I

By Giovanni Gherardi

La grolia di quel sir ch'è tanto altero,

che m'arse in ghiaccio e aghiacciommi in foco,

ch'a rimembrare ancor mi struggo e pèro,

i' canterò il suo amoroso gioco,

ben ch'a sodisfare a mio accetto

ogni caldo parlar me saria poco;

però, chi ben mira allo 'ntelletto

nostra eloquenzia retro non pò ire,

ma ombra trae del divino concetto.

Addunque, acciò ch'i possa me seguire,

i' priego Amor, di cui canto e dico,

che come ha fatto mo' aggi a ferire.

Fèri e 'nfiamma Appollo tuo antico

come ma' festi, ché m'aggi a spirare,

sicché nel canto a lui mi facci amico.

Il suo valor si convien mo' raggiare

come mai fé colla sua santa lira.

e le suo Muse ancor dien seguitare.

O leggiadra su' amante, che disira

e mai non abbandona quell'amore,

che tanto caldo in sua mente spira,

i' prïego che 'nduchi esto signore

a ispirarmi per que' baci santi,

che 'nfiammâr l'alma e fan fuggire 'l core!

I' pur penso sempre quanti amanti

e quanto sète voi caro tesoro

e quanto sète nel disir costanti.

O lucente donna, il suo lavoro

a te lo raccomando quando vieni

nelle suo braccia e sciogli il suo crin d'oro!

A te la raccomando per quel riso

e per que' labbri vermigli e vezzosi

che fàn cogli tuo succi un paradiso,

e pe' vostri sospir tanto amorosi

e pel vostro abbracciare e pel riprezzo,

che fanno, tremolando, i cor gioiosi,

e pel sudor che fate tra voi in mezzo,

or fra 'l chiar viso, or fra le chiome bionde,

quando si strugge amore al caldo rezzo.

Già non ti chieggo, Apollo, di tuo fronde;

già non ti chieggo l'arco né faretra,

neanche Elicona con sue onde,

ma la mie mente sol di te impetra

che dia e proceda col tuo gran valore,

se tua virtù giammai da me si aretra.

I' sì ten priego pel caldo d'amore

ch'a Danne avesti, tua leggiadra amanza,

e per lo suo giovinile sprendore.

I' so pur che tuo amore ogn'altro avanza;

e ben seppe Cassandra il ricco dono:

come divina fu la tua possanza!

O Minerva mie dolze, a questo tono

priego che spiri, sì ch'aggi vittoria

per virtù data all'amoroso sòno!

O sagre, o sante Muse, di mie groria

aiutate il mio dir chiedere in versi

sì fatti che sien degni di memoria!

Ogni car cosa de' sempre dolersi,

cercare e sudar per le sue calle;

ma ch'io non sia al buon voler dispersi!

Solo e pensoso in una chiusa valle

men già a lenti passi lungo un rio,

che discendea dalle sue alte spalle.

E sopra i caldi amori el penser mio

lo rivolgea con lagrime e sospiri

e cominciaron dolce e van disio.

«O Motor — dissi — degli etterni giri,

come può alma amata non amare,

e, se non ama, qua' son suo martiri?

Or non so che mi dire o che mi fare,

i' ho in odio me stesso e amo e bramo

quel che m'aiuta sempre a consumare.

S'Amor non è, ove soccorso chiamo?

Ma pur, s'egli è, non mi vuole udire;

d'un velen dolze più vivendo affamo.

I' chiamo vita e vo dietro al morire

e merzé chieggo a drago, tiro od orso,

e sì vana speranza m'ha a nodrire».

Quando meno aspettava alcun soccorso,

e io vidi raggiar per la foresta,

sicché per istupor n'ho il cor rimorso.

Mille faville vidi con gran festa

intorno a uno spirto sfavillare,

e nel raggiar non facea mica resta.

E io, che fiso istava a riguardare

quella vaga possanza che lustrava

sicché la selva paria foco fare,

vedeva quella che già spirava,

ma sì lontana la sua voce m'era

che mia virtù tremante non gustava.

Ma, quando fui più presso a quella schiera,

mille spirti vid'io coll'ale d'oro

e con dolce disio far di se spera.

I pini, e faggi, gli alberi e l'alloro,

l'erbe, e fioretti, le campagne e' sassi

lustravan forte più ch'altro tesoro.

E io, che dubitava mover passi

per lo sommo sprendor che sì lucente

infiammò mie virtù e' saldi massi,

«Miserere!» chiamai tostanamente;

ma quel prenze gentil di quegli spirti

lasciò il cantar, che fea cotanto ardente

e disse: «O tu che vai fra' pini e mirti,

non temere, anzi accheta il tuo dolore,

e mira queste chiome e' capelli irti,

mira gli spirti de' raggi d'amore!

Di te m'incresce, perch'a noi fedele

se' stato sempre nel fermo valore;

voglio addolcirti con amaro mèle

tu hai gustato nel mio dolce regno

per quella che t'ha stretto sì crudele.

Vieni e consegui tuo infiammato segno:

io t'indurrò in lato sì vezzoso

che d'ogni grolia lì ti farai degno».

E io, ch'attento udia il glorioso,

presi speranza non dover morire

del mio disio, che m'ha fatto angoscioso.

Po' dissi: «O trïunfante e sagro sire,

merzé i' rendo alla vostra pietade,

c'ha fatta tanta grazia al mio martire!

I' son disposto alla vostra biltade

seguitare e voler quel ch'a vui piace,

e con piacer salire ogn'erte e strade».

Per la man mi prendea, ivi una face

di foco avea e disse: «Oh quanto Dido

questa infiammò nell'amor mio verace!»

Allor conobbi ben ch'era Cupido.

L'arco avea seco e le saette d'oro,

che, quanto veggo ne sia, ne glorio e rido.

E «Su!» mi disse poi senza dimoro,

«giamo e prendiamo la via per lo bosco

con questi spirti in mezzo qui fra loro».

Non era quello andar crudo né fosco,

anzi era vago per l'erbetta verde,

né sì dolce valle omai cognosco.

I' sì mirai ove l'erba più inverde,

e vidi avanti a me un bel castello,

ch'ogn'altro per bellezza a quel si perde.

Mormora dalle coste un fiumicello,

che la pianura riga e quel circonde,

e la rivera tutta infresca quello.

Ivi, mirando, vedea le chiare onde,

vedea lo edificio tanto altero

e dentro pini, mirti, fiori e fronde.

«Omè, giàn dentro tosto a quel ch'i spero;

il tempo è vago e con piacer lo spiro».

