I romori

By Agnolo Bronzino

Poi che l'infermità vostra e la mia

n'impedisce il vedersi e 'l ragionare,

la penna in vece d'occhi e lingua sia.

Ogni mattina il nostro singulare

maestro mi dà nuove, o Luca mio,

come la fate o la sete per fare

e mi raccende la speme e 'l desio

di rivedervi e già mi pare udirvi

picchiarmi l'uscio e dir “Apri; i' son io”

Intendo ancor come, perché dormirvi

possiate più quieto, ha fatto il Tasso

in camera una fonte comparirvi,

che da certi zampilli, or alto, or basso,

spruzzar fa l'acqua in sì soave pioggia,

ch'ogn'affannato cor n'arebbe spasso.

La vostra cameretta in su la loggia

terrena, sana e fresca, un gran contento

mi porge, quand'io penso chi v'alloggia;

tanto ch'e' non vi manca, a quel ch'io sento,

se non la sanità, ch'al Signor piaccia

rendervi tosto e trarvi di tormento.

Ma io sto in una stanza di tre braccia,

sottile e gnuda e questo sol lione

la scalda, anzi arde, acciò con lei mi sfaccia.

Intorno, intorno ho quasi un bastione

di case, in tal maniera situate,

che di maggior ardor mi son cagione.

In vicinanza ho le più sciagurate

arti del mondo: non voglion far fiato

s'elle non son percosse e bastonate.

E perché me intendiate, i' ho dal lato

sinistro la cucina del Cappello,

cioè d'uno spezial così chiamato,

ch'ogni mattina a nov'ore, in su quello

che, stanco dall'ardore e dall'affanno,

mi godarei con pace un sonnerello,

ei pesta e trita; io non so che malanno

ei si tempesti, che sei quarti d'ora

ogni mattina mi fa questo danno.

Passato questo tempo, chi lavora

vien'a bottega, e fra gl'altri l'Aglietto

(e pur a ripensarvi m'addolora),

ch'ha tolto a far che nel mondo un aghetto,

né una stringa, resti senza punta

e picchia tutto dì senza rispetto.

Da la man destra una ribalda giunta,

o più presto derrata principale,

a questa nostra casa abbiam congiunta.

Ei ci tornò in malora un animale,

che non si stende più là con l'ingegno,

ch'a far di cuoio o spalliera o guanciale;

e tutto dì, con un certo suo legno,

tempella in sur un ferro, né già mai

d'un minimo riposo si fa degno.

Al dirimpetto ho certi calzolai,

che canton sempre, come s'è di dire

diletto né piacer non ebbi mai.

E s'e' non fanno romore a cucire

e' batton quel bussetto tanto spesso,

ch'e' si può quasi a ogn'otta sentire.

Abbiamo anco un coiaio presso presso,

ch'ha fatto quasi tanto ch'e' ci aggrada,

pe' suoi corrotti puzzi, quel del cesso;

ma non è mia intenzion che la man vada

scrivendo altro, per or, che di tempesta

e di romor, per men tenervi a bada;

costui non manca di tormi la testa

come quest'altri e fa un suo rinvolto

d'una pelle bagnata e vien con questa

fuori e, senza posarsi o poco o molto,

la sbatte e picchia in terra o sur un desco

e buona parte m'ha del cervel tolto.

S'io volessi contarvi starei fresco

il romor de' fanciulli, onde talvolta,

per dolermene, ad altri e a me rincresco.

Questi di casa a farmi dar la volta

sarieno assai, ma di fuor ce ne viene,

acciò ch'e' me n'abbondi copia molta.

Io non ho que' lor giuochi a mente bene,

ma io so ben ch'e' si combatte e grida

in tutti quanti e ne porto le pene.

Venuta l'ora poi che par ch'occida

il chiaro giorno e che la leggier cena

ho presa, par che 'l cuor mi si divida.

Cresce allora il dolor, cresce la pena

non pur pel mal, ma pe' folli romori

di che questa città, qua oltre, è piena.

