I
Amor, da poi ch'i' son drento al tuo regno
e sotto tuo potente signoria,
dirò di te e del tuo gran valore;
e tu, c'ha' 'l mie potere in tuo balìa
e che sai gli afetti del mie core,
deh, fa' che 'l mie parlar sie di te degno,
e non m'avere a sdegno
ch'i' riprenda color c'han di te detto,
tirati da sensibile bellezza!
Lasciando quel che piace all'intelletto,
credendo forse etterne lode darti,
han posto al volgo vil tuo degna altezza,
com'apar per l'antiche e nuove carte.
Or i' sento nomarte
Cupido ignudo, arcieri orbo e alato,
con opositi stral, di Vener nato.
Forse che lor, secondo antic'usanza,
veggendo qui seguir l'innormi efetti
in color che son tutti al senso dati,
stimando certo quelli esser costretti
da superna cagion, furon forzati
d'impor tal nome a tuo degna possanza;
ma certo molto avanza
la tuo virtù i lor folli concetti,
ch'elli fêr dir di te sì stoltamente,
ponendo in te li nostri uman difetti,
dandoti colpa del nostro fallire,
che è, se l'alma, istolta e che consente
al senso, vuole il van piacer seguire;
per che si debbe dire
che tu sia tu, con ciò sia che la fai,
pur ch'ella voglia amar ben sempre mai.
Certo, se que' che 'n te son per amore
avesson rettamente diffinito,
arebbon detto: «Egli è sanza ragione
o certa cupidigia o apitito,
che vien da nostra umana condizione,
se l'alma lascia il suo primo valore
e scende nel furore
bestiale, ove la tira il fragil senso,
quando s'afigge in bellezza aparente,
onde non è, benché gli apaia, immenso.
Quel poter che la tira n'è cagione
diva, distinta e per sé esistente,
che forza l'alma a tale incrinazione;
ma lei per elezione
segue chi tira, e, per soperchio effetto,
nuovo esser prende da fallace oggetto»
Ben fu alcuno che questa elezïone
distinse molto ben, d'amor parlando,
della suo libertà e premio e pena,
per merito e per colpa argumentando,
colpa mostrando l'amor, ch'al mal mena,
merito quel che guida a perfezione;
e, 'n suo distinzione,
contraria qualità pose in amore
chiamandol buono certo; e solo in questo
seguì l'usanza dell'antico errore,
perch'amore è amar dal fin che s'ama.
Distinto esser ben sempre è manifesto,
ché, se quel fin creò, più non si chiama
amor, ma certa brama
sanza ragion, che dà nome a coloro
in cui egli è com'all'avaro l'oro.
Ma e' fu ben che ciascheduno effetto
della radice della suo grandezza
volendo dimostrar, cominciò a dire:
«Amore è 'ncrinazione alla bellezza,
e bellezza è che 'l senso fa 'nvaghire,
e un'altr'è che piace all'intelletto;
quella, ch'è propia oggetto
del senso, è la bellezza corporale;
incorporea è l'altra, e ciascheduna
provoca l'apetito naturale
che è nell'alma, in cui nasce l'amore,
qualora ella si piega all'altra o l'una;
e tal piecare è sempre sanz'errore,
s'ancilla del signore,
del servo non si fa, sanza pensare
all'Esser, sommo ben, per quel ch'apare.
Perché bellezza è grazia che procede
dal Sommo Ben, che l'apetito alletta.
il qual, se 'n lei si ferma o ver lei piega,
per vederla o fermarla dalla retta
via, di natura già non si dislega;
ma, se per mal usarla torce il piede,
nel dritto ordine eccede,
e questo è quel che fa ir l'alma al fondo;
la qual, se mossa con detto apitito,
la bellezza sensibile del mondo
si volta a contemprar, argumentando
la 'ntelligibil poi e l'infinito
amore onde procede; su volando
ascende, tal che, quando
l'esempio scorger può d'ogni bellezza,
quivi s'afigge e nïente altro prezza».
E io ricorro a te, o santo Amore,
che da potenza etterna e da bellezza
procedi e se' cagion che fa venire
l'animo nostro alla divina altezza,
ond'è fatto lontan pel suo fallire,
circundato di tenebre e d'errore.
Voluttà e dolore
sono i rivi del fonte ov'el s'imerge,
ma liquor del tuo lucido sprendore,
che sopr'esso continüo s'asperge,
surger lo fa; ond'apre gli occhi e vede
esser le forme sotto il tuo valore,
l'ordine e l'armonia che ne procede,
ond'a se stesso riede,
e da te si conosce e 'n te si posa,
perché se' ben che trapassa ogni cosa.
— Canzona mia, perché sie mal vestita
e rusticana, non ti ritenere
d'andare a palesarti a tutti amanti,
perché 'l pubrico mal richiede avere
pubrica medicina; e tutti quanti
li saluta dicendo: «I' sono uscita
dell'ermo e son remita,
e vengo a voi per dimostrarvi amore,
a ciò che 'l vostro amar sie sanza errore»