in quel cantuccio, due vasai d'accordo.
Poiché nel tempo delle più faccende
correa ciascuno dalle sue minori:
sì che il vasaio si togliea dal banco
allor che l'altro al crescere del giorno
con una foglia proteggea dal sole
le sue piantine; e l'ortolano il solco
lasciava, e col pennato alla cintura
correva, quando l'altro alla fornace
metteva il fuoco. E con l'esperta vanga
Trigo tagliava la lustrante argilla;
e Brigo col manevole marrello
roncava al calcio i gracili fagiuoli;
e quello ch'era ad ambedue comune,
l'asino e il fonte, era comun pensiero.
E l'uno e l'altro, all'asinello, il dorso
duro strigliava, e l'uno e l'altro attento
porgea la secchia o rifornia la greppia.
E quando all'acqua o Trigo o Brigo il varco
schiudeva, Brigo l'accoglieva e Trigo,
nel bozzo entrambi o tutti due nell'orto:
due zappe a mota riducean la creta,
due zappe all'acqua aprian man mano il solco,
tra le assetate aiuole.
E quando un poco Brigo avea di scianto,
andava all'orto, a Trigo, a fargli motto,
a sfigurirsi d'una pianta nuova;
e in cuor godeva l'arte altrui, seduto.
Sedeva; e l'altro egli vedea bel bello
far col pennato a verdi canne l'ugna,
e in terra, l'una contro l'altra, oblique
figgerle. Un quadro era così, di canne.
Poi, dove si toccavano, con lenti
sottili vinchi, che teneva in bocca
pronti al lor uopo, le avvinceva insieme
tre volte o quattro, col miglior dei nodi;
ché le due canne ricingea d'un torchio
tenendo i capi tra due dita, e al capo
sottil volgeva e ravvolgeva il grosso;
poi, torto questo, ne impedia lo scatto
dandogli volta. Così, bella in vista,
sorgea la siepe, che la terra e l'aria,
con l'uggia delle foglie e col viluppo
delle radici, non prendeva all'orto;
eppur vietava alle galline il passo,
moleste avanti e più moleste addietro,
e al rosso gallo: ai piccioletti alunni,
no; ma il pulcino, becchi pur, non raspa.
A uno a uno la covata intera
dentro si versa; e su e giù la chioccia
invano corre, invano salta e svola,
e chiama singhiozzando.
E quando l'ozio era di Trigo, allora
andava al banco, a ragionar un poco,
a veder fare un'anfora od un coppo;
e in cuor godeva l'arte altrui, seduto.
Sedeva; e l'altro egli vedea di forza
picchiar mestare il duttile piallaccio,
come massaia, intriso ch'ha, rimena
e tra le palme fa schioccar la pasta.
Poi dal piallaccio egli strappava un pezzo,
a occhio, giusto, e brancicato alquanto,
passato alquanto tra le cave mani,
lo ponea tondo sul taglier pulito;
quindi moveva con un piè la ruota:
girava il disco, e sopra lui la palla
prendeva forma dalle industri dita,
ch'egli tuffava ad or ad or nell'acqua.
Ed ecco il vaso che facea sé stesso
mirabilmente, e s'incavava in prima,
profondo, in cerchio, e poi rapido e molle
cresceva intorno al vortice suo vuoto.
Crescea boccale pel razzente vino,
crescea per l'acqua pura anfora pura,
pentola cupa cara alla massaia,
testo di fiori alla sua figlia caro.
Tumido o sdutto, flessuoso o dritto,
con larga bocca o sottil collo, il vaso
da sé sbocciava, rorido, ad un tratto,
dalla sua tonda boccia.
E Brigo vide, né però con astio,
Trigo pôr mano, emulo agreste, all'arte
del suo vicino, e finger vasi anch'esso.
Ché l'ortolano non premea gli arbusti
nella lor buona puerizia ignuda,
posta a lor guida un'alta canna isnella:
diritti, sì, ma che la terra e il cielo
godesse ognuno senza alcun pensiero.
Ma poi lasciava, con l'età, sol, quanto
di barbe in terra, tanto in ciel di rami;
e lor tondea l'adolescente chioma.