Ed e' rispose: «Mo' ben gusti il vero;

deh, non tardian, ché questo è chiar disiro!»

Già rilucea il prenze delle stelle

per lo nostro orizzonte con quel Tauro,

ch'adduce Zeffir colle cose belle;

e le suo chiome, che mostran fil d'auro,

già riscaldava Castor e Poluce

che tiene il cielo il suo ricco tesauro,

sicché quel segno, con che più riluce,

si rallegrava nel suo alto punto

dovere aver la sfolgorante luce,

quando col trïunfante sir fu' giunto

appiè dell'edifizio tanto vago,

che nuovamente m'ha d'amor compunto.

E io, che riguardai, vid'uno immago

con sottil arte sopra a quella porta,

ch'è a mirabilia ogn'intelletto pago.

«Quivi Amor regna quand'altrove è morta»

erale scritto lì presso dal viso

che par lo spiri l'immagine accorta.

Sì vaga e ricca mostra nel suo viso

che mai altro tesor s'apprezzeria,

e di vaghezza assembra un paradiso.

D'oro era tutta l'immagin giulìa,

salvo che' piè parean carbone spento,

onde amiraimi in mia fantasia.

E poi ch'a ben mirarla non fui lento,

rubini, perle, zaffini e topazi

vedea sopra suo chiome sparse al vento.

«O tu, che 'n nostra gola non ti sazi

— disse Cupido allor quando mirava —,

giàn dentro, e mirerai i grandi spazi!»

Entramo dentro a quella, che raggiava

in giovinil presenza; è con faretra

pien di fin oro l'arco che portava.

Lasciamo; il mio disio vie più s'impetra

in quella dolce groria con quel foco,

il qual più fuggo da me più s'arretra.

Inanzi mi vedea a poco a poco

ridere una pianura in vaghi fiori,

ch'è leggiadre fontane in ogni loco.

Il giallo, il verde, il rosso, i santi odori,

gli ermellini, e conigli, e vaghi vai,

i rucelletti, l'erbe, gli sprendori

faceano il santo loco, ch'io trovai,

arder d'amore, ov'io nel dolce rezzo

isfavillar vedea i santi mai.

Quiv'era ninfe e giovinetti in mezzo;

Pirramo e Tisbe nell'età fiorita

parieno, e 'l bel Narcisso in tal fu sezzo.

In questa selva, che quiv'era sita,

vidi le gregge innamorate e belle

un paradiso far di questa vita.

Quivi abbracciar vedea le donzelle,

sospirare e baciare i giovinetti

e morder nel bel sen le lor mammelle.

Tai sopra 'l verde con molti diletti

cantavan canzonette innamorate,

tenendo le lor guance fra' lor petti.

Altr'erano al ballar tutte infiammate:

chi sollazzava tra gigli e viole,

e tal le chiome d'oro scapigliate,

qual ride e tal si cruccia con parole

e poi con un baciar han fatto pace;

chi scherza, e tal che all'amor si duole.

Altr'era ch'all'amor par ben verace,

perché rapìa il suo sommo disio,

se voltolando fra l'erbette giace.

Il tempo vago e 'l ciel tutto zaffiro

e gli uselletti in su le verdi fronde

facieno un paradiso più ch'Empiro.

Nitide, fresche, dolci e leggiadre onde

d'una parte di quella foresta

vediesi, ch'un bel rio sì la circonde.

Ahi, quanta ricca e trïonfabil festa

vedea, che dillo giammai non potria,

né 'mmaginare alcun dentro a suo testa!

I' vidi apresso una fonte giulìa,

ch'era formata di fine alabastro;

le sponde eran be' gradi ch'ella avia.

E sopra quelle sponde cerchia un nastro

di fin oro, zaffini e dïamanti,

che a pur seren iscintillò mai astro.

E com' facièno i compassi davanti,

e spiritelli parton le tarsie,

raggiono in foco, parien vivi santi.

D'otto facce formate è tale effie,

una colonna d'oro per suo centro

facea quelle facce sì giulìe;

e in mezzo ognuna — ch'io, vago, impetro —

eran fieri animali in bel tesoro

ornati tutti intorno, fuori e dentro.

'N sulla colonna, ch'io v'ho detto, d'oro

otto lïoni istanno in vaga vista,

che verson acque giù in quel lavoro;

sopra lor dosso giace un'altra lista

di foglie di smeraldo tanto fino,

ch'ogn'altro verde perdeva la vista.

Vener tagliata v'è su d'un rubino,

di perle coronata, co' suo figli

intorno, per quell'aire cilestrino.

Fiori, rose, vïole e freschi gigli

uscivan del fogliame di smeraldo,

qual eran gigli bianchi e tai vermigli.

Quivi scherzar con amoroso caldo

vedea i giovinetti e le fantine

col colore allegro, dilettato e baldo.

O dolce Muse, o sante divine,

e tu, Uterpe mia, tanto a me cara,

lustrate un poco il mio dir quine!

Calïope, sarâmi tu avara?

Fa' ch'io abbia solo una favilla

del tuo valore, che gentil core apara!

Odi lettor, che, co mia pupilla,

i' vidi e senti' nel dolze foco

che gentil donna infiamma e scentilla

e udirai un amoroso gioco.

«O giovinetti, o pulzellette belle,

o Lisa, o Tancia, o Vïola, o Rubino,

facciàno un giuoco qui tra questi fiori!

Chiamate Gigi, Papi e Dïamante,

che fien con noi! O giovinette snelle,

le guance e le mammelle

ci bacerà ogni fedele amante!

Troppo penate; deh, siate qui avante,

ché c'è sì bello l'aire cilestrino!

Le chiome d'oro fino

ognun s'attrezzi e leghi a onda a onda

con leggiadra fronda;

ciascuna lustrerrà chiari sprendori,

e co' divini ardori

— lieto dicea Smeraldo —

con amoroso caldo,

che pergon vostre chiome di fin oro,

bene istia questo coro.

O dolze compagnia,

quant'è vaga e giulìa!

lo vo' stare con voi a questo gioco».

Dice Fiammetta: «Odi, per dio, un poco:

istia turato a chi toccherà il nome.

I' nel nome di Giove

cominciaria». «Come?

non dir così; va' via!

El toccherebb'a me, che l'ho appostato».

Rubin, che l'è dallato,

dice or oltre: «I' vo' cominciar io».

Ridendo con piacere e con disio,

voglioso, innamorato cominciòe;

onde l'ultimo nove a lui toccòe.

