I

By Torquato Tasso

Sante Muse immortali e sacre Menti,

ch' abitate nel ciel di stelle adorno,

e fate al sommo Sol vari concenti

là 've perpetuo splende e chiaro il giorno,

voi quel ch' avenne a le passate genti,

tutto vedeste già, volgendo intorno,

e quel ch' or è sapete, e non ricopre

a voi l' età futura i nomi e l' opre.

E voi, del tempo e de l' oblio nemiche,

che di tenebre cinge i fatti illustri,

siete, o figlie di Giove, al vero amiche,

che qui s' oscura al variar de' lustri;

e date luce a le memorie antiche

sì come un sol che gran pittura illustri,

e l' imagini mostri altrui dipinte,

false non già, bench' ombreggiate e finte.

Voi m' ispirate dunque il novo carme,

perch' io d' alta progenie ancor feconda

canti gli scettri e le sue imprese e l' arme,

e nulla altrui del gran principio asconda;

datemi voi, ch' io possa al cielo alzarme,

ali al pensiero, a l' ali aura seconda,

né fate voi che fra lucenti cerchi

l' origin prima in vano omai ricerchi.

Taccia la fama men verace intanto,

che del vecchio Saturno anco risuona,

e lodi intorno al Mincio il vostro canto

vera stirpe del ciel, scettro e corona;

e di Tebe e di Tracia il duolo e 'l pianto

e le contese, in cui lampeggia e tuona

Giove turbato e freme il ciel discorde,

dian loco in terra al suo valor concorde.

A se stessa concorde, amica al cielo,

cara a la patria, ov' ella il fren distringe,

e più lucente fu che Febo in Delo

la sua virtù, ch' or a cantar m' astringe,

e la sua gloria, a cui qual sacro velo,

qui d' uopo non sarà Chimera o Sfinge,

od Idra o fier Ciclope o gran Centauro,

o pur di tosco armato il Drago e 'l Tauro.

Ma senza l' ombra de' fallaci mostri,

onde sì vaneggiar gli antichi tempi,

che figurargli infra stellanti chiostri,

non solo n' adornaro altari e tempi,

cantiam, saggio signor, gli antichi vostri,

c' han dato di valor più chiari essempi:

cantin le vere Muse i veri gesti,

perché la nova età s' avanzi e desti.

Dico, Vincenzo, a voi, ch' il ciel più largo

de le sue grazie aveste e più cortese,

di quanti già passaro il mar con Argo

e seguir di Giason l' antiche imprese;

e men vi caglia di Micene e d' Argo,

e di Troia ascoltar le fiamme accese,

e le fatiche de l' invitto Alcide,

poiché ogni Musa al vostro merto arride.

E se fede dal ciel discesa alberga

sul vostro Olimpo, imperioso monte,

e giustizia vi diè corona e verga,

l' una fermata in mano e l' altra in fronte,

e perché oscuro nembo il mondo asperga,

è sicura là sù d' oltraggi e d' onte,

trovin le Muse ancor tranquilla stanza

in quell' altezza ch' ogni nube avanza.

Già dechinato era l' onor vetusto

de l' alto Imperio ch' ingombrò la terra,

e stese da l' Ibero a l' Indo adusto

l' insegne sue vittoriose in guerra;

Roma, già priva del suo grande Augusto,

adorava colui che 'l ciel disserra,

e de' Romani il re germano elesse

incontra l' arme de' Romani istesse.

L' altro Cesare ancor del primo Impero

tenea di Grecia ne l' estrema parte

il titolo onorato e 'l seggio altero,

ma scemo di valor, di forza e d' arte;

l' Africa e l' Asia avean perduto il vero

lume, onde l' illustrar l' antiche carte,

e seguito l' error di falsa legge,

ch' i popoli ingannati ingiusta regge.

L' Italia, in sé divisa, empi tiranni

serviva a guisa pur di vile ancella,

e spesso a l' ombra de' sacrati vanni

si ritogliea questa cittate e quella;

parte mutando e rinovando affanni,

qual del suo Augusto divenia rubella,

qual del sacro Bifolco il dolce giogo

scotea, né tempo era tranquillo o luogo,

quando da l' alto seggio il Padre eterno

mirò d' Europa i combattuti regni,

e qual facean d' Italia aspro governo

i suoi nemici e i suoi tiranni indegni,

e l' amor de le parti, e l' odio interno

di mille cori, e gli ostinati sdegni;

e disegnò che la sua gloria prisca

d' estranio seme ancora in lei fiorisca.

E mosse al suon de la canora tromba,

onde Germania risonò sovente,

a visitar la gloriosa tomba

del suo Fligliuolo, il fior d' inclita gente;

e de gli eroi più forti, onde rimbomba

la fama ancor ne l' ultimo Oriente,

Gonzaga fu, che del suo nome erede

lasciò con ampia stirpe augusta sede.

Più saldo assai ch' in viva pietra, iscritto

restò ne' suoi nipoti il chiaro nome;

ma poi che vinto in Asia il re d' Egitto

e le provincie fur conquise e dome,

e di Sion l' antico regno afflitto

scosso da le sue gravi ingiuste some,

Mantova 'l tenne, e di sue armate squadre

gli diè 'l governo quest' antica madre.

D' orrida guerra turbini e tempeste

facean d' intorno a lei la terra oscura,

e 'l valor peregrino, anzi celeste,

la fé serena al fin e più sicura

che del suo Mincio i torti giri e queste

paludi, onde bagnò l' antiche mura;

benché non fosse da l' occaso a l' orto

a la virtute allor più fido porto.

