I
Lunga quistion fu già tra' vecchi saggi
ed ancora nel mondo sen contende
per qual om meglio intende:
che sia felicità e in che consista.
E' fu alcuno che, vinto da li raggi
dello sprendor che l'onoranza stende,
per sua ragion difende
onor essere il fin di nostra vista.
Per onor acquistar, l'uomo s'immista
ne' pericoli stremi, e di fatiga
e d'affanni s'imbriga,
riputando essere in felice stato
chi sopra gli altri al mondo è onorato.
Questo appetito il generoso core
veggiam che sprona sempre agli alti affari,
sì che divenga pari
o che vantaggi de' sommi la loda.
Onor par che sia il fin d'ogni valore,
onor fa noi a noi esser discari,
che in pericoli amari
talor c'incalcia; e, se pur non aproda,
di ferute e di morte par che goda.
Il laudabil pensier, ch'è 'n cor, ci agogna
che noi fuggiàn vergogna,
confortando la vita d'onor priva
esser peggio che morte in fama viva.
Altri fu di non meno autoritade,
che lo stato felice d'esto mondo
sol nel viver giocondo
pensò che fosse, e di questo fa prove
che ogni atto dell'uom, se veritade
dicer vogliam pensando a tondo a tondo.
procede che secondo
piacere aspetta, e questo sol ci move.
Chi cercherebbe onor, chi gloria dove
onore e gloria fosse con dispetto?
Ma perch'elli è diletto
nell'onoranza, questo estremo tira
nostro appetito al gaudio che ne spira.
Né nessun ben tanto comune a tutti
gli animanti è quanto solo il piacere;
questo veggiàn volere
il savio, il matto, il mansüeto, il fiero,
onde natura par che i suoi costrutti
converta in questo più che in altro avere.
Poi che tanto è in calere
a tutti gli animanti il lor pensiero,
chi domandassi su nel cielo Impero
della vita di Dio e di sua corte
fien le risposte accorte:
nïente altro far lui e sua milizia
se non vivere in gaudio ed in letizia.
Chi negar può adunque giù fra noi
quel de l'uomo esser il felice stato,
ch'è più assimigliato
alla felice vita delli dei,
voluttà gaüdiosa con li suoi
piacer soavi, il cor contento e grato
ed in sé appagato
d'ogni disio e vôto d'ogni omei?
Certo, quand'io ricerco i pensier miei,
s'altr'osan chieder, e' diventan muti
e stan come perduti,
ché riprovar gli argomenti gli è duro;
e questa oppinïon fu d'Epicuro.
A Socrate e Platone e lor famiglia,
sublimi autor d'ogni ragion sottile,
parve troppo esser vile
ponere in dilettanza nostra voglia,
e disser l'uom dovere alzar le ciglia
a maggior eccellenzia, a cor virile,
scacciando il püerile
pensier di voluttà over di doglia
confortando a virtù ed a durezza,
ad affanni, ad asprezza,
per lo ben fare, ed a questo esser nato,
perché vir da virtù è nominato.
Cernesi di natura questa impronta
ne' fanciulletti ancor non depravati,
né fuor di via tirati,
che sori drieto a natura sen vanno;
questi veggiàn con isdegno e con onta
soffrir, se dagli equal son superati,
e tutti lor conati
drizzano a vantaggiare in quel che fanno.
Per questo gli agi lassano, e l'affanno
di lor voluntà prendono; e ciò mostra
che questa vita nostra
non è nata a goder, ma a eccellenzia
ed a virtù: quest'è vera sentenzia.
Ma nasce un punto qui dubbioso e scuro
che setteggiar fa poi questa famiglia
e tra sé la scompiglia,
sì ch'a litigio ed a piato la mena,
che l'uom, quantunque virtüoso e puro,
in guai puote cadere a maraviglia,
se fortuna il capiglia,
posto in calamità, tormento e pena,
in povertà, in essilio, in catena.
Chiamar costui felice è dura cosa,
sì che par vizïosa
questa sentenzia: che vertù non basta
sanza favor del cielo e stella fausta.
Questo altri consentîro, altri negâro;
e così altercando, d'una scola,
avanti unita e sola,
se ne fêr due e contrarie e diverse:
que' che consenton che 'n quantunque amaro
stato felicità dura e non cola,
dicon alta parola,
pur che sia vera, e che 'l vantar non verse;
e dicon che, 'n quantunque aspre e perverse
iniurie di fortuna, sta sicura
virtù, e ciò non cura.
O Dio, se questo è vero e tal valore
regna nell'uomo, egli è un gran signore!
Ma temo che non sia questa sentenzia
più specïosa che verace a dire,
e che non abbia ardire;
di lunge dal pericol poi s'asconda,
se di crudel tiranno vïolenzia
spogli de' beni e lui ponga in martire,
e facciali morire
in sua presenza i figli. Or qui risponda
Zenon, che tenne questa dura sponda:
dir non cura e non duole el crudo carmo,
più insensato che marmo;
e, se l'affligge il duol, come è beato
l'uomo inquïeto ed ansio di suo stato!
Gli altri, per schifar la grande ostanza,
virtù non poser, ma operazione
in lor diffinizione,
sì che schiudesser quindi ogni difetto,
ché l'uom, posto in tormento ed in tristanza,
virtù ben ha, ma operar non pòne;
e questa è la ragione
perché non è felice con effetto:
adunque l'un richiede atto perfetto,
all'altro abito basta; e così fanno
color che più ne sanno
vacillar tutti, e la lite ancor dura,
perché darne sentenza è cosa oscura.
Pur, raccogliendo a nostra utilitade,
teniam che la vertù piena e perfetta
operando ci assetta
nello stato felice d'esto mondo.
Questo pare aver più di veritade,
quest'è la meno scropulosa setta,
quest'è la più eletta
da' sapïenti, e qui 'l ver non nascondo.
Quinc'è l'onor, quinc'è 'l viver giocondo,
ché la virtù degni d'onor ci face,
e 'l ben oprar sì piace
alla sua coscïenzia che 'n dolzore
fa viver quel che n'è operatore.
— Canzon, non ragionar con li cattivi,
ma dimostrati a' buoni e quelli invita
alla felice vita,
e, se non è superbo questo a dire,
moral ti puoi chiamar sanza mentire.