Patti facieno i gentil giovinetti:

ogni amorosa e vaga pulzelletta

ch'ognun s'asconda per quella foresta,

sicché Rubin non vegga, il gentil sire.

«Chi prima è trovato, i patti eletti,

sopra il dosso a sé asetti

si porti lui; alla fonte aggi a gire.

I' sì mi turo: ognun s'abbi a partire»

Rubin dicea, e tolse un velo a Stella;

levòl da stia mammella.

Turossi il viso e le suo chiome bionde.

Chi là, chi qua s'asconde;

chi sollazzando e ridendo fa festa;

chi grilland'ha in suo testa;

chi si tuffa tra' mai;

chi del sol fugge e rai;

altra l'abraccia con suo van desio;

tal dice: «O drudo mio,

stiamo fra questi gigli.

Oh, tu mi mordi e pigli;

ma i' non fo, anzi ti bacio il viso.

Or fatti là e acqueta il tuo riso»;

«I' nol farò, se tu non baci el mio».

«Ohimè, Iddio!

orsù, tu tanto peni!

Accosta in qua le reni».

«Ecco ch'i 'l fo, non mi succiar la gola».

«Non muover più parola,

anzi istà cheta e mostra tua bocchina».

«Omè, eccol che vien; lassa, rapina!»

«Or cheta, anima mia, deh, lascial dire

e fatti in qua, ché tu mi fai morire!»

Rubin voglioso si giva vagando

per vedere o sentir qualche fanciulla,

or qua or là volgendo il suo bel viso

com'uom che per amor si strana e fugge,

e fra se stesso forte immaginando,

dicendo: «Oimè, quando

troverò i' colei che 'l cor mi strugge?

So ch'essa per mia doglia sì mi fugge;

forse con altro amante si trastulla».

Così pensoso, nulla

vedìa o sentìa in alcun loco.

Questo amoroso foco

l'avea agghiacciato, e 'l suo core anciso

spirò in un bel viso,

mentre ched e' mirava.

Quando presto voltava,

vide in un cespo di rose e vïole

Tancia, che parea un sole.

Nell'alzar del suo viso chiedìa:

«Oimè, anima mia,

tu se' pur dessa quella che m'ancide».

E ella lieta, guardandol, sorride:

e' sì la prese in su' labri vermigli;

succiava fra que' gigli.

E ella, fra que' fiori,

stretta sentì gli ardori,

che 'nfiamma cischedun c'ha gentil core.

Or pensa quanto ardore

mostrano in quel punto quegli amanti!

Lor baci, lor sospiri e lor sembianti

i' nol potrei né altri mai ridire,

ma per dolcezza credetti finire.

Abbracciati si stan con gioco e festa

fra' freschi fiori, su per l'erba verde

lor membra distendien chiare e lattate

e dilicate più che fine avoro.

Tancia, vestita di seta ricca vesta,

a sfibbiarla fu presta

infino alla cintura, ch'avea d'oro.

Rubin tutto baciava il bel tesoro,

sicché in foco d'amor s'infiamma e 'nverde;

quivi nïente perde

di suo disio, anzi la morde e stringe;

tutto il sen le dipinge

di be' rossor, succiando sue biltate.

«Omè, aggi pietate:

tu mordi a guisa d'orso!»

«Tu non hai alcun morso».

«Non dir così». Rubin le rispondia:

«Tu m'hai in tua balìa».

«I' non farò più che ti sia in piacere».

«Deh, fa' quel ch'è dovere,

se non che 'l tuo bocchin morderò ogn'otta.

I' son contento, ma questa tua cotta

m'ha la gamba impacciata; falla in sue!»

Allor vidi amendue

nudi di vestimenti,

«Tu mordi!» «Tu ne menti!»

«Ma sì, fai. Deh, non mi far morire!»

«Lascia esta coscia gire

fra le tue tanto canide e vezzose.

Or ecco dolci e morbidette cose»

e' dicea; mormorando il dolze foco,

e gustaron d'amor l'ultimo gioco.

L'altre fanciulle e gentil giovinetti,

ch'eran nascosi per gli folti mai,

maravigliârsi che niente udïèno;

onde Lisa più rea si discoperse.

Mirando, vide quegli amanti stretti

co' lor canidi petti;

onde per gelosia più non soferse:

subito per dolor suo bocca aperse

e disse: «Ah, ladro! è questo amor che m'hai?

Certo tu non n'arai

di mie persona più piacer né grolia».

Tancia, che sì la innodia,

disse: «Sta' su, o signor mio sereno».

Tramortito in sul seno

Rubin tenea il viso,

ch'era diviso

di questo mondo per gloria e dolcezza.

«O dolce mia bellezza,

deh, ista' su, perché no' siàn veduti».

Com'uon che' sensi muti

sì si sentì, e disse: «Anima mia,

tu mi se' paradiso, vita iddia.

Di far ciò che ti piace i' son contento».

E tosto e' non fu lento:

rizzossi in piè con lei.

Baciârsi quegli iddei

ben mille volte, poi che ritti furon.

Tutti gridan, ch'eran venuti quivi.

«Che è?» disson giulivi.

«Come che è? Mirate: i vostri seni

di segni e vostre gole èn tutti pieni».

«I' non so che voi dite; i' ho costei

— Rubin dicea — e mie debito vorrei.

Mio debito vorrei» con lieta faccia

Rubin dicea all'amorosa schiera;

ma 'ntorno a lui motteggiando ridièno,

e egli a lei disse: «Or fall'omai».

Ella il capo crollò ed ella abraccia,

dicendo: «Ognuno il saccia

ch'i' son pur tuo e non d'altri giammai»,

baciando la suo gola e gli occhi gai.

M'ella stette isdegnando un poco altera.

«Ahi, dolce mia guerriera

guardami un poco e non mi avere a ugge!

Che è quel che mi strugge?

Amor che 'l cor m'impetra, e vengo meno;

non ci vale alcun freno.

anzi avampo in ghiaccio

e questo laccio

i' non isciolgo, anzi l'attreccio e annodo».

«Deh, odi quel ch'i' odo?

— ridendo dicev'ella — Egli è impazzato!»

Poi sì l'ebbe abbracciato

con un sogghigno a guisa di scherana.

«Deh, giànne tosto, giànne alla fontana

— dicea Fiammetta — a sollazzar fra l'onde!»

Poi il braccio circonde

al collo a Dïamante,

dicendo: «I' ho il mio amante;

ognun si prenda il suo come gli piace».

Or pensa quanta pace

era nel trïonfar di questo coro:

chi scherza, chi si scio' le trezze d'oro,

tal canta e chi sospira e gìa ballando.

