I

By Luigi Pulci

Le galee per Quaracchi

dieron le vele al vento,

giunsono a salvamento

che n'era capitano

non so chi da Spacciano

e due padron' con ello

da Pinti e di Mugello.

Riconsegnò le balle

lo scrivan da Capalle,

ch'era questo l'effetto.

Pel capo e pel ciuffetto

un tin prima di bionda,

pieno 'nsino alla sponda

per tuffar ben le dita,

un canal d'acqua vita,

di mezzo e di calcina,

tanta zucca marina,

ch'i' non so dir la somma,

un nugol d'acqua gromma,

ginestra e da partire;

lupin' non ti vo' dire,

che spengono el mal seme,

duo carrategli insieme,

pien' d'allume di feccia

per rimbiondir la treccia;

un bariglione intero

di zolfo giallo e nero,

un baril di stillato,

tanto sapon curato

da panno o vuoi da seta

di Cresci o da Gaeta,

ch'i' non saprei contallo;

tanto crin di cavallo,

diadraganti in granegli

per crescere e capegli,

ch'era una cosa iscura.

Oltre, in mala ventura!

Ch'i' vidi grasso in giarri

di serpe e di ramarri,

ch'alla cotenna giuoca.

Quivi era grasso d'oca

gran quantità, che giova

a 'nfarinar con l'uova,

un moggio di volanda,

che bastò a randa a randa.

Gicheri e seppie in polvere

furon per uno asciolvere,

per modo erano acconce,

che n'avien le bigonce

recato a 'nfarinarsi.

Pel viso assottigliarsi

per disfar porcellette

v'era ben sei barlette

d'acqua di limoncini,

cocomer', poponcini.

Di zucche e di fichi albi,

rovistico e vitalbi,

di pine e di fior di fave

o bastoni, anzi trave,

acqua di terzanella,

di malva e frassinella,

sambuco e tuttumaglio

tu puoi fare un ragguaglio

di ciascun un barile.

A filar ben sottile

untume e strofinaccioli,

pe' visi che son ghiaccioli

gran cotto e cacio fresco,

ghiaggiuol, nocciol di pesco,

fave piene la sacca,

un diluvio di biacca,

quattro cantar' d'allume

tra gentile e di piume,

zuccherino e scagliuolo,

salnitro e vetriuolo,

solimato un fangotto,

di salgemmo un barlotto,

ch'era di quel verace,

di canfera e borrace

se' scatole calcate;

di liglio e di gusciate

credi che ve ne fosse!

Per far le gote rosse,

chi fusse verde o gialla,

v'era una grossa balla

di bambagello e due

di lingua buona o piùe.

Non facevon da beffe!

Fior di prieta a bizzeffe,

Un cogno d'acqua grana,

di rafano e borrana,

tante foglie di zucca,

che più non ne pilucca

ogni gregge, ogni armento.

Recar tanto orpimento

per rimondar le ciglia,

ch'er' una maraviglia;

vetro sottile e poi

la pomice e' rasoi,

mollette da pelare,

pentolin' da serbare

certa materia e 'ntriso

per far lustrare el viso.

Uovo stillato e chiocciole,

non n'avanzò sei gocciole,

che n'avien cento ampolle.

Fuvvi per chi ne volle

di certa sugna vieta

per parer la cumeta,

anzi pur la lumaca.

Quivi era bommeraca

per cena e per merenda

per appicar la benda,

latte d'asina a cogna,

che dicon che bisogna

a' butteri e litiggine

e leva le caliggine

e cuopre assai difetti.

Per fare e denti netti

corallo e matton pesto,

gherofan, salvia, agresto

e corno di cervio arso

un sacco, e non è scarso;

romice, mèle e barba

di ramerin, che garba

con questo, ben tre bugne;

tanta bambagia e spugne,

a dozzine e pennegli,

e sugheri e feltregli,

che sotto le calcagna

nascondon lor magagna,

e altri strani arnesi,

de' quai questi compresi:

capegli e pettinuzzi,

cartocci, alberelluzzi,

fiaschetti, ampolle e specchi,

bossolin' nuovi e vecchi

e scatole e scodelle,

bicchieri e catinelle,

spilletti e fuseragnoli,

lunette e orecchiagnoli,

seta e cape' ritratti,

per ingannare e matti.

Da 'nzolfar pergamene

le zane n'eran piene,

corbelletti e buglioli

di pel di cavriuoli

per empiere e mazzocchi,

grillanduzze e batocchi

v'eran sopra alle sbarre.

De' frene' da ritrarre

se n'empieron le pecce.

Velier', voggoli e trecce,

campanelle, stregghioni,

corna di più ragioni

ve n'era pure assai.

Carte, lino e vespai

e canape e tessuti

v'alzâr, se Iddio m'aiuti,

di sopra alle ginocchie!

Mazzocchini e pannocchie,

cappucci a iosa e fruscoli,

ch'erano altro che bruscoli,

brocchette e smancerie

e mille altre pazzie

v'eran da fare a' 'nviti.

O poveri mariti,

ciechi, pazzi e gaglioffi!

Copriteli d'ingoffi,

chi ne può lor porre!

E però non la tôrre,

dice el proverbio antico,

ch'io so ben quel ch'io dico;

ché, 'l terzo giorno appena,

ve ne fu sino a cena

di tutte queste ciance,

tanto al capo, alle guance

se n'avien posto in pria

per la cicaleria.

L'altro dì costeggiorno:

a Capalle arrivorno,

non creder di segreto,

ché parea el passereto.

La mosca e la zanzara

le mordevano a gara,

sanza dir «Chiscio»!

Ché non v'era più liscio,

contradizion né feria.

Non facien mona Ismeria,

come prima a sollazzo;

Però chi non è pazzo

guardisi dal tôr moglie

Se pure ella ti coglie,

fa' giuri ispesso e bacchia.

Le galee per Quaracchia.