I

By Giambattista Giraldi Cinzio

Le fatiche, i travagli, i fatti egregi

d'Ercole, i' canto e le sue fiamme accese,

e quante palme egli ebbe e quali pregi

e per lo colto e per lo stran paese;

come via più ch'imperatori e regi

il nome suo per ogni parte estese;

com'al fine arse di celeste foco

e meritò di aver tra gli dei loco.

E ciò comincierò sin da le fasce,

ché da le fasce Ercol mostrò quel ch'era:

perch'uom simile a lui sin quando nasce

indicio dà de la natura altiera;

ché, se bene ad alcun par che si lasce,

nel cantar de gli eroi, l'età primiera,

questi fanciul mostrò sì la sua viva

virtù, che degno è che sen parli e scriva.

Quindi è ch'io non mi vo' fermar sovr'una

sola azion di questa nobil alma:

ché tra le illustri non ne trovo alcuna

che di lauro non sia degna e di palma,

e non possa mostrar che la fortuna

ha forza sol ne la caduca salma

de i chiari spirti, che ne' corpi frali

attendon solo ad opre alte, immortali.

Aspira, Apollo, al mio debile ingegno,

e infondi tanto in me del tuo valore

che spiegar possa in carte il bel disegno

di cui serbo l'imago in mezzo il core.

Se fatto m'hai del tuo bel nome degno,

non m'esser scarso ora del tuo favore;

e dammi voci tu, dammi parole,

da spiegar l'alte imprese al mondo sole.

E tu che de l'eterno padre nato,

poi che desti a i tiranni e a i mostri morte,

fusti a tal grado da Giunone alzato

che la figlia ti die' per tua consorte,

se il dir ch'io fo le tue impese ti è grato,

mostrami come fusti e saggio e forte

mentre tra noi vivesti in questa vita,

e dà a le rime mie cortese aita.

E perch'uguali sono i merti vostri,

Ercol secondo, a la costui virtute,

perch'anco voi, domando i fieri mostri,

date a lo stuolo umano oggi salute,

piacciavi sì aspirare a i versi nostri

che non gli roda il tempo o invidia mute;

ma, come trattan di soggetto eterno,

così il tempo e l'invidia abbiano a scherno.

Non era Ercol ancor fuor del fecondo

ventre, che 'n cor l'empia Giunon si pose

struggerlo sì, così cacciarlo al fondo

con ingiurie palesi e con ascose,

che o sen morisse, o fusse a ognun secondo,

e sì pien di vergogne obbopriose,

ch'ove esser valoroso devea e saggio,

non si vedesse in lui di virtù raggio.

Onde nel ciel da suo marito udendo,

sì che non tenne la parola vana,

che 'n Grecia un devea nascer di stupendo

senno e di forza sì rara e sovrana

che, il favore di tutto il cielo avendo,

comanderebbe a ogni potenza umana,

ella comprese, d'aspra doglia piena,

che dir volea del figlio d'Alcumena.

Era moglie costei d'Anfitrione,

a Giove allor più d'ogni donna grata

a cui portava tanto odio Giunone

quanto da suo marito ella era amata:

perché per amorosa passione

tre notti per costei l'avea lasciata,

onde poscia ne nacque quel figliuolo

cui par non fu da l'uno a l'altro polo.

Giunon cercò saper da Giove il punto

nel qual quel nobil figlio nascerebbe,

ch'ad onor tale esser doveva assunto,

ch'ad ogni mortal uom comanderebbe,

saputol, disse: – Come mi ha il cor punto

Giove, come riguardo alcun non m'ebbe

quando andò ad Alcumena così voglio

empir lui d'angoscioso aspro cordoglio! –

Era d'Argo signor Stenelo allora,

cui Giunon più d'ogni re greco amava,

né men di lui la moglie amava ancora,

che gravida di un figlio si trovava,

che non deveva nascere in quell'ora,

che Giove il natal d'Ercole accennava;

quindi Giunon ne l'animo s'indusse

far che vano il pensier di Giove fusse.

Giunone sovra i parti imperio aveva,

e potea in ciò compir le voglie sue,

e prima, e poscia far nascer poteva

e questo e quel, come in piacer le fue;

ella, che la potenza sua sapeva,

volendola mostrar in costor due,

fe' ad Alcumena il parto differire,

e accellerò d'Archippe il partorire.

Fu tanta d'Alcumena la dimora,

che pria, che fusse Alcide al mondo nato,

Archippe Euristeo partorì in quell'ora,

ch'a Giunon fu dal gran Giove accennato,

che nascere colui devea, cui fora,

di comandare a ognun, l'imperio dato,

così in quel punto Euristeo al mondo venne,

e il primo loco in comandare ottenne.