Di tal radice il suo fecondo scelse

Dio, sì come cultor fra l' acque e l' ombra,

poscia i maligni tronchi egli divelse

con la possente man, ch' i rei disgombra;

e qui poscia fiorir l' opere eccelse

da la pianta che 'l Po col Mincio adombra.

Or chi può tutti raccontarne i rami,

benché Febo e le Muse a l' opra chiami?

Ma fra color di cui per tempo antico

non s' oscura la fama e non s' assonna,

Roticherio ritolse al terzo Enrico

la città di Matilda, invitta donna,

ch' incontra a quel d' Italia aspro nemico

fu quasi del suo onore alta colonna;

e fu Guglielmo ancor del nobil seme,

che Corrado e Gualtier produsse insieme.

Di lui poscia Corbello, e di lui nacque,

come si scrive, il suo figliuol Riccardo;

né la verace fama i pregi tacque

del buon Filippo, il messaggier lombardo,

che troppo a Federigo allor dispiacque

col ben locato uffizio. Uscì più tardo

Antonio, e di tal seme altro Corrado,

a cui la pace fu cotanto a grado.

Di valore e di senno indi fioriva

Gilio nel fortunato almo terreno;

poi la città ch' è su la verde riva,

di sé pur diede a Federigo il freno;

e del terzo Corrado ancora è viva

e di Corbello la memoria almeno,

che trattar fida pace; appresso è l' altro,

che fu nel trattar l' armi e forte e scaltro.

Galeazzo dic' io, che 'l core e l' alma

ebbe in picciole membra altero e grande,

e del vinto gigante illustre palma,

sì che 'l volo la fama intorno spande.

Or quai monili, Italia, o quai ghirlande,

qual portò 'l vincitor più cara salma

quel dì ch' al ferro ebbe la man sì pronta,

e Francia pianse la vergogna e l' onta?

Ma come stella che scintilla e luce

ne la sublime sfera, anzi sovrana,

là 've a pena s' inalza e si conduce

stanca e tremante al fin la vista umana,

così de' prischi eroi la chiara luce

sembra minor, fatta da noi lontana;

ma la virtù de la più certa prole

parve poscia di gloria un vivo sole.

Guido, che guerreggiò contro Manfredi

seguendo Carlo in giusta guerra e santa,

quando Clemente diè pene e mercedi,

e 'l regno al re, ch' ebbe virtù cotanta,

molti di sé lasciati illustri eredi,

fu quasi tronco de la nobil pianta.

Luigi, il suo Gualtier, Petronio, Abramo

produsse, e poi Gentil, fiorito ramo.

Ma Luigi il primiero e forte e saggio,

quasi Lucrezia incontro al re superbo,

mostrò in età canuta alto coraggio,

e 'n matura virtù disdegno acerbo;

e del figliuol udito il grave oltraggio,

disse: “Questa vendetta a me riserbo”.

Né s' acquetò finché 'l tiranno esangue

l' altrui scorno lavò nel proprio sangue.

E non gli tolse sol l' indegna vita,

ma lo stato ch' un tempo ei tenne oppresso:

così tesser sapea la tela ordita

da' magnanimi figli e da se stesso.

Ma la clemenza insin al ciel gradita

e l' onta iniqua del più fragil sesso,

fan che si lodi la vendetta e 'l risco,

e l' animo e 'l valor severo e prisco.

Signor la patria il vuol, la patria il chiama;

ei già comanda a' volontari, e regge

l' alma città, che 'l riverisce ed ama,

e l' eterna giustizia è viva legge.

Ma già commosso a l' onorata fama

Carlo il Boemo lui vicario elegge;

Reggio 'l conferma, e di virtù l' acquisto

dono è di grazia, e l' uno e l' altro è misto.

Luigi de le membra il grave pondo

portò quasi cent' anni e lieto visse;

poscia a Dio ritornò, sazio del mondo,

che nulla meta a l' onor suo prescrisse.

Di tre mogli lasciò, padre fecondo,

undici figli, pria ch' al ciel salisse;

ma duol per Filippino al fin sostenne,

ch' anzi il suo genitore a morte venne.

Guido, Feltrin, Corrado, Azzo ed Alberto

sostenner di sua morte il grave affanno;

Giovanni, Federigo, il buon Cosperto

pianser con gli altri il gran publico danno.

Guido ne l' armi e nel governo esperto,

che scosso il giogo avea d' empio tiranno,

saggio al saggio succede, e veglio al veglio,

quando l' ozio e 'l riposo in tutto è meglio.

Breve spazio a lui diè fortuna e morte

da mostrar suo valor e insieme il senno.

Egli e 'l Visconte poi, con varia sorte,

guerra assai lunga e perigliosa fenno;

Carlo e gli Estensi al fido amico e forte

contr' al signor d' Insubria aita denno;

né 'l Drago avuto avria rispetto e scampo

dal Leon coronato in rosso campo.

Ma Carlo imperator, quei che disgiunse

odio più che natura in noi possente,

con nova pace il vincitor congiunse,

benché sia Guido del figliuol dolente;

e l' arme di Boemia allor aggiunse

a quella di sua antica inclita gente,

che fur le negre insieme e l' auree liste,

e 'n mille imprese fiammeggiar fur viste.

Sei figli il nobil Guido ebbe di Verde,

ne' quai Natura andò cangiando stile:

Ugolin, che la vita incauto perde,

pugna, ama, regge anzi l' età virile;

Lodovico e Francesco, in cui rinverde

la stirpe, e poco a l' un l' altro è simile;

Isabella, Gigliola e Beatrice,

numero che può fare altrui felice.

