I
Il Voltafaccia e la Meschinità,
l'Imbroglio, la Viltà, l'Avidità
ed altre deità,
come sarebbe a dir la Gretteria
e la Trappoleria,
appartenenti a una mitologia
che a conto del governo a stare in briglia
doma educando i figli di famiglia,
cantavano alla culla d'un bambino,
di nome Gingillino,
la ninnananna in coro,
tutta sentenze d'oro
degnissime del secolo e di loro.
— Bimbo non piangere;
nascesti trito,
ma se desideri
morir vestito,
ecco la massima
che mai non falla,
e come un sughero
ti spinge a galla.
Dagli anni teneri
piega le cuoia
al tirocinio
della pastoia.
Sotto la gramola
del pedagogo
cùrvati, schiàcciati,
rompiti al giogo.
E cogli estranei
e in mezzo ai tuoi,
annichilandoti
più che tu puoi,
non far lo sveglio,
non far l'ardito;
se pur desideri
morir vestito.
Non ti frastornino
la testa e il core
larve di gloria,
sogni d'onore.
Fuggi le noie,
fuggi le some,
fuggi i pericoli
di un chiaro nome;
e limitandoti
senz'altro fumo
a saper leggere
per tuo consumo,
rinnega il genio
sempre punito;
se pur desideri
morir vestito.
Cresci, e rammentati
che dà nel naso
più lo sproposito
commesso a caso,
che la perfidia
la più fratina,
tramata in regola
e alla sordina.
Abbi di semplice
per segno certo
dell'uomo ingenuo
l'errore aperto,
e imita il sudicio
che par pulito;
se pur desideri
morir vestito.
Studia la cabala
del non parere,
e gli ammennicoli
del darla a bere.
Di Dio, del Diavolo
non farti rete;
nega il negabile,
ma liscia il prete.
Un letamaio
di vizî aborra
giù de' precordi
fra la zavorra;
ma coram populo
esci contrito;
se pur desideri
morir vestito.
In corpo e in anima
servi al reale,
e non ti perdere
nell'ideale.
Se covi smania
di far fagotto,
incensa l'idolo
quattro e quattr'otto.
Sempre la favola
della ragione
ceda alla storia
del francescone;
sempre lo scrupolo
muoia fallito;
se pur desideri
morir vestito.
Non far che un libero
sdegno ti dia
quella poetica
malinconia,
per cui non paiono
vili e modesti
dei galantuomini
i cenci onesti.
Un gran proverbio,
caro al potere,
dice che l'essere
sta nell'avere.
Credi l'oracolo
non mai smentito;
se pur desideri
morir vestito —
Vent'anni dopo, un frate professore,
gran sciupateste d'università,
da vero Cicerone inquisitore,
encomiava la docilità
e la prudenza di un certo Dottore
fatto di pianta in quel vivaio là,
dottore in legge, ma di baldacchino,
che si chiamava appunto Gingillino.
In gravità dell'aurea concione
messer Fabbricalasino si roga
capo Arruffacervelli; e un zibaldone
di cancellieri e di bidelli in toga
gli fa ghirlanda intorno al seggiolone,
e di quell'ateneo la sinagoga,
che in lucco nero, a rigor di vocabolo,
parea di piattoloni un conciliabolo.
Chi brontola, chi tosse e chi sbadiglia,
chi ride del dottore e chi del frate,
che ansando e declamando a tutta briglia,
con salti e con rettoriche gambate
circonda il caro alunno e l'appariglia
alle celebrità più celebrate,
calandosi a concluder finalmente
di dotta carità tutto rovente:
— Vattene, figlio, del bel numer'uno
de' giovani posati e obbedienti,
oh vattene digiuno
di ragazzate, di divertimenti,
di pipe, di biliardi, d'osterie,
di barbe lunghe e d'altre porcherie.
O benedetto te, che dalla culla
se' stato savio di dentro e di fuori;
che non hai fatto nulla
senza il permesso de' superiori,
sempre abbassando la ragione e l'estro,
sempre pensando a modo del maestro!
Salve, o raro intelletto, o cor leale,
che d'una fogna d'empi e d'arroganti
te n'esci tale e quale,
esci come venisti, e tiri avanti;
vattene al premio che s'aspetta al giusto,
della gran soma dottorale onusto.
Comincia coll'esempio e coll'inchiostro
a difender l'altare a destra mano,
ed a mancina il nostro
dolce, amorevolissimo Sovrano:
vattene, agnello pieno di talento,
caro al presepio e al capo dell'armento —.
All'apostrofe barocca
che con grande escandescenza
esalava dalla bocca
di quel mostro d'eloquenza,
Gingillino andato in gloria
se n'uscìa gonfio di boria
dal chiarissimo concilio
colla zucca in visibilio.
Sulla porta un capannello
d'onestissimi svagati,
un po' lesti di cervello,
e perciò scomunicati,
con un piglio scolaresco
salutandolo in bernesco,
gli si mosser dietro dietro
canticchiando in questo metro:
— Tibi quoque, tibi quoque
è concessa facoltà
di potere in iure utroque
gingillar l'umanità.
La mania di sere Imbroglia,
che nel cranio ti gorgoglia,
ti rialza fuor di squadro
il bernoccolo del ladro.
Che ti resta, che ti resta
d'uno sgobbo inconcludente
in quel nòcciolo di testa,
sepoltura della mente?
Ma se l'anima di stoppa
se n'è tinta per la groppa,
tanto basta, tanto basta
per ficcar le mani in pasta.
Infilando la giornea
d'avvocato o di notaio,
che t'importa la nomea
se t'accomodi il fornaio?
Tu se' nato a fare il bracco,
il giannizzero, il cosacco,
e compensi il capo corto
coll'andare a collo torto.
O pinzochero fiscale,
ti si legge chiaro in viso
che galoppi al tribunale
per la via del Paradiso;
e di più c'è stato detto
che lavori di soffietto,
devotissimo ab antico
dell'apostolo dal fico.
Ma quel Giuda era un buffone,
un vilissimo figuro:
tu vincendo il paragone
mostrerai che a muso duro
si può vendere un Messia,
senza far la scioccheria
di morire a gozzo stretto
e di rendere il sacchetto —.