Se di Giunon fu la letizia tale,

poscia ch'Euristeo vide nato prima,

ch'alcuna mai non ebbe a questa uguale,

ciascuno il può pensar, che dritto stima.

Ma a Giove, che minor d'uom pur mortale

vede il figliuolo, il cor tal doglia lima,

che ritrovar non sa requie, né pace,

cotanto l'esser vinto gli dispiace.

E ben conobbe allor che cosa importe

scoprire inanzi il tempo il suo desio,

ma poi che vide che l'empia consorte

fe' che 'n parte il pensier suo vano uscio,

volse ch'Ercol nascesse e saggio e forte,

e superasse ogni caso aspro e rio,

mal grado di Giunone e del tiranno,

ch'usò sempre l'ingegno in fargli danno.

Ché s'ad Euristeo ben Giunone porse

tanto favor ch'Ercol gli fu soggetto,

non poté però a lui giamai sì opporse,

che non gli armasse alto valore il petto.

E qualor era de la vita in forse,

vincitor non restasse al suo dispetto,

che dal padre valor tanto ebbe e senno,

quanto ad uom mai le stelle amiche denno.

Questo vide Giunon non men dolente,

che s'Ercol nato prima avesse visto,

e voltò tutto il cor, tutta la mente

a farlo così misero e sì tristo,

ché inanzi ch'egli fusse sì possente,

che far potesse d'alto onore acquisto,

restasse morto o ne l'oblio sì immerso,

che mai non si nomasse in prosa, o'n verso.

Quindi chiamò il timore, il quale impresse

tal tema ne la donna che temette

che morte Anfitrion suo non le desse,

poi che Giove con lei tre notti stette;

perché quel figlio d'ambi lor nascesse,

ch'aver devea virtù tanto perfette,

e die' a vederle, empiendola di tedio,

ch'uccidere il figliuol era il rimedio.

Parer le fa che 'n guisa il duol distempre

il marito, che s'egli gli occhi volve

ad Ercol, cosa non trovi, onde tempre

lo sdegno, in cui l'alto disnor l'involve;

parer le fa che se non vedrà sempre

il fanciul per lo quale ei si risolve,

uccider la mogliera, gli fia tolta

la cagion, che la mente a ciò gli ha volta.

Qual uom, cui lunga maninconia prema,

ed abbia ne la mente sua compreso

cosa piena d'orror, piena di tema,

onde si trovi notte e dì più offeso,

che sempre teme e mai non sa che tema,

e vive il tempo suo tutto sospeso,

né giova ch'altri s'affatichi in dargli

speme, che il timor possa del cor trargli.

Tal Alcumena, misera, infelice,

poi che da tema tal l'alma oppress'ave,

ove per Ercol si credea felice,

sente di gran dolor salma sì grave,

che aspetta d'or, in or la mano ultrice,

che la morte le dia, di ch'ella pave,

e si dispon, per dare al mal riparo,

cacciar di questa vita il figliuol caro.

E, senza ad alcun dir di ciò parola,

senza mai dar del suo concetto indicio,

ne la sua stanza si ridusse sola,

per essequir l'imaginato officio,

timor, che la ragion tutta l'invola

sì che 'n sé non ha punto di giudicio

fa che d'esporre il figlio si delibra

in loco, ove sia roso a fibra a fibra.

Tre volte pose il pié fuor de la soglia,

per portare il figliuol ne la campagna,

e tre volte, tremando come foglia

o come abbandonata e timid'agna,

la misera cangiò pensiero e voglia,

come chi in dubbio stato si rimagna:

la materna pietà in lei combattea

col gran timor, che del marito avea.

Alfin tutta tremante e tutta mesta,

come chi cosa paventosa faccia,

se ne porta il fanciul ne la foresta,

con tristo core e con dolente faccia,

ed in un verde cespo di ginesta

il pone, il ciel pregando che gli piaccia

far (se possibil è) che meglio avenga

al suo figliuol, che rea morte sostenga.

E, dati mille baci al miserello,

disse: – Poi che il destin sì fieri sproni

mi ha al fianco, che mi è forza a caso fello

esporti e qui il ciel vuol ch'io t'abbandoni

pria che ti mangi lupo o stracci augello;

da la tua madre abbi gli ultimi doni

questi pianti, ch'a gli occhi invia dal core

l'incredibil cagion del mio dolore! –

E così detto, a casa fe' ritorno,

via più che fusse mai dolente e afflitta,

Pallade, ch'attendea la notte e il giorno,

ch'a Giunon l'opra ria fusse interditta,

perché restasse allor piena di scorno,

se ne scese dal ciel, per strada dritta,

e, tratto il suo fratel fuori d'impaccio,

per lo cielo il portava a casa in braccio.