Questo ricco tesoro

tutto vid'io; e gîrsi sollazzando.

Dopo la gloria del giuoco amoroso,

ch'i' senti' e gustai nel dolze regno,

là ov'alma gentil ha 'l cor gioioso,

volsesi a me il duca, che mio tegno,

con lieto volto e disse: «Qui non tona

voce di pianto né ritroso ingegno;

qui giovinezza suo desire sprona,

qui lieto cor s'infïamma e disira,

qui cortesia, qui la vita buona.

Or pensi chi d'amore in lei no spira

quanta groria trapassa oziosa e lenta,

spregïando natura e chi 'l ver mira!

Deh, pensa un poc'a lei sia spenta

la sua bellezza e mirare gli specchi,

ch'or nel suo groriare iddea diventa:

aragli in ugge, perché dagli orecchi

perder vedransi i cape' che fùr d'oro,

mostrando allo canuto i vanni vecchi;

piangerassi perduto tal tesoro,

vedrà de' sua begli occhi il lume spento,

rancioso e vizzo il pulito avoro;

vedrà lo spiro suo fiatoso e lento,

che ora ispira cennamomo odore

coll'angelica voce all'aura e 'l vento.

Che giova adunche aver sommo sprendore

d'infinita bellezza e leggiadria

a donna che non gusti il dolze amore?

Tal si trapassa piena di follia

la lieta giovinezza, e non sa quanto

sian dolci i baci di vita giulìa;

altra si perde il giuvinile ammanto

con un vil core, e struggesi sperando

di giorno in giorno, e vecchia resta in pianto;

altre, con fantasia imaginando

d'avere il cielo, passano i dolci anni:

po' veglie e crespe piangon sospirando.

Deh, spartite da voi i folli affanni,

prendete frutto dell'età fiorita

e poi le beffe non arete e' danni!

Ognun lieto usi la sua chiara vita

e piacer prenda secondo l'etade;

e quest'è sapïenza che v'invita.

Se donna tutta di somma biltade

dotata sia, non usando ufizio

di sua natura nella umanitade,

pensi ciascun che lei si può dir vizio,

perché di vaga donna divien pietra,

d'umanità lasciando il suo innizio.

Non sia madonna dunque che s'arretra

al bene amar chi lei disia e brama,

e concordando sì ben suona cetra!

Che c'è più ricco che vedere in dama

innamorato cor di gentilezza,

che ogn'altra vertù retro si chiama?»

Queste parole da quella bellezza,

che m'arde il core, i' sì senti' spirare,

e poi sì mi prendea per sua larghezza,

e disse: «Muovi e passi e non tardare;

mira ver là al palazzo gioioso,

ché nuovo gioco tu potrai mirare!»

I' mi rivolsi tutto grolïoso

e vidi più di mille be' corsieri

apparecchiati, e ciascun ben voglioso.

Con ciascun era valletti e scudieri

in su' palafren canidi e lattati,

e par guidargli ciascun volentieri;

egli erano in ricchezza sì addobbati

ch'arien tolto la vista al gran tesauro

degli orti d'Ansüero sì pregiati.

La metà tutta si raggiava in auro

in lor divisa spirite' di perle,

di seta verde più di fronda in lauro.

Quest'eran ricche gioie sì a vederle

che 'nnamorar facieno i marmi e' sassi

pure a pensar; dunque, ah, sì presso averle!

L'altra metà insino a terra a' passi

di seta bianca più che latte o neve

era coverta, come a ciascun fassi.

Spiriti di rubin, volando leve,

tutti occupavan la canida vesta

sì gentilmente ch'a dir fora greve.

Qual par che rida e qual s'abbraccia in festa,

qual volando parìa arder d'amore

e incoronat'ha ognun suo bionda testa.

Sonagliere d'or fin con isprendore

porgien, che quando il cielo è più sereno

non raggiò stella sì, né più valore.

Oltre passando e rimirando appieno,

i' vidi i giovinetti e le fantine

sollazzare e baciar la gola e 'l seno.

A' lor vestir mostravansi divine

nella guisa c'ho detto; i giovinetti

con lor parieno stelle matutine.

Quivi eran suoni con tanti diletti:

molti danzavan pien di leggiadria

con suon di cennamelle e di trombetti.

Sopra a lor chioma ricciata e giulìa,

ridea grillanda di perla in figura

di rose e gigli, ch'ognun mostra iddia.

Standosi tutti in questa lieta cura,

damigelle gentil senti' parlare

con voce dolce, angelica e pura.

Odi, per dio, quel ch'è bene aspirare.

«A caval, a caval, dolze brigata,

però che 'l tempo fugge!

Ch'avendo il tempo, aspettando si perde».

Detto così, senti' stormeggiare

d'infiniti stormenti, che mi strugge

il cor per un disio che or m'inverde,

uscir vedergli fuor nel campo verde,

chiamando lor valletti e iscudieri,

Perin, Vezzin, Dueri.

«Suona trombetta tua omai a raccolta!»

Traràn, traràn: e traea gente molta.

Chi grida e tal dimanda suo signore,

l'altro sospigne e passa borbottando.

«Ahi, ragazaglia!» con altero core

dicean duo giovinetti, sé assettando

su' lor corsieri, e lor valletti intorno.

Ridea il cielo perché raggia il giorno,

ridea la prateria,

ridea l'aere benigno pien di sòno.

«Orsù, orsù brigata sì giulìa,

sanza romor! — ciascuno

dir i' sentia — O giovinetta accorta,

un bastone in man porta!

Ognun faccia scostare

per potersi assettare in su' cavagli».

Un gridò: «Dagli, dagli a quel poltrone!»

Quella ch'avea il bastone

corse e percosse e disse: «Che hai fatto?»

«Lassal gir, ch'egli è matto!»

un altro disse, che l'ha conosciuto.

«Non l'arebbe saputo?

Ridendo egli ha parlato».

«Sì — disse quegli — secondo mi pare».

Ella, ridendo, più oltre ebbe a 'ndare.

E quasi ognuno era già assettato

per poter cavalcare,

tutti con cor gentile innamorato.

Ogni schiera per sé colla suo guida

si trasse dall'un lato,

prendendo ciascheduno un dardo in mano.

Ciaschedun nel suo cor ben par che rida,

tanto è ricco e addobbato

ch'un paradiso pare il verde piano.

Appresso qui, e non troppo lontano,

infra due pini posta era chintana

gentile e non villana,

d'un cerchietto di perle per grillanda.