Molto egli oprava intorno al calcio, in mezzo
alla corona, le sue forbici aspre,
radendo via le avide femminelle,
e per dar aria. I rami poi, svettati,
legava a un cerchio, che inseria, di salcio.
Così dopo le dolci acque d'aprile
Brigo stupiva tremolar nell'orto
anfore e vasi tutti foglie e fiori;
e questo aveva l'orlo verde e il piede
di bianchi fiori, e tutto bianco un altro,
di fior di pero, un altro tutto rosa,
di fior di pesco; che ferveano al sole
con un sussurro d'api.
E Trigo vide l'arte sua passare
in man dell'altro; a lui sbocciare i fiori,
spuntar le foglie; né però gli ebbe odio.
Ché Brigo il vaso, tuttavia bistugio,
tingea di lieve patina, che, soda,
poi lineava col sottil pennello;
e l'ortolano l'orto suo vedeva
pallidamente verzicar sul vaso.
Vedeva i rami de' suoi peschi, i mazzi
de' suoi ciliegi, i bianchi, i gialli, i rossi
suoi fiori, a spighe, a grappoli, a corimbi.
Vedeva i nastri delle sue gramigne,
le felci sue, le sue lingue di cervo,
che gli lambiano l'acqua della vasca.
Ma tutto stinto e languido; e il vasaio
pur lo velava d'una vitrea scorza.
Poi, come vivi uscian dal fuoco i bocci
dei rossi fiori, i gemmei rami lunghi,
le lingue curve e le pinnate felci!
E sul boccale si stendeva un tralcio
con le gommose pampane e il fior d'uva;
e il verde capelvenere sull'orcio
spandea le chiare piccole sue foglie
e i fini neri crini.
Ma, fuor che i giorni di mercato o fiera,
ozio avea sempre l'asino, e l'erbetta
sciolto pascea tra la fornace e l'orto:
né lieto in cuore; ché anelava ei sempre
di rivedere i borghi, i trivi, i ponti,
verde e squillante, e ben venuto a tutti.
Ond'ei strappava le gramigne in terra
irosamente, a destra a manca alterno
scotendo il capo con le due grandi ombre;
e d'uno all'altro de' tuguri ignavi
andando cupo, consumava il cuore,
ché troppo lungo gli parea l'indugio;
ché ciò ch'è prima, è primo.
E il grosso capo si vedea talora
sporgere, attento, con le acute orecchie,
sopra la siepe, e guardar l'orto. E l'orto
sotto il suo sguardo, nelle culte aiuole,
non crescea, no, ma verzicava in pace.
Qua molle e crespa di recente indivia
era una porca; là sorgeano i porri
già bianchi, e verdi de' nuovi agli i fili;
e il cavolfiore di sul torto gambo
mirava in terra il cavolo cappuccio.
La zucca in terra coi viticci il ramo
alto cercava per salire al cielo;
ed il carciofo le cuoiose pine
mettea, che invano egli educava a fiori;
ridea, di fiori, avvolto alle intrecciate
canne, il fagiuolo. E nati dal suo fimo
lodava accorto l'asino gli ortaggi,
e: Chi li fece se non io? diceva.
Ma poi guardava, con severi occhioni,
curvi narcissi, penduli mughetti,
rappe di ferruginei giacinti,
cesti odorosi di viole a ciocche,
dicendo: Un altro ammiri voi, non io!
Ma le api, donde non sapea, venute,
dicean la lode, col ronzio perenne,
là, di quei fiori, e col villoso corpo
aprian le labbra, senza danno, ai fiori
più virginali, ed anche aprian, sicure,
le bocche di leone.
Ed anche spesso al muricciòl del bozzo,
sui vasi in fila, belli e pronti, il capo
grosso appariva e le inquiete orecchie.
Pendeano tutti, dai minori ai grandi,
immobilmente da quelli occhi austeri.
C'erano, immani, senza braccia, dogli
fatti per l'ombra del celliere, e grandi
anfore ansate da portare in capo,
e buone al fuoco pentole, e laveggi
buoni alla fiamma, ed ampi orli di conche.