E passando Giunone indi a ventura,

vede ch'in braccio ave il fanciul Minerva,

e, vista la sua nobile figura,

e quel divin, ch'egli nel viso serva,

si ferma alquanto e fatta assai men dura,

quasi si duole d'essergli proterva,

e dice: – Come ha questi Giove padre,

perché Giunon non gli potea esser madre? –

Ma volse che nascesse d'adulterio

Giove sì raro figlio del suo seme,

e mi fusser d'eterno vituperio

le doti, che gli diede alte e supreme;

Pallade, che conosce il desiderio

di Giunon, che tra sé tacita geme,

fa tanto, che le mamme del sen tratte

ne porge una al fanciullo e gli dà il latte.

Egli, succiando il latte, in guisa strinse

la mamma, alla matrigna, che le venne

la lagrima su l'occhio benché finse

nulla sentire, e' n sé il dolor rattenne;

la fiera ambascia al fin sì la constrinse,

che il suo duro succiar più non sostenne,

e, qual donna, cui d'ira il cor trabocca,

gli trasse la mammella della bocca.

Dicendo: – Il fanciull'è più di me saggio,

che matrigna mi sente e men dà il merto,

e ta'degnamente soffro questo oltraggio,

poi che il sentier di offendermi gli ho aperto;

ma, se cortesia adesso usata gli aggio,

se gli ho il mio latte col mio danno offerto,

la piaga curerò con tale empiastro,

che fia noto ad ognun ch'ei m'è figliastro! –

Nel trar che de le labra al fanciul fece

Giunon le poppe, il suo latte si sparse,

onde parte del ciel di quello infece,

e' n un momento la via lattea apparse;

d'una goccia, che 'n terra ando', si fece

il giglio e allor così mirabil parse

quel fiore a ognuno e così rara cosa

che il disser di Giunone esser la rosa.

Pallade andò a la madre afflitta tanto,

quanto mai donna e con allegra voce,

pon fin le disse: – A le querele, al pianto,

ed al dolor, ch'or sì t'afflige e cuoce,

che fatte ha di Giunone il padre santo

l'insidie vane e da la morte atroce

tolto ha il tuo figlio, del qual su la terra

non fu, né fia il maggior in pace, o'n guerra.

E però il sommo padre, ond'egli nacque,

vuol che da te sia con amor notrito,

e che non tema, che se ben sì giacque

egli teco, sia irato il tuo marito;

ma Giunone spietata, cui dispiacque

veder Giove, per te da lei partito,

con modo occulto e disusate guise,

questo vano timor, nel cor ti mise.

Per farti a morte espor, com'espost'hai

il figlio, ch'al mondo unico esser deve;

però, poi che l'inganno aperto sai,

non è che più vano timor t'aggreve,

ma dei dar bando al duol, dar bando a i guai,

vivendo lieta questa vita breve! –

E questo detto, nel petto spirolle

virtù, ch'ogni timore indi scacciolle.

Qual madre, che vist'abbia la procella

nel tempestoso mar più che mai ria,

ed udita da alcuno abbia novella,

che ne l'onde il figliuol caduto sia,

e, spinta dal dolor, che la flagella,

per vederlo almen morto, al mar s'invia

e, se vivo l'incontra, n'ha tal gioia,

che da sé scaccia ogni dolor e noia.

Tal Alcumena, ne l'estrema ambascia,

pensando pur che fusse il figlio estinto,

a l'apparir di Pallade il duol lascia,

tal, che l'affanno è da la gioia vinto;

e poi che de l'error tolt'ha la fascia

che l'avea involta in cieco labirinto,

maraviglia ha che fusse mai sì cieca

che s'inducesse a far opra sì bieca.

E riverente disse: – O santa dea,

che mi ti mostra dea l'alta sembianza,

poi che il mio figlio da la morte rea

hai tolto e piena me d'alta speranza,

onde il grave dolor, che mi premea,

fuggito sì è, sì che il gioir si avanza,

prego ch'abbia di me e del figlio cura,

sì che più non ne prema sorte dura. –

Soggiunse allor la dea Pallade: – I' sono

al tuo figlio sorella e sto nel cielo,

e mai mortale alcun non abbandono,

che a me ricorra, pien di puro zelo;

però in qualunque caso o tristo o buono,

ch'avrai mentre serai nel fragil velo,

tanto serò sempre a giovarti pronta,

quanto serà Giunon presta a farti onta! –

E, questo detto, da Alcumena sparve,

come balen, che tra le nubi splenda,

tanto a la donna l'obligo esser parve

che non sa come par grazia le renda;

ma se sì tosto che la dea l'apparve,

uscì Alcumena de l'ambascia orrenda,

tanto l'empia Giunon dispiacer n'ebbe

che l'ira più, che mai, nel cor le crebbe.

