I
Discenda sopra me dal sacro lume
razzo divin che mi riscaldi tanto
che stinguer non lo possa fonte o fiume!
O sacro Appollo, al novissimo canto
grazia respira alla tremenda voce,
qual son le forze del tuo poter santo.
Picciola barca mia, se gir vuoi in foce,
òra alle suore del monte Parnaso
che fanno legno dritto gir veloce.
Se da fortuna, da pianeta o caso
indutto fu' nol so, ma mi trovai
in Elicone, al fonte di Pegàso.
Né prima l'occhio a rimirar girai
ch'un'umbra inanzi agli occhi mi s'indulse,
d'età matura e reverenda assai.
Tre volte o più quel vaso circunfulse
con passo tardo e poi, levando gli occhi
al ciel, le palme, piangendo, si pulse:
«Destinato è da Dio ch'a dir mi tocchi
ché l'operar col corpo insieme è tolto,
nel punto che morir chiamon gli sciocchi.
O radïante Iddio, se in ira volto
vedi me figlio e tu, madre Minerva,
la tinta invidia al mondo m'ha sepolto!
La somma deïtà, che in sé riserva
trïonfo, gloria e nel mondo vendetta,
contro dimando alla gente proterva.
Se mai udir lamento vi diletta
per dar ristoro a' miseri languenti,
o giusto Iddio, la mia querela è retta;
tu se' pel Tauro corso fiate venti,
ch'i' consacrai la penna e fetti duce:
di te versi cantai, che 'l mondo ha spenti!
Cumana alle nere ombre mi conduce,
ispiriti notando sanza sangue,
debili al mondo a sostener la luce.
De' suo tormenti indarno ognun si langue,
però che speran nella gran salita,
digesto ogni velen del mortal angue».
E, trascorrendo la Città di vita,
mostrommi l'ombre del beato regno,
certificate di gloria infinita;
poi si rivolse a me, e fece segno
che subito dolore al cor lo stringa;
ond'io incominciai: «Deh, s'i' son degno
udirti, il fiato la tua voce spinga.
Qual causa il color nel viso spense,
ove letizia par mai non s'infinga?
E dov'è l'alme nelle fiamme offense?
Mostrami nella faccia tuo delizia,
non mi celar le tuo parole immense!»
«S'al fiume Lete, che to' la notizia,
chinato non ti fussi a bere all'onda,
conosceresti in te la mia tristizia.
Ogn'anima fu qui lieta e gioconda
picciolo spazio, poi divisa in tre:
l'una nel Sommo Ben veder s'infonda;
l'altra, ribella a quel felice Re,
possiede loco giù nel basso centro;
la parte terza ben né mal non fé.
Quest'è ne' corpi nostri inchiuse dentro,
come dispensa la divina sorte;
or più m'ascolta, perch'io vo più entro.
In noi le pruova Iddio fino alla morte,
e quelle che 'n ben vivere s'affanna
le fa beate nell'etterna corte.
Quelle che 'l mondo le diletta e 'nganna
nella gola infernal le scaccia e chiude;
con morte etterna al foco le condanna
Io le credetti, e 'l creder mi dischiude
nel mondo su di fama e di ghirlanda,
in gran vergogna delle gente rude.
Non è d'Iddio precetto, e non comanda
scüola teologica né cherici,
che chi pur crede ben la fama spanda.
Vi sono ancora e gran Peripatetici,
quantunque riprovati in ogni parte,
Pittagora, Platone e gli altri eretici.
Dunque ho io indarno rigato le carte,
prestando vana fede a mia nutrice,
infesta guida all'opere e mia arte?
Beato tu, che sali con Beatrice
su fra le stelle nel più alto polo;
quanto fortuna t'ha fatto felice!
e tu che fusti innamorato e solo
per Laüra cogliesti quelle foglie
sacrate a quello iddio ch'i' son figliuolo.
O dolce Appollo, se mai se ne coglie
in questa vita, cingimi le tempie,
po' che la 'nvidia al mondo me le toglie!»
Chinò el capo e 'l petto si rïempie
di caldo pianto; ma el benigno Iddio
spirò col fiato foglie e 'l capo gli empie.
L'acque renderon dolce mormorio,
faccendo segno alla dimanda iusta;
né più ritrassi di tanto disio,
perché, partita, quell'ombra vetusta
si trasse nella selva, onde lo sguardo,
seguendo retro, la veduta frusta.
Volsimi indietro assai pensoso e tardo.