I

By Pietro Metastasio

Dell'oziosa Sciro

Lieto languia nel dilettoso esiglio,

Prigioniero d'Amor, di Teti il figlio:

D'Amor che al par geloso

Di sì gran prigionier, quanto superbo,

A custodirlo ogni arte

Poneva in opra. In Deidamia a lui

Scaltro additava ognora

Qualche nuova beltà. D'ogni suo moto,

D'ogni accento di lei, d'ogni negletto

Suo girar di pupille

Subito ordiva un laccio al cor d'Achille.

Avea d'insidie intorno

Tutto pieno il soggiorno. In ogni parte

Della splendida reggia

Non s'udian che sospiri,

Che voci, che lamenti,

Che susurri d'amore: e nelle chete

Ombre de' boschi a' dolci furti amici,

Dell'aure seduttrici

Il dolce vaneggiar, de' lieti augelli

Il lascivo garrir, fra sasso e sasso

Il franger delle vive onde sonore

La terra, il ciel, tutto inspirava amore.

In femminili spoglie

Là scordato di sé traeva i giorni

L'innamorato eroe. Non armi ed ire,

Non battaglie e trionfi

Eran le cure sue, ma dolci inviti,

Ma languide repulse,

Mendicate querele,

Replicate promesse,

E perdoni e contese,

E lusinghe ed offese, e cento e cento

A queste somiglianti

Fanciullesche follie, serie agli amanti.

‘Sol tu sei’, dicea talora,

‘La mia vita e la mia speme’:

E chiudea le voci estreme

Con un tenero sospir.

‘Io languisco, io vengo meno

Sol per te’, talor dicea;

E stringea frattanto al seno

La cagion del suo languir.

Ma che usurpasse Amore

Un cor promesso a lei, gran tempo in pace

La Gloria non soffrì. Venne ad Achille

L'avvertì del suo stato,

E gli trasse su gli occhi Ulisse armato.

Alla vista, all'invito

Achille si destò, vide il suo fallo,

Arrossì di vergogna,

Di sdegno impallidì, le vesti indegne

Si lacerò d'intorno, armi richiese,

E ad emendar le colpe sue trascorse

Già ne partia; ma Deidamia accorse.

Pallida, semiviva,

Disperata, anelante, in van più volte

Tentò parlar, né mai poté nel pianto

Formar parole. Ah, se parlar potea,

L'infelice in quel punto ancor vincea.

‘Ingiusti, o principessa,’

Ei disse a lei, ‘son que' trasporti tuoi.

Se vile ancor mi vuoi, perdita io sono

Facile a riparar; se eroe mi brami,

Soffri ch'io lo divenga. Addio. Sarai

Tu sola ognor...’ Quel risoluto addio

La bella non sostenne:

Sentì stringersi il cor, gelossi e svenne.

Ah che sarà d'Achille! Allori e palme

Gli promette la Gloria: Amor gli addita

Moribondo il suo bene: una codardo,

L'altro il chiama crudel; l'eroe, l'amante

Si confondono in lui, pugnano insieme.

Piange in un punto e freme;

Vuol partire, e soggiorna;

S'incammina, e ritorna. Al fin raccoglie

Tutta la sua virtù; preme nel seno

La tenera pietà che al cor si strugge;

Tace, pensa, risolve, ardisce e fugge.

Fuggì piangendo, è vero,

Ma con la Gloria accanto,

Che rasciugò quel pianto,

Che trionfò d'Amor.

Questo del nume arciero

È il capriccioso istinto;

Chi lo disfida è vinto,

Chi fugge è vincitor.