Feltrin, che perturbò Verona e Reggio

e giusto onor bramò d' ingiusta possa,

tenne gran tempo l' usurpato seggio

contro l' ira d' Augusto in van commossa;

al fin mostrò come sovente è peggio

ch' uom molto viva al mondo e molto ei possa;

e giunse senza ferro e senza tema

il valor suo infelice a l' ora estrema.

Lasciò tre figli; e Guido, a forza escluso

da Reggio, conservò terre e castella;

e la villa vendeo dove rinchiuso

ebbe fortuna al suo valor rubella.

Non mancò poi 'l valor da gli avi infuso

ne' suoi nipoti, alta progenie e bella,

ch' illustre in Nuvolara allor rifulse,

né violenza o fraude indi l' avulse.

L' altro Odoardo fu, che tosto la fato

cedendo, giovinetto uscì di vita,

a miglior, com' io stimo, in ciel traslato,

ma la memoria in terra è ancor gradita.

Guglielmo il terzo, uom di valor lodato;

e d' entrambi riman stirpe fiorita,

ch' in Mantoa sue radici e tronchi ha fermi:

son donne illustri e cavalieri i germi.

Ma di bell' opre e d' alto onor fu vago

Lodovico, e di mura intorno cinse

l' alma città che siede in riva al lago,

e scacciò i congiurati, o pur estinse.

Alda il marito, e bella donna il vago,

fece lieto del figlio in cui s' incinse:

l' una Isabella e 'l buon Francesco in luce,

l' altra Febo di furto a lui produce.

Giovane ancor lo scettro e l' arme ha preso

Francesco, e mostra cor sublime ed alto:

spende, guerreggia, e da gl' ingrati offeso,

poscia da lor sostiene un duro assalto;

resiste e vince, e dal Leon difeso,

la terra e 'l Po tinge in sanguigno smalto;

prende i tiranni, e di valor essempio

e di pietà, drizza a le Grazie il tempio.

Lascia gli essempi a' figli, e 'l nome ancora

lascia al maggior, quasi retaggio eletto;

l' altro chiamò Giovanni, e s' avvalora

e questi e quel, come guerrier perfetto.

E bella coppia di sue figlie onora

la stirpe, che d' onor non ha difetto:

Margarita al candor perla somiglia,

vola Susanna al ciel, l' estrema figlia.

Ma 'l primo gloria a la sua stirpe accrebbe,

titoli, gradi, stati, insegne e pregi.

Venezia l' onorò, come far debbe

Augusto, e chi può far gli augusti e i regi:

l' uno e l' altro ei raccolse, e scettro n' ebbe

e corona; fé guerre e fatti egregi;

vinse a gli altri, a se stesso, e primo e solo

quattr' aquile spiegò sublimi a volo.

Lodovico, Alessandro, e quel che prese

Lucido nome, e Carlo, il quarto figlio

generato da lui, ne l' alte imprese

mostrò forza e valor, cauto consiglio.

Lodovico, che sempre in alto intese,

Pio Secondo raccolse in gran conciglio,

pio contra gli empi, che dal giogo indegno

liberar tenta l' Asia e 'l sacro regno.

Il terzo Federigo in te raccolto,

e 'l re di Dania, alta città, vedesti;

e 'l tuo signor da l' arme a Dio rivolto,

e seco tempi eccelsi al cielo ergesti:

pompe e novi edifici e popol folto

raccogliendo nel sen lieta crescesti,

sin ch' in terra il mostrò mortal la morte,

ma divo in cielo e d' altri dei consorte.

Come l' anima grande il grave incarco

depose de le sue membra terrene,

non passò d' Acheronte il dubbio varco

o pur di Stige le cocenti arene;

ma più veloce assai che stral da l' arco,

salse a le parti senza il sol serene,

e vide sotto a' piè Giove e Saturno

con altri rai che di seren notturno.

Del sol lucente e de l' instabil luna

vide gli altri celesti almi splendori,

e 'l certo errar di legge e per fortuna;

poi rimirò qua giù gli umani errori,

e sparso qui ciò che nel ciel s' aduna;

e de' suoi figli ancor divisi i cori,

e divisi gli stati in varie parti,

e discorde il voler, gl' ingegni e l' arti.

E de l' origin sua la fonte e i rivi

fra noi mirando, ovunque ancor si stenda,

vide com' ella in fin dal ciel derivi

e da fonte di luce in lor discenda;

vide cent' avi suoi celesti e divi,

di raggi in guisa ond' il gran sol risplenda,

e gli anni e i lustri anzi 'l cospetto eterno,

com' un dì breve al più gelato verno.

Quanto Egitto misura in verdi campi,

e gli anni numerati a mille a mille,

de' regi antichi etate imprimao stampi,

dal diluvio sicuro o da faville,

egli stimò quasi notturni lampi

o pur d' arido tronco atre scintille,

la vita un sogno, e neri fumi ed ombre

gli onori altrui, ch' oscuri il tempo e sgombre.

Ma di Barbara casta, onde fu lieta

dal barbarico onore Italia altera,

pria ch' ei salisse a gloriosa meta

nove figli ebbe, alma progenie e vera.

Federigo il primier, ché nulla il vieta,

ha 'l nome degno di colui ch' impera

ne la città, ch' aurea corona e scettro

lodò ne' suoi, non pur la penna e 'l plettro.

Francesco a lo splendor d' armi pietose

quel d' ostro aggiunse e ne coprì la chioma,

e l' onorata spada allor depose,

mentre inerme inchinollo Italia e Roma.

Né 'l suo valor in riva al Loglio ascose

l' altro, che similmente ancor si noma;

e 'l suo Ridolfo e Lodovico a paro,

sprezzan pur Lete ed Acheronte avaro.