C'erano liscie pàtere, ed orciuoli
dal curvo becco, e snelli bricchi, e coppe
tonde, e sottili calici slanciati,
teglie, alberelli per le gabbie, larghe
ciotole, a cui beva il fanciullo e il vecchio,
tremuli entrambi. A lui piacean quei vasi
perché sinceri, e glorioso in cuore
dicea: Chi porta, se non io, la creta?
Ma torvo in altri egli vedea fioretti
fogline erbucce, che la pura argilla
gli avean macchiata, e nulla aggiunto al suono
del vaso, al suono che del vaso è il tutto.
Così sdegnava quel fiorir minuto
l'asino; e grato invece alle fanciulle
era; e qual d'esse avea sulla finestra
un testo di viole o di gerani,
allor che i bocci erano belli aperti,
diceva in lode de' natii suoi fiori,
che? che parean dipinti.
Allor, cadendo un dì d'april, che il cielo
sembrava nuovo, molle ancor di pioggia;
avea mandato un ultimo fringuello
l'ultimo verso, e qualche cirro in cielo
si fece rosso, e rosso in terra il fumo
della fornace, e: Qua! diceva all'acqua
che correa giù, la rana, e le ranelle
la deridean, la deridean dai salci;
la luna in alto s'indorò; più basso,
più presso terra, vennero le stelle;
ché si sentì, la prima volta, il canto
dell'usignolo. E prima gracchiò rauco,
facendo il verso all'importuna rana,
perché tacesse, e poi gittò tre note
e altre tre, per farlo a voi ranelle.
Taceste un poco. Egli alto chiese al cielo,
grave alla terra, se potea cantare.
Poi cominciò, ricominciò più volte
cantando piano tutto ciò ch'è buono.
Poi spicciolò, polverizzò nel cielo
un'infinita melodia d'amore.
Poi singultì, s'illanguidì, sì fioco,
come per pianto. Era il dolore. E poi...
E poi si spense. Era la morte. Allora
ricominciò di tutto ciò ch'è buono...
Sgrollò l'orecchie l'asino, pensando:
Oh! il tempo perso! Canto io forse? Io penso!
Pensava; e in cielo non lucea la falce
più della luna; un fitto era di stelle
lassù; nell'ombre vampeggiava il fuoco
della fornace: ed il cantor non visto
versava tra le stelle e l'ombre il canto
interminabilmente.
E presso l'alba l'asino randagio
entrò nell'orto dal cancello aperto;
ché l'ortolano col vasaio a prova
dalla fornace liberava i vasi.
Correa la fiera il giorno dopo: a quella
volea ciascuno i fiori suoi portare.
I fiori? Ed esso li volea guardare,
da presso, i fiori: non potea, le stelle.
Andò, guardò. Saggiar li volle; volle
sapere: attento dividea ciascuno
nelle sue parti, il lungo stelo e il capo.
Non buono il capo, non miglior lo stelo.
Sgradì giacinti, disprezzò mughetti,
schifì narcissi, nauseò viole.
E pestò tutto. Un bottoncin di rosa
gli parve meglio, e si forò le froge.
Ed ecco Trigo, ahimè! tornava e vide
quella rovina, urlò, minacciò, corse
per un bastone. Ma la siepe franse
l'asino e fece sotto sé le canne
scrosciare, e l'uno dietro l'altro in fuga
corsero, e, corri, corri ecco il tugurio
di Brigo, e i vasi ben composti in fila.
Dentro vi diede l'asino, e ne venne
vasto un fragor di cocci.
Dolenti in cuore Trigo e Brigo il giorno
per la campagna errarono piangendo
le lor fatiche. E videro ad un ramo
pendere un lungo grappolo, che spesso
dava in ronzii sùbiti e lampi d'oro;
d'api, dal buco forse d'un castagno
sciamate allora. E Brigo e Trigo accorti
stesero un panno e scossero a modino
l'albero e il ramo; e piovvero giù le api.
Così lo sciame avvolsero, e in un'arnia
diedero ospizio a quelle dolci amiche,
come eran essi, anch'essi ahimè!, dei fiori.
E i due vicini che viveano in pace,
ebbero i fiori e le api, ebbero sempre
ne' lor tuguri il miele.