L'una brigata ch'è dall'una banda,

cominciò un drappel su per lo prato

e a giucar co' lor cavagli e dardi.

Giovane e bello col viso rosato,

isnello e destro più che leonpardi,

guidava questa bianca compagnia;

quell'altra verde sì ricca e giulìa

un altro giovinetto,

che creatura par di paradiso.

Veggendo giovinezza triünfare,

tutti già a cerchiare

si avien la campagna,

la candida compagna stormeggiando;

pifferi gìan sonando e trombettini

tronano: Trini, trini!

Tamburi ancor grande istormo feno:

Bubbù, per quel sereno,

sì ch'ognun mostra festa quanto puote.

Or pensa dolci note,

quanti sospir d'amore,

quanti dolci disiri in lor concetto,

ch'andar facieno a ciascheduno i cori,

gustando tal diletto

a rimirar ne' visi gli sprendori!

Po' ch'era l'una e l'altra compagnia,

preson sommo diletto

inghirlandare il prato a lor piacere,

standosi tutti in vita giulìa.

L'uno e l'altro valletto,

che guidavan la festa in lor dovere,

volsono inverso i pini il lor vedere,

in salti sollazzando i lor cavagli;

è stormo di sonagli,

che triünfar farièno il paradiso.

Qual poi s'assetta e chi si to' dal viso

le chiome bionde, che mostran fil d'oro,

forbendosi il sudor leggiadramente.

Poi, assettato l'uno e l'altro coro,

i' senti' dire: «O giovane ridente,

corri gentile e fiero alla ghirlanda!

Comincia te, ch'Amor sì tel comanda».

Sanza dire o tardare

presta si mosse e fuggì come vento;

il dardo suo ben seppe inghirlandare,

onde gran grida senza restamento

sì si levâr fra la lieta brigata.

Ghirlanda alta assettata

si fé sanza indugiare.

Gentil poi a spronar ebbe il cavallo,

e già non corse in fallo quella volta.

Ridea la gente molta:

a gara ciaschedun correr volìa,

ciascuna più giulia

correndo per lo prato fïorito

sanza pregare o 'nvito.

Ognun corre e festeggia,

l'aer sonando per diversi suoni,

mostrando quivi Amore i suo campioni.

Tal ride e canta, sollazza e vagheggia,

d'Amor chieggendo i doni

a chi lieto ode, ma 'l viso rosseggia.

Sollazzando così con lieto core,

Ginevra prestamente

molti chiamò della vaga brigata,

e disse: «Voi, Gentil, cui arde Amore,

ascoltate al presente,

ch'appetto vo' rompiate una fïata».

Gran copia di bigordi apparecchiata

da' lor valletti fu; vaghi e giulìi,

mostran servire a dii,

tanti, presti, puliti e volentieri.

Dice Ginevra: «O Luigi, o Rinieri,

correte insieme per amor di Tulla,

e Allessandro e Berto per Elèna».

Or che più dire vo' vi? Ogni fanciulla

quel dolze vagheggiare in vita mena,

ché cominciar lo stormo a mano a mano.

Qual rompe e qual correa pel verde piano;

tal s'apparecchia e ride

e, pien d'amor, pensa furarsi un'amanza;

altri fé mossa, che 'l compagno il vide

accennare e trillar ver lui la lanza,

sì che per forza poi incontro volaro.

Quivi nessuno avaro

in correre e spezzare;

i bigordi piegâr ne' lor corsieri.

Ahi, quanti colpi fier lì fùr pel prato!

Allessandro infiammato

d'Elena bella, ch'a sé presso avia,

corse e sì la rapia

e 'l viso le mettea infra 'l suo seno;

bacia il collo sereno,

per lo prato fuggendo

verso il palazzo, infiammando d'amore.

L'altre fanciulle e donzel con ardore

cominciaro a gridar, tutti ridendo,

e a' più arde il core,

cenni d'amor l'uno all'altro faccendo.

Poi che poté ciascuno il suo pensero

libero dimostrare,

ognun baciò e abbracciò suo amante.

Non fu madonna di cor tanto altero,

né fredda a 'nnamorare,

o cruda o dura più che dïamante,

che que' be' visi colle trecce sante,

le parole, e sospiri, e baci e 'l riso,

trionfa in paradiso,

nolle infiammasser più che tizzo in foco.

Per dio, pensate un poco a questo gioco

con lor dolce mammelle, ch'a 'nfiammarmi

piccole e sode sono nel colore.

Omè, che mi si strugge e arde il core,

pensando quel ch'i' dico,

non ch'a vedere o gustar la dolcezza!

Ah, quanto è folle e a se stesso nimico

chi compiacer non usa giovinezza,

ch'a pentersi nïente val da drieto!

Di tenerezza invetro,

veggendo come il tempo

fugge troppo per tempo co' dolci anni.

Vengonne poi gli affanni a gran giornata;

però è vita beata

a chi d'amor conosce la sua gloria.

Io gustai tal vettoria,

che, se ridilla potesson mia versi,

non so cuor sì perversi,

o sì gelati o crudi,

ch'umil non fussono ad amorare.

Or che più dir? Ch'ognun ch'era di fore

del bel palazzo, infiammati con drudi,

trovârsi in dolce ardore,

l'uno in braccio dell'altro lieti e nudi.

«Vieni e consegui meco in questa gloria;

dispice!» disse il vago e a me si volse

con alma, ch'è in letizia tutta in gloria.

I' conseguì come gli piacque e volse,

e gimo dietro all'edifizio altero,

dove spirto gentil mai non si dolse.

I' gìa mirando appiè, a dirti il vero;

mia lingua nol potrebbe mai ridire

ciò ch'io vidi e come e quel che fêro,

quanto più tu che leggi o stai a udire;

pensa là dove Amore a perfezione

a tempo e loco ogni cosa ha a ordire.

Non tiepido pensier v'è in ragione,

non freddo core ozïoso e lento,

non tema, non pensier di riprensione.

Quivi è i solazzi, quivi è ardimento,

quivi è l'air benigno pien di riso,

quivi sospir d'amore e buon talento;

quivi le trezze d'or raggiano el viso

di ciascuna donzella innamorata,

ch'i' per me non so altro paradiso.

Una infra l'altre in piè si fu levata,

da poi ch'ebbe baciato un giovinetto,

che 'nfra le braccia la tenea serrata,

e disse: «Su, facciamo un rigoletto!»

Non dopo molto spazio

in un pratel fiorito,

dov'era mille uselletti in sulle fronde,

con gradi d'un topazio,

di perle e d'or guernito,

ch'una chiara fontana sì circonde,

vidi venire all'onde

giovinetti e fantine

a fare un ballo tondo,

lieto, ricco e giocondo.