Ma Cecilia e Susanna, alme divote,

fuggiro il mondo e 'l suo piacer profano;

ed or là sù fra le stellanti rote

han corona immortal dal Re sovrano.

Barbara in freddo clima e 'n parti ignote

visse contenta di marito strano,

e 'n lei bel cambio di pudica fede

a l' inculto Germano Italia diede.

Novi legami Amore e novi nodi

d' una e d' altra provincia anco ristrinse,

simili a quegli onde mirabil modi

le gran parti del mondo insieme avvinse.

Taccia gli oltraggi e le sue antiche frodi

l' Asia e l' Europa, ch' odio in lor sospinse;

né guerra agguagli a questa guerra illustre

per gloria d' arme onde i suoi regni illustre.

Né con men dolce o men famosa cetra

il legitimo amor risuoni o canti

Febo, deposto l' arco e la faretra,

né de la morte altrui si glori e vanti.

Qui nobil moglie oneste grazie impetra,

sono le voglie pure e i pensier santi,

e non v' ha loco inganno o nube vaga,

ma di sua fede il puro amor s' appaga.

Margarita arricchì di novi parti,

più che di care gemme e di fino auro,

d' Italia bella le più liete parti,

che via men liete fur d' alto tesauro.

Nacque il novo Francesco a l' armi, a l' arti

di guerra illustri, a scettro, a palma, a lauro,

a pompe trionfali, a vera gloria,

di poema dignissimo e d' istoria.

Altri figli d' Antonia, altri nipoti

di Gian Francesco, a lei congiunto, usciro,

pur come rai di sol ch' illustri e roti

d' intorno al ciel col suo perpetuo giro.

E più saran per fama al mondo ignoti

di Macedonia i regi, e Dario e Ciro,

e gli altri ch' illustrar l' antica Sparta,

qual d' un gemino sol luce cosparta.

E i gloriosi che passaro a Colco,

e quei che presso Troia o 'ntorno a Tebe

fecer su' corpi estinti il fiero solco,

e di sangue inondar l' orride glebe,

e l' opre di nocchiero e di bifolco,

onde già vaneggiò l' errante plebe:

ch' il tempo i fatti lor di nebbia asperga,

o i nomi illustri in cieco oblio sommerga.

Nacque di Lodovico il gran Luigi,

di Pirro Carlo, coppia in guerra esperta

e di sommo valor, ch' a' regni stigi,

senza offrir ramo, avria la spada aperta;

e segnò verso il cielo alti vestigi

per la via di virtuù solinga ed erta;

l' orme seguir Vespasiano e Pirro,

col duro elmo premendo inculto cirro.

E Ferrante e i fratelli, i quai dimostro

han gran valor in guerra, e 'n chiuso arringo,

e gli altri, nati avanti al secol nostro,

che quasi in breve fascio accoglio e stringo;

e quel che meritò la mitra e l' ostro,

Pirro, ch' a quest' onor non gio solingo;

e 'l dotto Scipion, ch' ovunque il segua,

vince i meriti altrui, la gloria adegua.

Dove lasci' io del buon Ridolfo il veglio

i figli e i successori indi ritratti?

Orazio, Alfonso, o te, Ferrante, io sceglio,

Prospero, o te, di cui si scriva e tratti?

Ma 'l valor del grand' avo è chiaro speglio

in alte imprese e 'n animosi fatti,

perché col petto suo le schiere avverse,

non con la destra sol invitta aperse.

Già Carlo avea corsa l' Italia e vinta,

e d' arme ingombra e di terrore indegno

la nobil Roma, e 'n breve pace e finta

di Cesare costretto il vario ingegno;

la stirpe d' Aragona al fin sospinta

di lido in lido e d' uno in altro regno,

ed a que' già di Pirro e d' Alessandro

dato speranza, e 'n sin al mar d' Antandro.

Ma quando egli dovea di Grecia oppressa

scotere il giogo che l' aggrava ed ange,

e la gloria cercar dal ciel promessa,

dando giusto spavento al Nilo, al Gange,

lascia il bel regno e la vittoria istessa

in guisa d' uom che tosto il voler cange;

e di vincere omai pentito e stanco,

tornò, ma quasi vinto, al regno Franco.

L' Italia, ch' al venir fu piana e molle,

dura gli sembra in ritornando e lunga;

e quasi irata incontro a lui s' estolle

e par che dal suo regno il re disgiunga:

più cupo il fiume e più scosceso il colle,

più folta appar la selva, ovunque ei giunga;

sempre ha rischi da tergo e rischi innanzi,

e teme quei che spaventò pur dianzi.

Ma 'l gran padre Appennin l' antico dosso

premer sentia da quelle armate genti;

da cavalli e da carri indi percosso,

sotto il peso gemea d' aspri tormenti;

e poi ch' una o due volte indarno ha scosso

fulmini de' celesti a prova ardenti,

in vano ancor s' armò d' orrido gelo

e parea lamentarsi al Re del cielo:

“Per fulminar contro 'l tuo regno a prova,

i folgori, ond' ei tuona, onde lampeggia,

porta costui ne i monti, e 'n me rinova

il furor de gl' ingiusti e 'l tuo pareggia.

Ma di venir là sù sentier non trova,

bench' egli aspiri a la celeste reggia.

Or che fia, se mi sterpa e se mi svelle?

Fuggendo Italia assalir può le stelle.