E desiando pur che ne morisse

il fanciullo ne' suoi giorni primieri,

cruda e sdegnosa, a la sua morte fisse

tutte le voglie sue, tutti i pensieri;

e, perché il fin del suo desir seguisse,

due serpenti mandò, crudeli e fieri,

ché il fanciullo uccidesser ne la cuna,

e spegnesser così la sua fortuna.

Di sangue ambiduo aspersi gli occhi ardenti,

strisciando su il terren, con giri ondosi,

entraro con la testa alta i serpenti,

non orribili men, che minacciosi,

e, le lingue vibrando intorno a i denti,

via più di tutti gli altri venenosi,

empiro ognun d'orror tal col lor fischio,

che a cacciargli nessun si mise a rischio.

Ma la tema, che lor per l'ossa scorse,

tosto che ne la stanza i draghi entraro,

fe', che il fanciul non pur nessun soccorse,

ma ne la cuna, a i due serpi il lasciaro;

egli, sì tosto che i serpenti scorse,

e si conobbe senza alcun riparo,

rizzossi e verso lor le mani stese,

ed ardito nel collo ambi gli prese.

Essi con lunghi e tortuosi giri,

gli legaro le braccia il ventre e il petto:

Ercol, quantunque questo e quel l'aggiri,

tien l'uno e l'altro fieramente stretto,

né ad alcun d'essi val che si ritiri,

che l'uno e l'altro a stare ivi è costretto

dal fanciullo, che 'n guisa ambi lor strinse,

che con forza incredibile gli estinse.

Qual fune, che sia al mansano rivolta

da chi a peso tirar più la rinforza,

se forse (come aviene alcuna volta)

più che regger non può la tira e sforza,

si spezza e resta in un momento sciolta

dal legno, ov'era astretta con gran forza,

tal ciascuro de i draghi allor si sciolse,

poi ch'Ercole la vita ad ambi tolse.

Queste d'Ercole fur le prime prove,

così stupende e sì maravigliose,

che ben mostrò ch'era figliuol di Giove,

e che 'n lui gran valore il padre pose;

il qual, veggendo che Giunon con nove

arti, a danno del figlio, gli si oppose,

uscir le fe' sì ogni disegno nullo,

ch'offender nol poté più da fanciullo.

Così pervenne al quintodecimo anno,

senza sentir più da Giunone offesa,

la qual tutta però volt'era al danno

del figliastro, da l'odio antico accesa;

e sentiva tra sé angoscioso affanno,

che vana fusse stata ogni sua impresa,

e, dopo tante doglie, anco vedesse

Ercole tal, ch'offender nol potesse.

Ma poi che vide ch'ella non potea

i suoi pensier da sé condurre al fine,

perché il marito ognor le si opponea,

ch'ella credea la sorte aver nel crine,

disse: – Poi che non giova a me esser dea,

e non mi vale aver forze divine,

a far che resti morto quel bastardo,

per lo qual d'ira flagro e di sdegno ardo,

I' tenterò le forze umane in guisa,

che non le mi potrà Giove impedire,

sì che le cose, che il mio cor divisa

poranno al fin bramato riuscire,

serà la forza d'Ercole conquisa

da Euristeo e ancor che Giove sen' adire,

non dimen non porà far, ch'a più grandi

pericoli, che siano, egli nol mandi.

E ben direi, che il mondo isse a riverso,

s'esponendosi questi a ogni periglio,

non rimanesse in un così sommerso,

che non giovasse a lui forza o consiglio,

sia mio marito pur tutto converso

a premer me, a prestar favore al figlio,

spero vederlo giunto ne l'inferno,

ed ivi sepolto ne l'abisso eterno! –

Ma pensò in van, che quanto più il superbo

Euristeo gli imponeva duro caso,

per vederlo straziar a nerbo, a nerbo,

ed inanzi al suo di, gire a l'occaso,

egli vinceva ogni periglio acerbo,

ch'ancor che per Giunon fusse rimaso

sotto l'impero altrui, fu sempre invitto,

sì che Euristeo si rose di despitto.

Ma perché il figlio suo via più fermasse

il sommo padre, a l'opre illustri e rare,

inanzi, ch'egli a le battaglie entrasse,

e gli potesse Euristeo comandare,

volse, che 'n via solinga egli incontrasse,

due dee, che lui mostrassero d'amare,

Arezia l'una, l'altra Idonia detta,

per veder de le due qual gli diletta.

Era la prima d'un aspetto egregio,

di viso grave e di abito demesso,

cui lista non ornava, od alcun fregio,

de la gravità sua segnale espresso;

parea, ch'avesse vanità in dispregio,

e per fermo nel cor s'avesse messo,

di sprezzar tutti i giuochi e i van piaceri,

armata di reali alti pensieri.