Non parien cose umane, anzi divine;

ond'io stavo a vedere

fuor di me quasi pel sommo piacere

scender de' rami

una pioggia di fiori:

parien perle, zaffini e dïamanti.

«Dov'è quel che tanto ami

e per lui senti ardori?»

dicea l'una coll'altra quivi avanti.

Lustrano i raggi santi,

ride l'aere sereno

per lor dolze parlare,

ridere e sollazzare.

Tal fugge e duolsi c'ha duo uomini in seno,

poi volta e si mordìa

le mani e 'l volto di chi la tenìa.

Io, che attento stava

a veder quelle stelle,

che rotando sen van pel dolze rezzo,

fiso sì le mirava

più ch'altre cose belle;

e senti' dire a una ch'era in mezzo:

«Vedi ch'io ti tramezzo,

e presta tu non canti.

Orsù, non indugiare!»

Presta volle cantare

per non perder colui ch'avea davanti,

e cantò sì vezzosa

ch'ogn'alma cruda diverria piatosa.

Le parole e 'l suo dire

mostra quant'è gran pena

in amar cosa che da lei si fugge.

Ben saria il me' morire

ch'essere in tal catena,

dove segno d'amore il cor ti strugge,

e por la pianta all'ugge,

che sì consuma amore.

Ahi, quanto gran peccato

fa chi è amato

non amar chi l'ama di bon core!

«Omè, merzé i' chiamo

a chi fedele e puro servir bramo!»

Poi che 'l pietoso sòno

ebbe lieta finito,

mosse vezzosa reverentemente

e disse: «A te la dono,

Ermellina, a partito

che canti tu, come suo', dolcemente».

E ella similmente

con reverenzia bella,

dicendo: «É villania

disdir cosa che sia

amor di gentil donna o di donzella:

io canterò a onore

d'ogni fedele amante e gentil core».

Voce chiara e soave

da sua bocca amorosa,

che moveria ad amar gelida pietra,

tosto mosse, né avara

mostrò in alcuna cosa

che gentil dama si scosti o s'arretra.

«Omai chi 'l cor no spetra

ad amar chi 'l disira,

bassilisco istimare

si può, ,

ch'ancide co' suoi occhi quando mira.

Ma poi, in lor vecchiezza,

piangon mal conosciuta giovinezza».

Ciò che ella dicea

nell'amoroso tono

si è mostrar quanta grolia han due amanti,

ch'abbin vista giulìa

e faccin di sé dono,

ch'Amor di lor trïunfando si vanti.

O dolci baci santi,

o tremoli sospiri,

o dolce mormorare

amoroso abbracciare,

quando l'un l'altro dice: «Or che pur miri?»

«Miro i begli occhi e il riso»,

mettendo poi fra le mammelle il viso.

«Non più, non più...» dicea

diviso d'esto mondo.

L'anima mia ridea,

e lo spirto giocondo

più no' spirava per la gran vittoria.

Sospesa è la memoria

per lo intelletto fiso.

Deh, fugga addunque Amore

chi non ha gentil core,

perché non merta aver quel paradiso!

Io per me il vo' seguire,

sperando un po' pietà anzi il morire.

Dopo infinito sollazzare e canto

d'esto infiammato core,

Amor contento fé ciascun di loro.

Chi potria la ineffabile dolcezza

ridir che io gustai col vago duca,

che m'incende e avampa in sua bellezza?

Non Anfïone sua eloquenza adduca,

che chiuse Tebe, non d'Orfeo sua cetra,

che 'ndarno soneria come che luca.

Non qui le Piche più dure che pietra

a tencionar con quelle nove dive

c'hanno la cetra, l'arco e 'l d'or faretra

del sacro Appollo. O iddie mie giulive,

sanza voi spirar non posso verso:

deh, non abbiate mie parole a schive,

ché certo sono non è cuor sì acerbo,

pur ch'io canti con voi in leggiadria

non della terra mia, che pur riserbo

d'un dïamante sculta in fantasia,

che tosto non divenghi umil piatoso,

udendo i baci di vita giulìa!

O quanti dolci sono a' cor gioiosi

coll'abbracciar che si fanno gli amanti,

quando il disio è tutto grolïoso,

ch'i' non ne stimeria tutti esser santi

gli abbracciari, e sospiri, e baci e' risi

de' drudi fermi e nel disir costanti!

Ah, quanti poi ne rimangon derisi,

quando seguir vorrieno il dolce vampo,

nell'età che arrancia e chiari visi!

Sicché, se 'l lor tormento non ha scampo,

mertevolmente portano i martiri.

E io, ch'ancor m'incendo e mi divampo,

ho sentito dolersi in ta' sospiri

tal che vaga e leggiadra spregia amore

ver degno amante co' fermi disiri.

E, poi che fu fuggito il suo sprendore,

toccolle un po' Cupido il cor superbo

per vendicar la 'nvidia del suo errore;

sicché il disio ancora sì acerbo

la féa sanza ragione straboccare,

infiammando in opra, in vista e in verbo.

E quello amante ch'ell'ha a disïare

in odio sì l'avia e più in suo nome,

non che con lei intender sollazzare.

Ahi, vendetta giusta! Perché come

fusti in costei, ch'arrabbiò sospirando,

non s'ha a chi non gusta il dolce pome?

O quant'è folle chi va immaginando

con vaghe fantasie venir beata

fuggendo Amore e lui avere in bando!

O come tosto vedrassi ingannata,

per lo penter non vi fia riparo,

anzi vie più ne verrà disperata!

Nessuno a amare fia dunque avaro,

anzi considri questa lieta vista

e 'l tempo dolze come ricco e caro.

I', fermo a riguardar l'età fiorita

fra quelle verdi frondi, gigli e fiori,

là dove ogni dolcezza è ben gradita,

isfavillar vedia mille sprendori

per leggiadro boschetto, e mormorare

giovinetti e donzelle in dolci ardori.

Presto a quel prenze, che vuol grolïare

ogn'uon che 'l segue, mi rivolsi e dissi:

«Che gente è questa sento sollazzare?»

Lieto mirommi e disse: «I passi fissi

omai terreno in questa prima etate».

Ma pur con lui un po' più oltre missi

fra 'l verde bosco di tutta biltate,

che 'mprender nol potrien le forze mie,

tant'ha ricchezza e tanta nobiltate.