Già d' altri monti almeno il peso aspetto,

se la tua ardente man tardi minaccia:

ardimi, o Re del cielo, il crine e 'l petto,

lodo l' incendio in me, se foco il caccia;

e pur non fui contra 'l tuo nume eretto

e contr' al tuo poter da l' empie braccia;

né tuo nemico tengo occulto in grembo,

pregno via più di rugiadoso nembo.

E solo il sacro tuo nobil trofeo

portar vorrei su le robuste spalle,

e non quel d' Efialte o di Tifeo,

o pur del re de' Geti o d' Anniballe”.

Tacque, e scosse la fronte, onde cadeo

più d' un torrente d' una in altra valle,

e versò neve in atro umor disciolta

da' crini e da la barba orrida e folta.

Giunt' era dove il Taro al Po se 'n corre

il re, cui d' aspri monti orridi sassi,

o città chiusa d' alte mura o torre,

o schiere armate non serraro i passi,

quand' ei mirò dal gran Francesco opporre

i collegati a' suoi, già incauti e lassi,

che ne gli ordini lor passando avanti,

sparsi e turbati fur da' Greci erranti.

Come carca di prede armata nave,

che trascorrea del mar tranquillo il seno,

quand' ebbe destra l' aura e più soave,

e queta l' onda intorno e 'l ciel sereno,

poi che si turba, e minaccioso e grave

Austro gl' inalza incontra il mar Tirreno,

teme, nel prender porto, occulto scoglio,

né può sforzar de' venti il fero orgoglio;

così parea quell' oste allor confusa

dal suo timore, e per li duci incerti:

altri di terra ben munita e chiusa,

altri più fida in suoi guerrieri esperti.

Il magnanimo re fuggir ricusa

il periglio e l' orror de' lochi aperti;

né vuol con l' oro aprir la dubbia strada,

ma con la sua fatale invitta spada.

Porta e riporta in vano il fido araldo

minaccie e vanti, e 'n van promesse e preghi,

ch' ogni core, al suo pro costante e saldo,

non avvien che si mova alquanto o pieghi.

Già scioglieva i torrenti il sol più caldo,

i quali il verno par che stringa e leghi,

e 'l Taro distendea turbato e presto

il corso allor fra quel nemico e questo.

A destra il re tenea gli eccelsi poggi

spiegando al ciel la trionfale insegna,

ed a qualunque a lui d' incontro alloggi

già signoreggia d' alta parte e regna;

l' altro, se vuol passar, convien che poggi

su l' erte sponde, e 'l suo tardar disdegna;

né stima il dubbio letto e 'l giro obliquo

del fiume, o 'l loco a tanta guerra iniquo.

I padri in alta impresa e gravi e tardi,

ch' indugiando acquistar provincie e fama,

e steser fra gli Argivi e fra i Lombardi

il giusto imperio che s' onora ed ama,

lentaro il freno a' suoi guerrier gagliardi,

ed a quella di gloria ardente brama;

e parve il gran Francesco in mezzo al campo

e ne' detti e ne l' opre acceso lampo.

Dicea: “Partirà dunque omai sicuro

questi, che fugge Italia, anzi la porta

presa oltra l' Alpe, ove aspro giogo e duro

già le prepara e legge iniqua e torta?

Quasi ladron notturno, al cielo oscuro,

che serrato non trovi od uscio o porta,

porterà le corone e gli aurei fregi

e tante prede di spogliati regi?

E potrem noi soffrir che pur ritorni

di là da' suoi nevosi orridi monti,

ove le sue vittorie e i nostri scorni

e gli oltraggi d' Italia altrui racconti?

Né sarà chi 'l ritardi o chi 'l distorni?

né chi l' assalga o 'l fuggitivo affronti?

Perch' ei salve sue prede e quella turba,

che poco riposando altrui perturba?

Star non potran fra l' Alpi e fra Pirene,

quai fere chiuse entro selvaggi chiostri,

ma parran turbo di volanti arene,

o gran diluvio sopra i campi nostri.

Tronchiamo al ritornar l' ardita speme,

e qui ciascuno il suo valor dimostri,

e l' italico onor, ch' è quasi estinto,

per voi risorga vincitor di vinto.

Numero lor non vi spaventi o forza

impetuosa, che poi langue e manca:

carchi di preda più che d' armi, a forza

faran qui guerra, e già lor furia è stanca.

Già di fuggir, non di pugnar si sforza,

già presa è dal timor la gente Franca:

prendiam la Francia, or ne l' Italia, al varco,

col re che non sostiene il proprio incarco.

Passiam pur questo fiume, il qual fremendo

da la vittoria i suoi scevra e diparte,

ch' io sono vosco al guado e vosco attendo:

seguiran gli altri de la gloria a parte”.

Così diss' egli, e con un suono orrendo

fiammeggiar tutti i folgori di Marte,

ed in quel tempo risonar le trombe,

onde avvien che la terra e 'l ciel rimbombe.

Scendeano i Franchi intanto, e 'n guisa d' ale

stendeansi i primi a quel corrente fiume;

e 'l gran Trivulzio, a cui di gloria eguale

pochi l' età famosa oppor presume,

facea la scorta al re già lasso e frale,

ch' or vincea sua natura e suo costume;

ma i nostri pria varcar dal lato destro

in quel guado sassoso e quasi alpestro.

Ritardò 'l fiume il corso, e 'l novo limo

fé dubbi i passi e le vestigia incerte:

languendo al trapassar vacilla il primo

sforzo, cui rapid' onda in sé converte;

l' arme vibrar l' assalitor da l' imo

per le rive non può scoscese ed erte;

ma d' alto il difensor percote a basso,

tal ch' è varco di morte il duro passo.