E le usciva da gli occhi un lume ardente,

atto a spegner viltà ne l'altrui alme,

e d'infiammare ogni ben nata mente

a cercar d'alte imprese altiere palme:

tal, che chi la mirava intentamente,

si sentia alzar da le terrene salme

con l'ali de la gloria e gire illustre

ovunque bagni il mare, od il sol lustre.

Girasse costei gli occhi, o i pié movesse,

od in voce spiegasse i suoi concetti,

scorgeansi in lei tutte le lodi impresse,

e s'udivano sol pensieri eletti;

non era cosa in lei, la qual non desse

a le alte menti, a i nobili intelletti

chiaro segno di quella continenza,

che mostrava ad altrui la sua presenza.

Tal già vid'io, ne la mia prima etade,

chi con acuto spron mi toccò il fianco,

e, tornandomi l'alma in libertade

dal giogo, sotto il qual i' era già stanco,

mi propose d'onor l'alte contrade,

né mai del suo favor mi venne manco,

insin che non mi vide su la via,

che a la strada d'onor gli animi invia.

Era Idonia a costei tutta contraria

nel vestir, ne l'aspetto, e ne i sembianti,

perché lasciva si mostrava in aria,

come fusse tra un stuol di vani amanti;

il crine avea, qual ha chi il lega e varia

con ghirlanda di perle o di diamanti,

gliele pingeano in mille e dolci nodi

varii fiori contesti in varii modi.

Tal quando scalda al toro ambe le corna

con la virtù de' suoi bei raggi il sole,

la vaga primavera a noi ritorna,

coronata di rose e di viole,

onde se ne riman la terra adorna,

e par che amor con l'arco teso vole,

e scotendo veloce in aria l'ali,

scocchi, ne' cori uman, gli aurati strali.

Le pendevan due gemme da l'orecchie

di molto prezzo, a maraviglia belle,

la fronte è qual la sua vede ne' specchi

Vener, che avanza in ciel tutte le stelle:

gli occhi, in cui leggiadria par che si specchi,

sono d'ardente amor chiare facelle,

onde escono sì accese e vivi lampi,

ch'a mirargli, ogni cor par che si avampi.

Sembran rose le guancie e bianca neve,

fuor de la lor natura, insieme accolte,

overo un bel coton candido e lieve,

ch'abbia vermiglie macchie in sé raccolte:

queste divide, con un spazio breve,

il non gibuto naso, che le molte

bellezze, che in lei son, via maggior face,

sì ben con l'altre parti si conface.

Paion le labbra due rubini accesi,

e sembran perle elette i bianchi denti,

ond'escono talor risi cortesi,

e voci piene di lascivi accenti,

voci da far restar conquisi e presi

i cor più crudi e le più dure menti;

non credo che sirena alcuna sia,

ch'abbia voce sì piena d'armonia.

Il mento, il collo e le vicine parti,

che la veste ad altrui veder non vieta,

son tali che i pittor, con le lor arti,

non porian gire a sì perfetta meta:

par che in costei natura abbia cosparti

tutti gli studi suoi, che vada lieta

d'Idonia più che di tutte le donne,

in cui, quant'esser può beltà.s'indonne.

L'abito altier d'un bel drappo sottile,

che copre quelle care e belle membra,

la face comparer così gentile,

ch'Ercole, più di sé non si rimembra,

e qualunque altra donna gli par vile,

per questa, che celeste dea gli sembra,

tal che da lei non move occhi, né ciglia,

tutto pien di stupor di maraviglia.

E come avea lodato in suo concetto

e la fronte e la bocca, e 'l petto e gli occhi

così loda le man, le braccia e il petto,

e crede ch'ogni ben indi trabocchi;

pargli che inusitato, alto diletto

nel contemplar costei, nel cor gli fiocchi,

e, s'alcuno di lei gode, gli è aviso,

che provi del piacer del paradiso.

Qual ne la selva suol cacciato cervo,

s'una vitella incontra per sciagura,

fermarsi a rimirarla ed al protervo

suo caso non pensar, né averne cura,

tal Ercole, d'Idonia fatto servo,

poco di sé, né d'altro più si cura,

ma intento a contemplar la sua bellezza,

ciò che prima prezzò, tutto disprezza.

E prega che gli sia sì largo il cielo,

che Idonia a suoi desir non sia nemica;

ma, come arde per lei d'ardente zelo,

così a le voglie sue la trovi amica;

né le giovi alternare il caldo e il gelo,

per volersi mostrar saggia e pudica,

ma, come umil gli si dimostra in faccia,

così a lui sol piacer non le dispiaccia.

E qual serebbe quei ch'avesse, come

Ercole avea, caldi gli sproni al fianco,

ch'al bel viso, a i begl'occhi, a l'auree chiome

al petto, più ch'avorio e neve bianco,

a quelle acerbe e morbidette pome,

da far ogni valor rimaner manco,

tutto d'inestinguibil foco acceso,

non si fusse prigion subito reso?

