I

By Leonardo Dati

I' son Mercurio, di tutto l'olimpico regno

nunzio, tra gli uomini varî iuntura salubre;

splendore de' saggi, porto al certamine vostro

sì cose, sì canto nuovo. Scoltate benigni,

o circustanti che 'l canto poetico amate,

s'i' vi son grato quanto qualunque poeta.

Ha Giove sentito, padre sommo e principe sommo

degli uomini e divi el novo qui spettaculo vostro,

e, cupido farvi non ornamento minore

convenga, subito qua giù m'impuose venissi.

Presi i talari e gli abiti, via vennine ratto

e giù calâmi su questo monte propinquo,

donde sòle Italia, per forse a Marte piacere,

specchiarsi in mar Tirreno, en quel d'Adria prisca.

Quivi dee molte vidi pel calle vacanti

e ninfe seco varie, molto inclita turba,

quali dintorno presto m'acorsero liete.

Inteso da me dov'e donde venivo, pregârmi

così: «O Mercurio, del grande Atlante nipote,

sempre iddio fusti facile e trattabile verso

gli mortali ardenti el culto d'Apolline sacro;

anco noi teco vogliamo il comodo loro.

Molti in Firenze, in tempio maggiore locati,

chieggono Amicizia, del qual venerabile nome,

come sai, varie, degnissima turba, tenemo

lo scettro, incerte lì qual dea cerchino quelli;

il che grato fora da te quando inde ritorni,

qual dea lor chieggon conoscer, perché, venendo

lì loro incontro, vile e turpissimo molto,

molto dagli uomini partirsi esclusa sarebbe».

Finiron quelle, ma i' qui, dove copia tanta

sta d'uomini giunto, lieto meco intimo dissi:

«Fortunato loco, nel qual si è tanta ragione,

tanto modo egregio gl'ingegni accendere suso

a virtù e lode! Oh, merto, per qual ne sarai

grato a' celicoli! Quasi d'officina Minerva,

udite, o studiosi: e' m'è l'ascondita cosa

qual cercate voi, per me scoperta, patente,

meglio ch'ancora nullo monimento riveli.

Tra gli celesti, del Nilo e Pallade figlia,

una dea eccelle, che formosissima vince,

o non men che Venus, tant'è sua forma decora.

Passeggia il cielo, mo' sopra dove l'arduo fende

Eridano, mo' donde al cielo le Pleiadi sotto

cinsero, mo' donde gl'iddii la sguardano tutti,

vestita e nitida e distinta in mille colori

dell'Iris succinta, il che suo lembo ritesse

di gemme e d'oro lustro non men che l'Orion

e circuntesta è d'ogni mirabile fatto.

Questa — suo uffizio — manifesta l'aurea porta

dell'Oceano a quelli alipedi che 'l putto superbo

Fetonte stringe, di sé mal guida nocente;

mostra col dito lor qual via girino cauti

mezzo il Zodiaco, lo sonno e notte fuggendo;

e poscia, quando sizienti bramano posa,

snoda loro crini e di suave papavero quelli

pascendo e di pampineo pendente racemo.

Questa il celso coro chiama Cronissa pudica

quando, benché sia Caron suo coniuge solo

e vecchio e cano e non essorabile sempre,

pur, da mille vaghi miserandi spesso richiesta,

nullo gratifica, sorda, incorrotta, severa,

e più tra l'altre dee Faturina mareggia.

Questa reverenda e varia e dolcissima diva

figlia continuo e subito fecunda rimansi

dell'Aura a' raggi nitidi. Quest'una rimuta

a' tempi loro l'abito e l'ornato decente;

in primavera fiori e fragrante rosette

e gigli e viole e verzure e cespiti ameni

e tenere frondi e gentile concento d'amore

e dolzi spirti e per tutto grazia surta;

nella state reca il spicato culmine d'oro

granaro pieno d'ogni biada, pieno d'ogni legume;

nell'autunno pomi e maturezza ripone

per tutto; anco pigia l'uve spumante ne' tini;

di neve nel verno tutta è sua candida veste,

alli calzari ismalta cristallo solati.

Fu il padre d'essa il deo ricciutissimo Febo

e sua madre Teti, dea del mar sommo, profondo.

Stavi tra quelle Curina; è prencipe grande,

a cui sola dea tutte convengono cure

degli uomini. Sua madre fue Afrodis, amante

del padre Oceano; questa a Giunone superba

emula continuo. D'Imineo e Bacco iocosi

intima fu molto, e molto abiettissima vive

tra li conviti; né ben la scorgono gli altri

bassi mortali se non cui piange colando

l'occhio di lagrime, cui 'l cor mestissimo langue.

Stavi e quella iddea qual è Ciromega, fiola

di Iano e Cibele. Questa ha stensissima palma

con lunghi e forti diti; va solo volando

tra mercennari, mercati e stanze frequenti

d'artefici, che gnun conosce o tien per amico,

se non chi mezzo o trito è per grande fatica.

Anco l'Amicizia è certo primera d'onore,

bella sopr'ogni bella, che trasparente riluce

come il berillo che al sol fulgente riarde.

Erato detta fue e generolla il massimo Pollux

tindarido e, pregna d'essa, l'Aurora venusta.

Questa illustre iddea, presso a Iove massimo posta,

sceglie i prieghi vostri: quel ch'è immaculato lo prende,

gliel posa in grembo; gli altri pel dosso ributta.

E solo questa voi mortali sola potente è

nell'alto cielo traducer per merto d'amore.

Raro abita giuso, raro il consorzio vostro

prende, verecunda star nuda e mistica tra le

vostre matrone vestite a mille voluppi,

sì d'ornamenti, sì d'ambizione superflua;

né pensa degno ch'ella, immortale, venisse

coprirsi sotto i tegumenti e veste caduche,

poi che voi tutti spesso schernirla solete.

S'i' ben discerno, già già su state levati

al sacro nome di tanto insigne patrona

e veggio tra voi sì grande modestia, quanta

lodai, cupidi d'ogni prestante lavoro.

S'egli è quello i' vedo, celebrate il gaudio vostro,

ch'io vado ratto chiamarvela venghine giuso,

ormai l'altre lassando in l'ordine loro.

Ma non prima sarà che 'l Dato la musa corona

invochi, allora subito cantando l'arete,

tal qual si gode presso al celeste Tonante.