Spuma il torrente, e di sanguigno flutto

gonfio, vie più veloce al Po discende;

ma virtù soffre al fine e vince il tutto,

e per contrasto avanza e più risplende;

ed usciria di Stige al lido asciutto,

e da quell' onde ch' atra fiamma accende:

onde poggiando al fin le rive ingombra,

e 'n tre lati si pugna e 'n mezzo a l' ombra.

Fra le piante impedito, iniquo e scarso

campo ha 'l valor de' nostri, e meno appare;

ma di lor sangue, onde 'l terreno è sparso,

non fur quell' alme gloriose avare,

quando Francesco, a gli animosi apparso,

vento sembrò che 'l ciel perturbi e 'l mare,

e volga a forza a le contrarie sponde,

contra 'l corso primier, le nubi e l' onde.

Al primo ch' incontrò, l' invitta lancia

trapassa il petto, e poi fra gli altri fere,

tanto che s' apre il passo al re di Francia

fra i colpi e l' armi de l' avverse schiere;

e s' a' meriti altrui giusta bilancia

ha 'l sommo Re de le celesti sfere,

quel dì ch' ei tanto fece e più sostenne,

corona d' alta gloria a lui convenne.

In breve spazio fé mirabil cose

incontra Carlo e 'l suo drappel gagliardo.

Che dirò prima o poscia? a morte ei pose,

trafitto da sua spada, il gran Bastardo;

e qual de gli altri al suo valor s' oppose,

parve a fuggir la morte e lento e tardo;

e spogliata lasciò la fronte e 'l lato

di sue forti difese al re turbato.

Voi, Muse, voi corone e rime ordite,

perché 'l mio canto a tal rimbombo è roco,

cantando voi com' ei le schiere ardite

percosse, ruppe, sparse in altro loco:

là dove uscir da la profonda Dite

pareano i fiumi del sulfureo foco,

e giunto in mezzo a la sonora fiamma,

quell' incendio cessò, che 'l mondo infiamma.

Tolse i fulmini a Francia, e tolse a Carlo

in picciol tempo i suoi guerrier più forti.

Ella medesma sa ch' il vero io parlo,

benché si glorii d' onorate morti,

ché poté a pena al suo valor sottrarlo:

cotanto variar venture e sorti;

Francesco in gran periglio ivi si scorse,

e 'nvitto cadde e vincitor risorse.

D' atro sangue la terra ancor si tigne

là 've pugna il Trivulzio incontra l' alto

Sanseverino, e 'l Fortebraccio astrigne

d' altro lato e 'l travaglia in fero assalto;

né pur le rive tepide e sanguigne

cangiato hanno in vermiglio il verde smalto,

ma de l' orrida strage il Taro immondo

armi volge e cavalli, e preme al fondo.

Tema ed orrore in mezzo, e lutto e duolo

e morte intorno trionfar si mira;

la vittoria tra lor con dubbio volo

sospesa pende, ed ora a' Franchi il gira,

e talor passa nel contrario stuolo,

ed a l' onor d' Italia intenta aspira

ed a quella del mare alta regina,

e più de gli altri al suo Gonzaga inchina.

Ma sin da prima la ritenne e torse

il leggier Greco a le rapine intento,

che da la pugna a depredar trascorse

del tesoro del re l' oro e l' argento,

e le corone di Ferrando, e 'n forse

da poi più tenne il tardo aiuto e lento,

ch' oltre le rive attese e sol comparve;

ma de l' altrui vittoria invido parve.

Al fin de la battaglia il re de' Franchi

a più sicuri poggi i suoi ritrasse,

di ricca preda già spogliati e stanchi,

come pur nulla incontra i nostri osasse.

L' altro, benché fortuna al valor manchi,

a le sue genti assai ferite e lasse

nulla mancò; ma le raccolse insieme,

e passò 'l guado a più sicura speme.

Ei piange il suo Ridolfo e piange ancora

de l' orba sua milizia i lumi estinti,

e 'l re di varie morti anco s' accora,

e questi e quei son vincitori e vinti;

e poi, sorgendo la vermiglia aurora,

non gli ritrova a l' alta impresa accinti,

ma 'n consiglio si spende il tempo dubbio,

e ciascun nova tela avvolge al subbio.

Passato il terzo dì, notturno e cheto

mosse le genti il re per l' aria bruna,

e tenner quasi il suo partir secreto

gli alti silenzi de l' amica luna;

e gemendo cedeo senza divieto

la sua vittoriosa alta fortuna:

restavan gli egri abbandonati in guerra,

né, morti, gli copria l' estrania terra.

Ebber i nostri onor di tomba e d' arca,

e dorati metalli e bianchi marmi;

e 'l colpo de l' avara invida Parca

fu lagrimato in più sonori carmi;

non si mostrò Venezia ingrata o parca

a l' onor di Francesco, al merto, a l' armi:

corse il suo nome oltre Appennino ed Alpe,

né fur mete a la fama Abila e Calpe.

Né Maratona o le mortali strette,

che difese il Leone incontra i Persi,

fur più degne giamai di lodi elette

e del rimbombo di sonori versi:

altro Leon più forte altre vendette

fé de gli oltraggi, e i fieri artigli, aspersi

del barbarico sangue, altrui mostrando,

non cade no, ma poggia al ciel volando.

Passa Appennin Francesco e giunge al lido

de la nutrice del figliuol d' Anchise;

ma pria vince ad Atella, e forte e fido

le forze d' Aragon dianzi conquise

conderma; e scaccia poi dal nobil nido

quei che lor colpa o lor virtù divise

dal sommo Padre; e Genoa e Francia acquista,

pur come nulla al suo valor resista.