Idoma, che conosce il buon Alcide

preso sì che da lei gli occhi non parte,

tutta lasciva il mira e poi sorride,

e 'n volger gli occhi in lui, pone grande arte;

e con la bianca man, che gli divide

per mezzo il cor, del sen gli scopre parte,

perché, al mirar de le bianche mammelle,

s'accendessero in lui mille fiammelle.

Non crediate, signor, che qui Giunone

se ne rimanga neghittosa e lenta:

ella ogni ingegno ed ogni studio pone,

perché ad Idonia il giovane consenta,

e tratto da quel, ch'ella gli propone,

la segua, e ogni virtù resti in lui spenta;

e però face che, quanta unqua in opra

industria Idonia pose, ivi s'adopra.

Volea Giunon più tosto, che ne gli agi

fusse Ercol visso e ne' diletti insani

seguitando la vita de i malvagi,

che seguon solo i desideri vani,

ch'egli, con le fatiche e co i disagi

sormontasse in virtute i cori umani;

e però dava a Idonia ogni soccorso,

per impedirgli de la gloria il corso.

Poscia ch'a Idonia par ch'Ercol così arda,

che spegner non si possa in lui l'ardore,

l'opra, che far devea più non ritarda,

e a dir gli comincia: – Alto signore,

se la vostra bontà bene riguarda

al gir de i giorni, al trappassar de l'ore,

vedrà, che uomo questa vita breve

in gioia ed in piacer spender sol deve.

E molto più, quando i più giovani anni

fioriscon ne l'april de l'età altrui,

e tengo poco saggio un, che s'affanni

in simil tempo e tal sareste vui,

se voleste al piacer prepor gli affanni,

de' quai nemica anch'io mai sempre fui,

perché mi par, che sol nel mondo viva

chi il piacer segue e il travagliarsi schiva.

Però, perché la giovanezza vostra

lieto godiate, sciolto da ogni noia,

in questo loco ora mi vi son mostra,

per sottrarvi al doloro e darvi gioia:

gioia, che col piacer divino giostra,

e non lascia giamai, che ne l'uom moia

quel grato ed ineffabile piacere,

che sol da me può mortal uomo avere.

Compagni avrete meco e feste e risi,

canti, suoni, piacer giuochi suavi,

le stanze, che parranno paradisi,

ove nulla giamai fia, che vi aggravi,

ché saranno da voi sempre divisi

foschi pensier, doglie angosciose e gravi,

e sempre vi faran debiti onori

le grazie, giunte a pargoletti amori.

Ed io, senza la qual nulla mai fia

di grato, in terra o di suave in cielo,

con dolce e con piacevol compagnia,

serò con voi, piena d'ardente zelo,

voi serete il mio cor, l'anima mia;

né mai mi vi torran caldo, né gelo,

e ce ne goderem contenti insieme,

tra' bei giuochi d'amor, pieni di speme.

E quando, signor mio, vi piaccia questo

come piacer vi dee, volgete i passi

a questa piana via veloce e presto

onde a quel gran piacer, a quel ben vassi;

al quale i' vi ho, con le mie voci, desto,

ove ciascun di noi lieto starassi

a corre il fior di questa vita e il frutto

senza sentir giamai doglia, né lutto.

Ercole stava a queste voci intento,

come fusse un fanciul sotto la mamma,

e lo spirto virile avea sì spento,

che non vivea più in lui di valor dramma;

e il pungea van desir d'esser contento

a cercar refrigerio a la sua fiamma,

seguendo Idonia e trappassarsi il tempo

con lei, tra que' piacer, di tempo in tempo.

Come madre, che il figlio passar veggia

da la strada d'onore al camin torto,

che con amor lo sferzi ed il correggia,

e cerchi di condurlo a sicur porto

in questo mare, in cui così vaneggia

la gioventù, che s'aura di conforto

amorevole e saggio non l'aita,

tra gli scogli, nel mar, esce di vita.

Tal Arezia, la cauta, che s'accorge

del pericolo grave, in cui questi era,

perché la via non prenda, a cui lo scorge

Idonia, e 'n lui tutto 'l valor non pera;

aita senza indugio alcun gli porge,

e con dir grave e con faccia severa,

con cui ogni bell'alma al ben allice,

incontro gli si face e così dice:

– Ove lasci guidarti, o caro figlio,

a vana speme, di van gaudio piena?

Deh non conosci che il costei consiglio

al tuo palese mal cieco ti mena?

E che non pur non ti trae di periglio,

ma ti pone in dolore e pone in pena?

E così spegne il tuo natio valore,

che non saprai mai più ciò che sia onore?