I' vidi mille damigelle iddie

sì ne' costumi, sì nel sollazzare,

con mille be' sembianti e cortesie,

e mille visi ridere e raggiare

d'angioletti con lor tanto gentili

che lingua o penna nol potria mostrare;

chi con sembianti piatosi e umìli,

tremolando suo voce per dolcezza,

chieder merzé pur con atti civili

a sua leggiadra manza; e chi vaghezza

vagheggia e canta, e chi vagheggia e ride

il suo drudo leggiadro in tenerezza.

Quinci ciascuno amante si confide

in suo disio, e qui trïunfa Amore,

libero e lieto più che mai si vide.

Ordunque, pensi chi s'inghiaccia il core

o impetri suo testa d'un dïaspro,

nel qual s'inganna e si trapassa Amore,

quanto Amor le può ancora essere aspro,

pur che le iscaldi un poco il freddo petto,

quando dir si püote: or più m'innaspro!

Vadan le stolte col lor van concetto

a prendere i dolci anni in lor vecchiezza,

dov'era il frutto come fu il diletto!

Natura certo, quando fa bellezza,

la 'nduce sol perché t'inganni Amore

nel senso e nello spirto per salvezza

di nostra spezie, però che 'l valore,

che nello ingetto vago tira i sensi,

è forte sprone a mantener l'ardore

nel gran disio, infra gl'incendi immensi,

perché più pronti sieno al generare

simile a noi. Che fia omai che pensi

tu, vaga donna, che vuoi trapassare

sanza gustare il frutto di natura,

che, come chiaro vedi, t'ha a beffare?

Ma chi vuol si rimanghi fredda e dura,

ché chi non segue Amor non merta laude,

né mai diletto in lei persegue e dura.

Tutte l'alme gentili istanno salde,

enfiammate d'amor fin che 'l pensero

libero è in lor, e che vita si scalde.

I', pur per me, mi specchio nel mio altero

duca per ben gustare il dolze regno;

pensi ciascuno omai s'i' canto il vero.

Quand'io penso alle stolte, i' mi disdegno:

più non vo' dire omai nel vaneggiare

lor tanto folle, e occupar mie 'ngegno.

Standomi tutto fiso a riguardare,

un gran riso senti' a noi lontano,

non però molto, con dolce mormorare.

Presto mi volsi pel ridente piano

e fra 'l boschetto vidi gli angioletti

tener ciascun la sua 'manza per mano.

Ma' non si vide amorosi ugelletti

in ischiere isgombrar l'ardor del core,

che muove il cielo, i divini intelletti,

che par che canti ognuno: «Amore, Amore!»,

come facea questa schiera giulìa,

e mormorando innarra ognun suo ardore.

Ahi, come innebria mie fantasia

nell'udir lor parlar tanto gentile,

che, mentre il penso, fa l'alma iddia!

Una dicea in atto assai umìle

a un leggiadro e gentil giovinetto,

che parea rosa fra 'l maggio e l'aprile:

«Deh, per dio, apri a me il tuo accetto!

Cantasti tu giammai innamorato

rime d'amor a muoverti a diletto?»

E quel gentil, ch'era fresco e rosato,

con un riso soave e con isguardo

che 'nfiammeria d'amor ghiaccio impetrato,

le disse: «Sì; ma perché ben mio dardo

tu chiar conosca come passa l'alma,

i' tel dirò sanza nessun riguardo.

Tu sai che porto l'amorosa salma

carcata per la via di questa ladra,

che 'l cor rubato m'ha, tiello in sua palma;

i' dico qui di Gostanza leggiadra».

Ella sorrise e disse: «Tu vaneggi

com'uon che finge la perduta istrada».

«Ahi, lasso a me! dirai ch'i' non vagheggi

sempre il tuo viso, tanto gentil cosa,

che l'occhio del bel ciel tu lo pareggi?

or ti dirò mia ballata amorosa:

La pulzelletta gentile e vezzosa,

co' suoi costumi e bellezza del cielo,

che chi la vede sì se ne innamora,

tien la mie mente altera e grolïosa,

ma in ora in ora un amoroso gelo

tutto m'infiamma, e 'l sol lei adora.

Il disio e la pena ognor m'accora,

veggendomi diviso

da lei mirar, ch'è 'l mio paradiso».

Po' ch'i' vidi quello amoroso gioco

di quel leggiadro e dilettevol canto,

che fu agli amanti lieto e ricco loco,

senti' ciascun ladarne e darne vanto

al dicitor cotanto innamorato;

e dopo il ragionare insieme alquanto,

udi', ridente, un giovan ch'era allato

a una sì leggiadra creatura

che più bel viso mai non fu formato,

e disse: «Lasso me! L'alma mia pura

infiammat'è d'amor, tutta fervente,

che de' durare infin che l'alma dura,

i' dico d'una Cosa sì lucente

più ch'altra damigella al mondo sola,

e non pur mio giudicio veramente.

O come ancise a me l'altra parola

che 'nanzi alla canzon tu sì pregiasti,

soma a mie spalle più che ampia mola,

quando Cosa gentil tu nominasti!

che se non fusse poi il canto chiaro

dove il tuo amor perfetto dichiarasti,

i' dico: Udite, compagno mie caro,

i' dubitava forte di mia manza

ch'a te non fusse tal piacere amaro;

ma poi m'accorsi ch'ell'era Gostanza,

rimaso umìle, tutto lieto e giulìo

ogni mie spirto con brava isperanza.

El tuo cantar l'amor mio non è vivo,

ché d'altra innamorato in questo loco;

per quel gentile oggetto, onde 'l derivo,

i' senti' un paragon pel vivo foco

che 'nfiamma la 'nfelice anima mia,

che tosto dichi, e nel rider sì poco».

Dir ciò senti' altra dama giulìa,

ch'attenta istava su per l'erba verde,

ferma e costante men sua fantasia.

Tosto rispose e disse: «Più si vede

il piacer del cantar ne' caldi visi,

dove nota d'amor già non si perde.

I' canterò in forma un po' divisi

duo canti, ma in sustanza è quasi sola

questa mia iddia, co' crin nell'oro intrisi.

Udite omai l'ardente mia parola:

o quant'è gentil cosa, ardente e bella,

giovani, esser costante

e seguir d'esta iddea l'orme sue sante!

I' non credo che tanta gentil Cosa,

altera e bella, candida e pulita,

mai il sol vedessi; onde è l'alma smarrita:

per dolcezza d'amor non trova vita.

Or, s'ella fosse un poco a me pietosa,

i' sanerei la mia mortal ferita,

che spesso ispesso alla morte m'invita,

quand'ell'è tutta da mie vita ascosa.