A lui prima fiorì con auree spoglie,

dono di santa man, la sacra rosa;

a lui portò Michel l' orride spoglie

del gran Piton, che vinto e freme ed osa;

a lui d' Italia le divise voglie

fecer fortuna e non virtù dubbiosa;

ma tra sì varie sue discordie tante,

più refulse il valor d' alma costante.

D' amor, di sangue e di valor fratello

gli fu Giovanni, e fu guerriero egregio,

e con l' insegne, ove le piume e 'l vello

spiegò 'l Leon, ebbe gran lode e pregio.

Ma Sigismondo il secol suo più bello

fece, raccolto in sacro alto collegio,

e d' ostro il crin gli avvolse in Vaticano

la sacrata di Giulio e Santa mano.

Al valor de' fratei beltà conforme

e castitate ebber le donne; e Chiara

de l' antiche seguì gli essempi e l' orme,

e del suo nome il cieco oblio rischiara;

e Maddalena in più leggiadre forme

fu giunta al nodo onde la vita è cara;

con celeste beltà spirto divino

ebbe Isabella, e se ne gloria Urbino.

Derivar di Giovanni altri Gismondi,

novo Alessandro a Gaelazzo appresso,

compagno al novo Alcide, e l' auree frondi

gli fer corona lungo il bel Permesso.

Chi può dir quai sian terzi o quai secondi,

s' ogni ramo è d' eroi sì folto e spesso?

E se contarne l' opre e i nomi io penso,

questo bosco d' onor si fa più denso.

D' altra Isabella, onde s' onora e cole,

quanto per molti eroi, la stirpe antica,

perché in lei fu quel che sì rado suole,

l' onestà bella e la beltà pudica,

Francesco generò felice prole,

quasi raggio celeste in terra aprica:

Federigo fu il primo, a gli altri padre

ne l' arme e ne l' imprese alte e leggiadre.

Questi a la fede, a cui la terra e gli empi

negano albergo, ond' ella al ciel se 'n poggia,

alza per dare a gli altri alteri essempi,

sublime altare in disusata foggia,

sovra l' Olimpo, ov' a' turbati tempi

nembo non cade o tempestosa pioggia,

né fiamma spira di vapor terreno:

tanto presso a le stelle è 'l ciel sereno!

Questi l' onor, che ne l' etate acerba

gli fa Leone e 'l successor severo,

sotto Clemente anco mantiene e serba,

avendo di lor gente il sommo impero:

discaccia da Milan gente superba

col gran Roman, di varie palme altero;

Pavia difende, indi raccoglie Augusto,

e titol novo aggiunge al suo vetusto.

E novo al vecchio stato; e sì feconde

cittati a questa sua, che meno afflisse

l' antichissima etate e 'n ciel seconde

aver dovea le stelle erranti e fisse:

anzi Roma seguendo in riva a l' onde,

come 'l toscan suo fondator predisse,

qui con arti di pace e di battaglia,

d' opere e di splendore i regi agguaglia.

Ma 'l fratel sacro de l' armato duce,

Ercole, di fin ostro in lei s' adorna,

e più di gloria e di virtù riluce,

e regge lei, poich' egli in ciel ritorna;

a la Chiesa è colonna, al vero è luce,

onde l' empia eresia si danna e scorna:

degno di tre corone in sacra reggia,

con quella or di giustizia in ciel fiammeggia.

Giovinetto Ferrando al duro peso

de l' armi avezzo, a somma gloria aspira:

salva la madre, estingue il foco acceso

che Roma accende, e 'l furor frena e l' ira;

difende il regno in cui già morto o preso

è ong' altro duce, e la fortuna ei gira

inchinata d' Italia, anzi l' essalta:

prende Fiorenza e gli Africani assalta.

Passa e ripassa i mari, i monti e i lidi,

segue Carlo per l' onde e 'l segue in terra;

e al regno di Pannonia, a' Mauri infidi

porta e riporta perigliosa guerra;

distrugge a gli empi i più sicuri nidi,

scende in Dalmazia e i suoi ripari atterra

là 've fronteggia con munite fronti;

poi racquista il perduto a piè de' monti.

Soggioga il duce ribellante, e 'nsieme

gran parte de la Francia a Carlo il Quinto;

espugna altre città de' Franchi estreme,

altre patteggia, onde ha salute il vinto;

move guerra a Parigi, e Francia il teme,

chiede il re pugna dal timor sospinto;

Carlo dà pace a' Franchi e pace al mondo,

e depon de l' imperio il grave pondo.

Il regno di Sicilia e quel d' Insubri

regge Ferrante ed orna in lieta pace,

famoso da l' Atlante a i lidi rubri,

sì che 'l Franco ne teme e 'l Mauro e 'l Trace.

Cerca Ippolita e Paola altri delubri,

schifando d' Imeneo la chiara face;

e giunta a duce invitto Eleonora,

il lieto Urbino e tutta Italia onora.

Ma Federigo a sé de' regi argivi

virtù de' greci augusti aggiunge, e mesce

la progenie real trasfusa in rivi,

onde gloria per gloria in lei s' accresce;

e, qual pianta germoglia a' venti estivi,

di Margarita esce Francesco e n' esce

Guglielmo, e Lodovico al fin il quarto

di Federigo appare ultimo parto.

Nacque la bella e saggia e casta Elisa

pur de gl' istessi, e santo amor consorte

la feo d' alto signor, da cui divisa

l' anima sua immortal non è per morte.

Nato pur di quel padre, e non precisa

la strada de l' Olimpo, il saggio e forte

Alessandro ritrova, e 'n vista e 'n opre

degno di tanto genitor si scopre.

