I
Dell'oziosa Sciro
Lieto languia nel dilettoso esiglio,
Prigioniero d'Amor, di Teti il figlio:
D'Amor che al par geloso
Di sì gran prigionier, quanto superbo,
A custodirlo ogni arte
Poneva in opra. In Deidamia a lui
Scaltro additava ognora
Qualche nuova beltà. D'ogni suo moto,
D'ogni accento di lei, d'ogni negletto
Suo girar di pupille
Subito ordiva un laccio al cor d'Achille.
Avea d'insidie intorno
Tutto pieno il soggiorno. In ogni parte
Della splendida reggia
Non s'udian che sospiri,
Che voci, che lamenti,
Che susurri d'amore: e nelle chete
Ombre de' boschi a' dolci furti amici,
Dell'aure seduttrici
Il dolce vaneggiar, de' lieti augelli
Il lascivo garrir, fra sasso e sasso
Il franger delle vive onde sonore
La terra, il ciel, tutto inspirava amore.
In femminili spoglie
Là scordato di sé traeva i giorni
L'innamorato eroe. Non armi ed ire,
Non battaglie e trionfi
Eran le cure sue, ma dolci inviti,
Ma languide repulse,
Mendicate querele,
Replicate promesse,
E perdoni e contese,
E lusinghe ed offese, e cento e cento
A queste somiglianti
Fanciullesche follie, serie agli amanti.
‘Sol tu sei’, dicea talora,
‘La mia vita e la mia speme’:
E chiudea le voci estreme
Con un tenero sospir.
‘Io languisco, io vengo meno
Sol per te’, talor dicea;
E stringea frattanto al seno
La cagion del suo languir.
Ma che usurpasse Amore
Un cor promesso a lei, gran tempo in pace
La Gloria non soffrì. Venne ad Achille
L'avvertì del suo stato,
E gli trasse su gli occhi Ulisse armato.
Alla vista, all'invito
Achille si destò, vide il suo fallo,
Arrossì di vergogna,
Di sdegno impallidì, le vesti indegne
Si lacerò d'intorno, armi richiese,
E ad emendar le colpe sue trascorse
Già ne partia; ma Deidamia accorse.
Pallida, semiviva,
Disperata, anelante, in van più volte
Tentò parlar, né mai poté nel pianto
Formar parole. Ah, se parlar potea,
L'infelice in quel punto ancor vincea.
‘Ingiusti, o principessa,’
Ei disse a lei, ‘son que' trasporti tuoi.
Se vile ancor mi vuoi, perdita io sono
Facile a riparar; se eroe mi brami,
Soffri ch'io lo divenga. Addio. Sarai
Tu sola ognor...’ Quel risoluto addio
La bella non sostenne:
Sentì stringersi il cor, gelossi e svenne.
Ah che sarà d'Achille! Allori e palme
Gli promette la Gloria: Amor gli addita
Moribondo il suo bene: una codardo,
L'altro il chiama crudel; l'eroe, l'amante
Si confondono in lui, pugnano insieme.
Piange in un punto e freme;
Vuol partire, e soggiorna;
S'incammina, e ritorna. Al fin raccoglie
Tutta la sua virtù; preme nel seno
La tenera pietà che al cor si strugge;
Tace, pensa, risolve, ardisce e fugge.
Fuggì piangendo, è vero,
Ma con la Gloria accanto,
Che rasciugò quel pianto,
Che trionfò d'Amor.
Questo del nume arciero
È il capriccioso istinto;
Chi lo disfida è vinto,
Chi fugge è vincitor.