Averrà a te, quel ch'a l'augel, ch'ascolta

il suon bugiardo, ch'al suo mal l'induce,

s'a seguitare avrai la mente volta

costei, ch'esser vorrebbe or la tua duce:

ché come al finto suon l'augel si volta,

né vede ove il gioir falso il conduce,

pria che sia preso, così tu sarai,

ove pensi gioir, posto tra i guai.

Onde ella, che ben sa, come la informe

brutezza, che non ave in terra pare,

perché tu non la scorga sì deforme,

e per ciò non la voglia seguitare:

sotto foggie mentite e finte forme

oggi ti s'è venuta a dimostrare,

e ti ha promesso dar, quel che non ave,

con felice gioir, vita suave.

Ma non sì lieve folta nebbia fugge

a lo spirar d'impetüoso vento

come al ver si dilegua e si distrugge

il van piacere, al quale or sei sì intento:

fuggi l'ombra crudel, figlio, ch'adugge

sì il seme di virtù che il tiene spento,

acciò ch'al fin di te non ti vergogni,

veggendoti abbracciar fumi, ombre e sogni.

Ché così tosto che tu aprirai gli occhi

(il che indugiar però non potrà molto)

chiaro vedrai che tra' diletti sciocchi,

t'avrà, con sue lusinghe, Idonia involto;

e che, per quanta gioia indi in te fiocchi,

serai tra vanità vivo sepolto

e morto a quella vita, la qual face

che, quanto Idonia dà, tutto dispiace.

Ché i risi, i giuochi, le allegrezze, i canti,

e quanto di piacer da costei viene,

tutto si muta al fine in doglia, in pianti,

qualora il buon giudicio al ver s'attiene.

Né pur piacer non son, ma sono tanti

nemici, ch'ella intorno ad altrui tiene,

che menan l'uomo a diroccati greppi,

o che l'hanno pregion sempre ne' ceppi.

E questa sua beltà, ch'or sì ti giova,

qualor da gli occhi avrai tolta la benda,

sì che tu scorga, a manifesta prova,

quant'è sozza costei, quant'ella offenda

ciascun, che sotto il suo poter si trova,

vorrò, che chiaramente tu comprenda,

che la madre ella è sol di tutto il male,

che prova l'uomo in questa vita frale.

Però meglio ti fia, per altro calle,

di più onesto sudor tutto bagnarti

e volgere a costei ratto le spalle,

che di te stesso fuor cerca di trarti;

e seguire il camin, che mai non falle

con studi via miglior, con miglior arti,

se brami, come spirto nobil brama,

con singolare onore, eterna fama.

Dura ti parerà la strada ed erta,

al primo entrar, ma poi che serai giunto

al sommo, troverai la via sì aperta

che non te n'averai da doler punto;

gloria, mercé de le buone opre certa,

e 'l vero onore a lei sempre congiunto,

ti accorranno con faccia così amica,

che ti fia ristorata ogni fatica.

Perché un piacer continuo, una dolcezza,

cui par non è tra quanto mira il sole,

proverai sempre su la molle altezza

del loco, ove nessun giamai si duole;

beato quegli, che tal bene apprezza,

e non da orecchie a le costei parole,

che, con promesse false, in dure pene

lascia color, che par ch'ella invii al bene! –

E, questo detto, gli mostrò con mano

un erto, faticoso e duro colle,

che sul giogo tenea un ben colto piano,

tutto pien di fioretti e d'erba molle;

ove la gloria, con sembiante umano,

tesse corone a chi colà s'estolle,

d'edre, d'allori e di onorati mirti,

pregio immortale a' più felici spirti.

E dice: – Ecco la strada che tu dei

seguir con fermo passo e lasciar l'ozio;

l'ozio che di pensier malvagi e rei

empie chi si riman senza negozio,

per questa andando porti fra gli dei

ti poi agevolmente ed io t'assozio

ora Carteria, per compagnia fida,

che nel camin ti fia continua guida.

Quivi la bella Astrea, quivi Frognisa,

e la bell'Andria, con Sofrosignia,

e Pisti, da cui mai non è divisa

l'accesa di divin foco Agapia,

e quella, che non vien mai meno, Elpisa,

ti terranno continua compagnia,

ne le quali vedrai altra beltade

che quella di costei, che qual fior cade.

E come nel profondo oblio sommerso

Idonia ti terrebbe eternamente,

così chiaro anderà, per ogni verso,

per queste il nome tuo di gente, in gente;

morte, che vince e doma l'universo,

fia da te vinta, ne l'edace dente

del tempo temerai, ma illustre e chiaro

con l'immortalitate andrai a paro.

