I
Inclito, franco, giusto signor mio,
costante, forte, temperato e saggio,
largo, discreto, umano e pazïente,
virile isdegno in te di giusto altraggio,
verso i tuoi servi mansueto e pio,
perdonator magnanimo e prudente,
fior dell'umana gente,
in cui misse natura ogni suo ingegno
per farti, e fetti, degno
di quel che mai fé creatura umana,
i' non dico mondana
anzi celestïal, degna corona
attende tua mirabile persona.
A te subiace ciascuna bellezza,
a te la turba ingrata rende onore
sì come a cosa mai simil veduta;
a me, buon servo del tuo servidore,
virtù aggiunta alla tua gentilezza
si mostra in gambo d'or gemma compiuta.
Tu sol, che puoi, aiuta
la pigra lingua e l'intelletto frale,
che per sì eccelse scale
arditi montan sotto tua speranza,
non spinti d'arroganza,
ma d'un disio fervente che gl'infiamma,
nutricati da te, di poca dramma.
Ceda chi scrisse omai di Ganimede,
Ipolito, Narcis o Pulidoro
essemplo fusser di bellezza eterno!
Credo che fùr ben tali al tempo loro
e fin qui stati, tanti ne fan fede,
ma qui s'arresta lor titol superno.
O futuro governo
de le cose celeste, chi ti spia
rari o nul credo sia,
qual pensi omai di lor che la natura
formasse creatura
di lui più bella e di maggior virtute,
in cui tutte sue forze son compiute!
Commisse in ciò la mobile fortuna,
invidiatrice propria di se stessa,
non picciol fallo, chi ben guarda al vero,
e forsi in lei tal cura fu commessa
dal sommo Giove, sanza requie alcuna
dando e togliendo nel nostro emispero,
come ciascun sincero
crede fra noi e per effetto vede,
poi che con tanta fede
amplissima virtù voltossi e lieta,
perché il greco poeta
e Virgilio a tal tempo non condusse,
sì che per lor tua fama eterna fusse.
Or ti s'aggiugne sopra ogni virtute
una sì cara e dolce compagna,
qual meritava tua persona magna.
Né da te, infuori a lui, credo par sia
cose mai fra i mortal più non vedute,
quantunque il sole scalda o il mar bagna;
certo l'uom s'acompagna
come l'animo suo proprio elegge,
né gli è dato per legge
come gli altri parenti, ma lo invita
natural calamita
al suo simil, traendo aperto segno,
ché 'l vile el vile e 'l degno cerca el degno.
Pur tal fïata con tanta malizia
invidia nelle menti uman distende,
ché sofistichi molti di lei nasce,
che sempre a discacciare il vero attende,
chi disïando, chi pur per nequizia,
e del prossimo mal sempre si pasce.
Questa fin nelle fasce
fu monumento d'uomini e di regni;
dunque fa' che tu tegni
del vulgo le parole come el vento,
che passa in un momento,
poi che per cieli è fermo ed ordinato
che amico e servo tal ti sia donato.
Or se disforme a voi natura femmi
di senno, di beltà e di costumi
e di più vostre mirabili dote,
ma per sé fé de l'intelletto i lumi,
e tal, non meritata, grazia diemmi,
che simiglianza vile in me non puote,
con lagrime divote,
signori, almen umilmente vi priego
non mi sia fatto niego
l'esser terzo fra voi minimo servo,
ché la fé che conservo
a ciascheduna vostra reverenza
merita in voi di tal grazia potenza.
—Mille volte, canzona, bacerai
ginocchion ciascun piè al signor nostro
e, se dell'esser tuo si maraviglia,
gli di': «Il mio fattor è servo vostro,
d'amor e morte pien di mille guai;
simile manda a te la sua famiglia».
E, s'egli in man ti piglia,
porgi tanta pietà agli occhi suoi
che del suo petto mai ti cacci poi.