Noi siam qua presso ai Marmi, dove fuori

si stan la maggior parte di que' tali

che serbano il dormir dopo gl'albori.

Di qui l'urla e i romor si senton quali

serien troppi in inferno e cantar forte

canzone da disdirsi ai manovali.

Oh, che fastidio grande! O Dio, che morte

prova un povero infermo che gli sente!

e non gli val serrar finestre o porte!

L'usanza è vecchia, io non dico niente,

per esser da persone frequentata,

ch'han perfetto giudicio e sana mente.

Ma s'ella mi paresse sciagurata?

Or ch'io sono ammalato anco mi spiace

la carne e 'l vin, ch'è cosa sì lodata!

Forse tre braccia e mezzo a presso giace

il letto, ov'io mi stendo, a la cucina

di casa e, questo so, che n'è capace;

noi abbiamo una serva cervellina,

che per parer pulita oltre al bisogno,

rigoverna la sera e la mattina.

E perch'io non facessi qualche sogno

pauroso, a dormir così in sul pasto,

cerca tenermi desto e fa 'l bisogno.

Io non son prima a lletto, ch'un contrasto

sento di piatti, tegami e scodelle,

che m'ha per più d'un'ora il sonno guasto.

Abbiamo un paio di secchie nuove e belle,

ma mal d'accordo e spesso, nel trovarsi

si dan percosse, che 'ntronan le stelle.

Ed ho sentito dir ch'e' debbe farsi

tosto bucato, ond'io posso pensare

ch'e' s'ha a mettere im molle ed ha a lavarsi.

I' so ch'e' s'ha a sentir l'amiche urtare

e mi dà gran fastidio anche sapere

ch'e' ci ha a venir delle donne a lavare,

ch'oltre a lo smisurato dispiacere

ch'io arò nel sentir picchiar que' panni,

voi sapete il ciarlar di quelle fiere!

Le sono stracche dal mondo e dagli anni

e han fra lor certi ragionamenti

da dare a un mio par di molti affanni.

Io non vi potrei dir quanti tormenti

mi danno i cani e 'n questa vicinanza

se n'accozza ogni sera più di venti.

Anco le gatte — o che leggiadra usanza

trovò natura! — arrabiando la notte,

fanno tanto romor, ch'e' me n'avanza.

Sopra certe torracce e mura rotte

qui presso, ho gufi, civette, assinoli,

bestie, mi penso, dal diavol condotte.

Stannoci a casa e hannoci i figliuoli;

chi fa “chiù chiù”, chi russa e chi cinguetta

ed io mi sto sommerso in tanti duoli.

Così, punto per punto, m'è interdetta

ogni quiete, anzi ho tanti dispetti,

ch'e' sarà facil ch'e' mi dien la stretta.

Ma, raccozzando i tormenti, che letti

avete, e mille cose altre più strane,

sarian quasi piacer, quasi diletti,

posti a comparazion delle campane,

ch'a scrivere o pensar del nome pure,

nel corpo appena l'anima rimane.

Io n'ho cose da dir tante e sì scure,

che noi faremmo una capitolessa,

s'io l'aggiugnessi a quest'altre sciagure.

O noioso stormento, o briga espressa

del cervel de' mortali, odiosa al cielo

ed alla terra e nimica a te stessa!

I' ho sì grande sdegno, io non lo celo,

con quel che le trovò, le fa, le suona,

ch'io me li mangerei crudi e col pelo.

Ma perché intanto un gran vespro m'intruona

il capo e, s'io lo sento, Iddio ve 'l dica,

onde la destra la penna abbandona,

assai mi sia per or questa fatica:

un'altra volta e con più salda mano

vi scriverrò di così gran nimica.

Attendete a tornar gagliardo e sano,

ed io m'ingegnerò di guarir tosto,

acciò ch'in qualche luogo ce n'andiano

da le campane e da' romor discosto.