Resta adunque figliuol, che di ciò degno

ti mostri e che il valor tuo tutto adopre

in cose di valor, di chiaro ingegno,

in cui sol la virtù vera si scuopre;

quanto darai di ciò più espresso segno,

tanto più mercé degna avrai de l'opre:

armati, adunque, a gli onorati pregi,

acciò che il nome tuo sempre si pregi! –

Qual pellegrin, cui giunto abbia l'oscuro

de la profonda notte in folto bosco,

che, benché sia il camin noioso e duro,

il segue non dimen per l'aer fosco,

e, pensando seguir sentier sicuro,

se ne va al precipizio come losco,

ma poi ch'appar la luce e chiaro il vede,

tosto indi volge a via sicura il piede.

Tal Ercol desio a detti gravi e saggi

d'Arezia, l'error suo tosto comprende,

ed il cor volge a que' santi viaggi,

e sprezza Idonia e sé ad Arezia rende;

drizza ella in lui de' suoi vivi occhi i raggi,

e di desio d'onor l'alma gli incende:

egli al piacer prepone le fatiche

che fan l'alme gentili a onor amiche.

Come colui, cui d'improviso arriva

quando pensava più d'esser felice,

cosa, che de la speme in tutto il priva,

e il face più d'ognun tristo, infelice,

da gli occhi versa lagrimosa riva,

e la sorte, e il destin suo maledice,

tal Idonia riman dolente e mesta,

poi che 'n forza ad Arezia, Ercol sì resta.

E di duol piena e di disdegno acerbo,

crollando il capo, se ne va crucciosa,

e da sé dice, con parlar superbo:

– Mostrisi altiera Arezia ed orgogliosa,

a miglior tempo le mie forze serbo,

per restar di costui vittoriosa,

mal grado di costei ch'or si presume,

che non debba Ercol mai mutar costume.

Immerso il terrò allor sì nel diletto,

tra lascivie d'amor, con dolci ciancie,

che, quanto di virile avrà nel petto,

tolto gli fia da due polite guancie:

né gli gioverà forza od intelletto,

o d'esser visso ognor tra spade e lancie,

perché allor non preponga il seguitarme

al valore, a l'ardire, al senno, a l'arme.

Ercol fermato a le prodezze nove! –

Al cielo Arezia se ne poggia altiera

e il valor del figliuolo apporta a Giove,

dicendogli che d'esso ogni ben spera;

egli si allegra e sovra il figlio piove

senno e valor da la superna spera,

e sì gli accende a l'alte imprese l'alma,

che brama d'ogni onor tener la palma.

Come fiero leon, cui lunga fame

stimulat'abbia, brama che gli vegna

fiera, onde saziar possa le gran brame,

e a la salute sua ratto sovegna,

tal par ch'Alcide sol desire e brame,

che qualche bella occasion gli avegna,

che poi, che di virtù fatt'è mancipio,

dar possa a belle imprese alto principio.

Gli par che quei che fur famosi in terra,

e per gli fatti lor di gloria degni,

abbiano sì occupato in pace e 'n guerra

ogni loco d'onor, che 'n van disegni

di potergli agguagliare e sì l'afferra

questo pensier, che par che si disdegni

notte e dì seco, che sia a tempo nato,

che quanto d'onor è, trovi occupato.

E dice talor seco: – Or che mi giova

questo desio d'onor, che il cor mi preme,

se per me cosa alcuna non si trova

che di salire in pregio mi dia speme,

sì ch'io possa agguagliar, con qualche prova,

quei, che col senno e con le forze estreme,

tal onore acquistato hanno e tal gloria,

che eterna fia di lor qua giù memoria? –

Or mentre teme non trovar Alcide

impresa degna d'immortale onore,

Giunon, che del figliastro il pensier vide,

restò piena d'invidia e di dolore;

e qual chi ogni pietà da sé divide,

e volta a danni altrui la mente e il core,

brama morto vederlo o in stato tale

che non si trovi al suo martire uguale.

Io non mi so pensar, come esser possa

che 'n dea del cielo, odio sì acerbo regni,

ond'abbia la pietà sì da sé scossa,

che nuocere a innocente uomo s'ingegni;

ma l'ha ad odio e a furor tutta commossa

la grave gelosia piena di sdegni,

che cruda più d'ogn'aspe fa la donna,

ne l'alma de la quale ella s'indonna.

E seco dice: – S'ha peccato il padre,

io ne darò tal penitenza al figlio,

ché non pur l'impudica e trista madre

stringerà per dolor le labbra e il ciglio:

ma Giove, ancor tra le celesti squadre,

tal duol n'avrà che muterà consiglio,

e vedrà chiaro quel che importi avere

altre donne più a cor, che le mogliere. –

In tanto nel Teumeso apparve cosa

ch'ad Ercol fu, non men ch'a Giunon, cara

a lui, perché gli par che gloriosa

impresa sia, via più d'ogn'altra e rara

a Giunon, perché pensa ch'angosciosa

pena indi egli aver debba o morte amara;

ne l'altro avrete quel, ch'avenne a punto,

ch'al fine i' son di questo canto giunto.