I

By Leonardo Bruni

Lunga quistion fu già tra' vecchi saggi

ed ancora nel mondo sen contende

per qual om meglio intende:

che sia felicità e in che consista.

E' fu alcuno che, vinto da li raggi

dello sprendor che l'onoranza stende,

per sua ragion difende

onor essere il fin di nostra vista.

Per onor acquistar, l'uomo s'immista

ne' pericoli stremi, e di fatiga

e d'affanni s'imbriga,

riputando essere in felice stato

chi sopra gli altri al mondo è onorato.

Questo appetito il generoso core

veggiam che sprona sempre agli alti affari,

sì che divenga pari

o che vantaggi de' sommi la loda.

Onor par che sia il fin d'ogni valore,

onor fa noi a noi esser discari,

che in pericoli amari

talor c'incalcia; e, se pur non aproda,

di ferute e di morte par che goda.

Il laudabil pensier, ch'è 'n cor, ci agogna

che noi fuggiàn vergogna,

confortando la vita d'onor priva

esser peggio che morte in fama viva.

Altri fu di non meno autoritade,

che lo stato felice d'esto mondo

sol nel viver giocondo

pensò che fosse, e di questo fa prove

che ogni atto dell'uom, se veritade

dicer vogliam pensando a tondo a tondo.

procede che secondo

piacere aspetta, e questo sol ci move.

Chi cercherebbe onor, chi gloria dove

onore e gloria fosse con dispetto?

Ma perch'elli è diletto

nell'onoranza, questo estremo tira

nostro appetito al gaudio che ne spira.

Né nessun ben tanto comune a tutti

gli animanti è quanto solo il piacere;

questo veggiàn volere

il savio, il matto, il mansüeto, il fiero,

onde natura par che i suoi costrutti

converta in questo più che in altro avere.

Poi che tanto è in calere

a tutti gli animanti il lor pensiero,

chi domandassi su nel cielo Impero

della vita di Dio e di sua corte

fien le risposte accorte:

nïente altro far lui e sua milizia

se non vivere in gaudio ed in letizia.

Chi negar può adunque giù fra noi

quel de l'uomo esser il felice stato,

ch'è più assimigliato

alla felice vita delli dei,

voluttà gaüdiosa con li suoi

piacer soavi, il cor contento e grato

ed in sé appagato

d'ogni disio e vôto d'ogni omei?

Certo, quand'io ricerco i pensier miei,

s'altr'osan chieder, e' diventan muti

e stan come perduti,

ché riprovar gli argomenti gli è duro;

e questa oppinïon fu d'Epicuro.

A Socrate e Platone e lor famiglia,

sublimi autor d'ogni ragion sottile,

parve troppo esser vile

ponere in dilettanza nostra voglia,

e disser l'uom dovere alzar le ciglia

a maggior eccellenzia, a cor virile,

scacciando il püerile

pensier di voluttà over di doglia

confortando a virtù ed a durezza,

ad affanni, ad asprezza,

per lo ben fare, ed a questo esser nato,

perché vir da virtù è nominato.

Cernesi di natura questa impronta

ne' fanciulletti ancor non depravati,

né fuor di via tirati,

che sori drieto a natura sen vanno;

questi veggiàn con isdegno e con onta

soffrir, se dagli equal son superati,

e tutti lor conati

drizzano a vantaggiare in quel che fanno.

Per questo gli agi lassano, e l'affanno

di lor voluntà prendono; e ciò mostra

che questa vita nostra

non è nata a goder, ma a eccellenzia

ed a virtù: quest'è vera sentenzia.

Ma nasce un punto qui dubbioso e scuro

che setteggiar fa poi questa famiglia

e tra sé la scompiglia,

sì ch'a litigio ed a piato la mena,

che l'uom, quantunque virtüoso e puro,

in guai puote cadere a maraviglia,

se fortuna il capiglia,

posto in calamità, tormento e pena,

in povertà, in essilio, in catena.

Chiamar costui felice è dura cosa,

sì che par vizïosa

questa sentenzia: che vertù non basta

sanza favor del cielo e stella fausta.

Questo altri consentîro, altri negâro;

e così altercando, d'una scola,

avanti unita e sola,

se ne fêr due e contrarie e diverse:

que' che consenton che 'n quantunque amaro

stato felicità dura e non cola,

dicon alta parola,

pur che sia vera, e che 'l vantar non verse;

e dicon che, 'n quantunque aspre e perverse

iniurie di fortuna, sta sicura

virtù, e ciò non cura.

O Dio, se questo è vero e tal valore

regna nell'uomo, egli è un gran signore!

Ma temo che non sia questa sentenzia

più specïosa che verace a dire,

e che non abbia ardire;

di lunge dal pericol poi s'asconda,

se di crudel tiranno vïolenzia

spogli de' beni e lui ponga in martire,

e facciali morire

in sua presenza i figli. Or qui risponda

Zenon, che tenne questa dura sponda:

dir non cura e non duole el crudo carmo,

più insensato che marmo;

e, se l'affligge il duol, come è beato

l'uomo inquïeto ed ansio di suo stato!

Gli altri, per schifar la grande ostanza,

virtù non poser, ma operazione

in lor diffinizione,

sì che schiudesser quindi ogni difetto,

ché l'uom, posto in tormento ed in tristanza,

virtù ben ha, ma operar non pòne;

e questa è la ragione

perché non è felice con effetto:

adunque l'un richiede atto perfetto,

all'altro abito basta; e così fanno

color che più ne sanno

vacillar tutti, e la lite ancor dura,

perché darne sentenza è cosa oscura.

Pur, raccogliendo a nostra utilitade,

teniam che la vertù piena e perfetta

operando ci assetta

nello stato felice d'esto mondo.

Questo pare aver più di veritade,

quest'è la meno scropulosa setta,

quest'è la più eletta

da' sapïenti, e qui 'l ver non nascondo.

Quinc'è l'onor, quinc'è 'l viver giocondo,

ché la virtù degni d'onor ci face,

e 'l ben oprar sì piace

alla sua coscïenzia che 'n dolzore

fa viver quel che n'è operatore.

— Canzon, non ragionar con li cattivi,

ma dimostrati a' buoni e quelli invita

alla felice vita,

e, se non è superbo questo a dire,

moral ti puoi chiamar sanza mentire.