Ma Ferdinando re, ch' allor successe

a l' imperio di Carlo in lui deposto,

poiché più glorioso il tempo resse

di quei che già nomar luglio ed agosto,

il lor primo fratel genero elesse:

mal si vince qua giù destino opposto

a la vita mortal che vola e fugge,

e quando è più felice, allor si strugge.

Morì Francesco, e prese il ricco freno

de la città dov' è sepolto Anselmo,

e di tant' altre ch' in fecondo seno

nudre la nobil terra, il buon Guglielmo,

a cui giustizia insin dal ciel sereno

scese, e 'n vece a lui fu di scudo e d' elmo:

pace a lei si congiunse, e 'n più maligno

aspetto lunge errò Marte sanguigno.

E mentre Lodovico in altro clima

di sue ferite acquista eterno onore;

e 'l sacro Federigo al ciel sublima

il bisso e l' ostro, e 'n Dio rinasce e more

al cieco mondo; in quel s' onora e stima

providenza veloce e 'nvitto core,

non sol l' alta virtù che appende e libra,

e la spada per lui sostiene e vibra.

Tal che socero Augusto i merti apprezza

e di sposa il fa lieto, anzi felice,

di quanto il ciel può dar casta bellezza,

senno e valore, e più bramar non lice;

l' animo eguale a la cesarea altezza

perpetua guerra a' pensier bassi indice,

virtute alberga e onor ne l' alma accolto,

fuor si dimostra maestà nel volto.

D' ambi nacque Vincenzo, e tutti vinse

di nova grazia e di virtù superna:

ché lontani da lui sin or rispinse

di fato i colpi e di fortuna esterna;

e 'n sì bell' alma a sì bel corpo avvinse,

che di se stesso ebbe vittoria interna,

placido e grave, e d' alto e chiaro ingegno,

e a vincer nato, e nato a scettro, a regno.

Quasi fra l' api il re, ch' a morsi crudi

non s' arma e tal per sua natura ei nasce,

l' arti leggiadre e gli onorati studi

tutti raccoglie e tutti alberga e pasce;

in gloriose pompe e 'n feri ludi

altro signor non è ch' a dietro il lasce,

o 'n consigli canuti e 'n gravi e giusti

più faccia amici i regi e i grandi augusti.

Poscia a l' aure del ciel pure e serene,

pur dove, cinto di palustre canna,

il Mincio sparge le minute arene,

usciro in luce Margarita ed Anna,

quasi dive celesti e non terrene,

e stelle in ciel, che nulla nube appanna;

e l' una Italia, che per sé la volle,

l' altra Germania in degno grado estolle.

Il gran Ferrante a numerosa e larga

prole lasciò di gloria ampio retaggio,

in cui par ch' ogni dono il ciel cosparga:

Cesare è 'l primo e valoroso e saggio,

che la man stringe al ferro, a l' oro allarga;

poi gli armati fratei d' alto coraggio,

oltra que' due, ch' in bianco lino avvolti,

son per via più sublime al ciel rivolti.

Roma, che sacre palme e sacri allori,

mitre e corone a la virtù dispensa,

alcun più degno di celesti onori

non vide in terra e di veder non pensa.

Francesco splende infra i beati cori,

Vincenzo è luce a noi d' onore accensa:

quegli del ciel la corte, e la terrena

or questi illustre fa, non pur serena.

Da Cesare ha Ferrante essempio e norma;

o popoli corregga o parli o scriva,

o premi o doni, il riconosci a l' orma,

anzi è l' imagin sua spirante e viva,

che nobil vita d' alto lume informa:

onde il padre seguendo al sommo arriva

de l' umana virtute, e quel trapassa

non pur co' merti, e gradi a dietro ei lassa.

Benché duce sia detto, è prenze e donno

di popoli e città, fra gradi e pompe.

Lodovico fé Carlo, e 'l queto sonno

del genitor la gloria al figlio rompe;

e d' alta meta lui ritrar non ponno

Fortuna od altro che virtù corrompe;

e così a prova a la lor gloria intenti

sono due regni e due famose genti.

A Vincenzo Leonora unisce e lega

il gran duce de' Toschi, eletta figlia,

in cui natura ogni suo don dispiega,

e 'l ciel ogni sua dote e meraviglia.

E che terrena sia la terra or niega,

cotanto a' puri spirti ella somiglia,

nova, divina e gloriosa Alceste,

né morte può contra valor celeste.

Né d' uopo v' è d' Alcide, il qual ritoglia

a la crudel l' ingiuste empie rapine,

perch' ella stessa n' ha vittoria e spoglia,

di gloria ornata e di virtù divine;

le quali, allor che l' alma il vel dispoglia,

volan dal mondo al Re del ciel vicine:

però d' opre e di mente angel rassembra,

fatta immortal ne le caduche membra.

E per grazia maggiore a lei sembiante

è la progenie, e par dal ciel discesa;

e 'l padre rinovar nel bel sembiante

vede, qual fiamma suol di fiamma accesa.

Altro di lor Francesco, altro Ferrante,

altro Guglielmo a più sublime impresa,

sin da le fasce e da la cuna aspira,

e 'l ciel secondo a lor risplende e gira.

Mete e tempi non son là sù prescritti

a l' alta gloria di lor stirpe in terra.

N' andranno i duci e i cavalieri invitti

oltre le vie, donde il sol move ed erra;

e de l' antica Grecia i regni afflitti

sperano anco da lor salute in guerra,

e 'l gran nido rifar che 'l drago ingombra,

de' sacri vanni riposando a l' ombra.