I' la seguo e adoro col mio core

questa rosa leggiadra;

sempre disio sanza triegua un'ora,

e io non veggo in lei ardere amore.

Ma però questa strada

lasciar non deggio, posto ch'io ne mora.

Sua infinita bellezza il mondo onora,

ch'è cosa trïunfante;

onde: piatà, piatà al fermo amante!

Ma, quando veggo il suo leggiadro sguardo,

avampa il core una dolcezza diva,

isfavillando amor nell'alma lieta;

sicché felice in foco e 'n ghiaccio i' ardo.

O buon destino, o benigna pianeta,

quando opri ch'i' mi specchi in questa diva!»

Così pens'io, e sì di riso in pianto

men gìa col tempo di letizia pieno,

ch'udia quanto amore e grolia ha vanto.

Subito che 'l cantar si venne meno,

ognun ridea in suo atto gentile:

è pien di fior il capo, il petto e 'l seno.

Sì benigno aere mai non ebbe Tile,

né si fiorita fu né pien di fronde,

e mancheria a dirlo ogni istile.

Mentre tra' fiori e le fontane e l'onde

i' rimirava, senti' un fracasso

e gridar: «Piglia, piglia pria s'asconde!»

I' mi volsi, e vidi un che già lasso

venìa fuggendo, e ridea tanto forte

che la velocità toglieva il passo.

E dietro a lui duo damigelle accorte

il seguitavan per quella foresta,

che fa d'Amor leggiadra e ricca corte.

«O quanta vaga e trïunfabil festa

— disse Cupido a me, che stava attento

di sapere o lor voglia o lor molesta —,

tu sì n'arai, e rimarrai contento!

Raguarda qui: ne viene il giovinetto

che fugge avanti, ma non per pavento».

Presto venuto, quel gentil valletto

gittossi in mezzo della vaga ischiera,

e tutto istanco fé dell'erba letto.

Le damigelle, ciascuna lieta e altera,

addosso presto a lui sì si gittaro

e non tenêrsi pel loco in che era,

e quivi insieme sì si voltolaro

e' si iscotea, e ella il tenea forte,

tanto che l'altre a ciò preson riparo,

dicendo: «O che spiacere, o che ria sorte

è vostra lite, ditecene il vero

per cortesia, deh, fatecene accorte!»

«E' ci ha rubato con parlare altero».

Più oltre non dice, o che, né come

la vaga pulzelletta al cor sincero.

«Tu che m'odi, ha' tu di ladro nome?»

Presto risponde alla domanda lieta:

«Tosto iscarcate me di queste some.

I' vi dirò con voce più quïeta

quel c'ho rubato, perché, come e quando

e perché ciaschedun d'esta mel vieta».

Quel lieto cor disse: «Esto dimando:

ch'assai giusto è preso». Le donzelle

liberaro quel forte, ancora ansando.

Elle dicon, le due leggiadre stelle:

«Deh, quanto fa gran mal chi parla cosa

che 'ngiuri altrui per piacere o novella!»

Il giovan disse: «Certo e' non ha cosa,

e vostra fiamma anzi è ben nota assai

a ciaschedun d'esta vita amorosa.

Però cantar vogliate i vostri lai

in piacer di voi stessi e sì d'Amore

e sì di questi giovanetti gai».

Po' si rivolse a que' che con ardore

d'udire stavan tutti attenti e cheti,

e disse: «Prima ch'io apri lo mio core,

licenza vo' da questi spirti lieti,

vaghi e gentili più che crïatura,

e d'Amor dilacciati alle sue reti».

Elle, sghignando con lor vista pura,

sì dice: «Non cianciare omai, ch'è tempo:

rendici il nostro, e faccene sicura

della fé data non è agual tempo;

e poi ne dirai quanto a te piace,

licenza avendo dirne in ogni tempo!»

«Deh, vogliate cantar l'ardente face

e far chiaro costoro come stesti

— rispose loro — in gloria e 'n tanta pace,

quando con vago canto mi dicesti

tu del parlar che facesti al tuo amante:

e tu quel che dal tuo tu ricevesti?

I' sì rubai con un disio costante

e filice in amor quanto innumano,

dove si leggon queste note sante».

E tosto sì mostrò a mano a mano

quel che dicea a loro esser vero,

sicché ciascun ne rimase certano.

Quel che l'udîr sembiante dolce fêro

alle donzelle con umìl parlare,

ch'arrossat'eran pel parlar sincero.

«Deh, non vogliat'a questi essere avaro

a ridir vostra grolia e vostra laude,

ché dirlo a voi debb'esser sempre caro,

perch'io veggo che 'n voi tanto si scalde

fama d'amore e tanta gentilezza:

di fare a voi piacere il cor ne scalde.

I' farò più per dar bene allegrezza

ch'io canterò sonando una vïola,

quanto infiammato son d'altrui bellezza».

Sì le rispose; e questa meco sola

il simil si farà, cantando quello

che ricevea da quel che 'l cor le 'nvola.

«Però fate che questo tanto fello

quel c'ha rubato presto a noi ne renda,

ché dovute non rimangan con ello».

E quel ladro gentil, che ciò intende,

presto rende quant'era addimandato

e, per udir cantar, tutto s'incende.

Ciascun che venìa intorno e dallato

seder si ponea lieto e attento,

per udir quel bel canto innamorato.

E così cominciò col cor contento:

«O gentil creature di quel cielo,

dove Venere rota il suo crin d'oro,

per cui è fedito d'amoroso telo

ogni gentil dal vostro santo coro,

i' mi trovo in tale ardente gelo

ch'è mestier soccorriate al mio lavoro

a cantar cosa che 'nfiammi d'amore

il mio gentile e tanto bel signore!

I' ho eletto te, idol mie vago,

tanto leggiadro e pien di gentil cosa:

quando ti miro ogni mie senso appago.

Perché tuo vita è molto grolïosa

da te seguire e Amor mai mi spago;

e però non tener tuo vista ascosa

a chi t'ama e adora, segue e brama,

grolïa, esalta e pur te sì ama.

I' sì mi ispecchio nel tuo gentil viso,

dove mie gloria ha lucenti occhi lieti;

i' sì mi specchio nel leggiadro riso,

per cui i mie sensi istanno tutti cheti.

Specchiomi nel parlar di paradiso,

che tu fai col par, onde m'asseti

d'un amor che 'n te piove gentilezza,

onestà, leggiadria, somma bellezza,

la chioma fresca intorno a quella fronte,

le vaghe ciglia sì leggiadre e conte».