I

By Veronica Franco

S'io v'amo al par de la mia propria vita,

donna crudel, e voi perché non date

in tanto amor al mio tormento aita?

E, se invano mercé chieggio e pietate,

perch'almen con la morte quelle pene,

ch'io soffro per amarvi, non troncate?

So che remunerar non si conviene

mia fé così ma quel mal, che ripara

a un maggior mal, vien riputato bene:

più d'ogni morte è la mia doglia amara;

e morir di man vostra, in questo stato,

grazia mi fia desiderata e cara.

Ma com'esser può mai che, dentro al lato

molle, il bianco gentil vostro bel petto

chiuda sì duro cor e sì spietato?

Com'esser può che quel leggiadro aspetto

voglie e pensier così crudi ricopra,

che 'l servir umil prendano in dispetto?

La gran bellezza a voi data di sopra

spender in morte di chi v'ama e in doglia,

qual potete peggior far di quest'opra?

Ciò da l'uman desir vostro si toglia,

e 'n sua vece vi penetri a la mente,

conforme a la beltà, pietosa voglia.

Così dentro e di fuor chiara e splendente

sarete d'ogni età vero ornamento,

non pur di questo secolo presente.

Pria che de' be' crin l'òr si faccia argento,

da custodir è quel, che poi si perde,

chi 'l lascia in man del tempo, in un momento:

e, se ben sète d'età fresca e verde,

nulla degli anni è più veloce cosa,

sì ch'a tenervi dietro il pensier perde;

e, mentre di qua giù nessun ben posa,

nasce e spar la beltà più che baleno,

non che qual nata e secca a un tempo rosa.

Ma poi, chi la pietà chiude nel seno,

col merto de la fama sua ravviva

le chiome bionde e 'l viso almo e sereno.

Dunque, per farvi al mondo eterna e diva,

amica di pietà verso chi v'ama,

siate di crudeltà nemica e schiva.

Oh, se vedeste in me l'ardente brama,

c'ho di servir voi sola a tutte l'ore,

con quel pensier ch'ognor vi chiede e brama,

e mi vedeste in mezzo 'l petto il core,

a me son certo che null'altro amante

pareggereste nel portarvi amore!

Ma guardatemi 'l cor fuor nel sembiante

pallido e mesto e nel mio venir solo,

dì e notte, con piè lasso e cor costante;

e, conoscendo il mio soverchio duolo,

e come in lui convien ch'ognor trabbocchi

di pene cinto da infinito stuolo,

volgete a me pietosamente gli occhi,

a veder come presso e di lontano

quinci ognor empio Amor l'arco in me scocchi,

stendete a me la bella e bianca mano

a rinovar il colpo, e che in tal guisa

il sen più m'apre e insieme il rende sano.

O beltà d'ogni essempio altro divisa

di cui l'anima in farsi umil soggetta,

stando lieta, qua giù s'imparadisa!

Amor da que' begli occhi in me saetta

con tal dolcezza, che 'l mio espresso danno

via più sempre mi giova e mi diletta.

Ben questi al chiaro sole invidia fanno,

bench'ancor Febo con diletto mira

le bellezze, che tante in voi si stanno:

di queste vago Apollo arde e sospira,

e per virtù di tai luci gioconde

il suo saper in voi benigno inspira;

e, mentre questo in gran copia v'infonde,

move la chiara voce al dolce canto,

ch'a' bei pensier de l'animo risponde.

La penna e 'l foglio in man prendete intanto,

e scrivete soavi e grate rime,

ch'ai poeti maggior tolgono il vanto.

O bella man, che con bell'arte esprime

sì leggiadri concetti, e le sue forme

dentro 'l mio cor felicemente imprime!

De l'antico valor segnando l'orme

questa ne va sì candida e gentile,

svegliando la virtù dove più dorme;

né pur rinova il glorioso stile

del poetar sì celebre trascorso,

che non ebbe fin qui par né simìle;

ma de le menti afflitte alto soccorso

È quella man ne l'amorosa cura,

che quivi ha 'l suo rifugio e 'l suo ricorso.

Di viva neve man candida e pura,

che dolcemente il cor m'ardi e consumi

per miracol d'Amor fuor di natura,

e voi, celesti e graziosi lumi,

ch'ardor e refrigerio in un mi sète,

e parer gli altrui rai fate ombre e fumi,

perch'a me 'l vostro aviso contendete?

e non più tosto con pietosi modi

al mio soccorso, oimè, vi rivolgete?

Né però chieggio che disciolga i nodi,

che 'ntorno al cor m'ordìo la mai sì vaga,

né che in alcuna parte men m'annodi

non chiedo ch'entro al sen saldi la piaga

il bel guardo gentil, che in me l'impresse,

d'amor con arte lusinghiera e vaga:

da quelle mani e da le braccia stesse

esser bramo raccolto in cortesia,

e che 'l mio laccio stringan più sempre esse.

bramo che quella vista umana e pia

si volga al mio diletto, e del bel viso

e de la bocca avara non mi sia.

Oh che grato e felice paradiso,

dal goder le bellezze in voi sì rade

non si trovar giamai, donna, diviso:

donna di vera ed unica beltade,

e di costumi adorna e di virtude,

con senil senno in giovenil etade!

Oh che dolce mirar le membra ignude,

e più dolce languir in grembo a loro,

ch'or a torto mi son sì scarse e crude!

Prenderei con le mani il forbito oro

de le trecce, tirando de l'offesa,

pian piano, in mia vendetta il fin tesoro.

Quando giacete ne le piume stesa,

che soave assalirvi! e in quella guisa

levarvi ogni riparo, ogni difesa!

Venere in letto ai vezzi vi ravvisa,

a le delizie che 'n voi tante scopre,

chi da pietà vi trova non divisa;

sì come nel compor de le dotte opre,

de le nove Castalie in voi sorelle

l'arte e l'ingegno a l'altrui vista s'opre.

E così 'l vanto avete tra le belle

di dotta, a tra le dotte di bellezza,

e d'ambo superate e queste e quelle;

e, mentre l'uno e l'altro in voi s'apprezza,

d'ambo sarebbe l'onor vostro in tutto,

se la beltà non guastasse l'asprezza.

Ma, se 'n voi la scienzia è d'alto frutto,

perché de la bellezza il pregio tanto

vien da la vostra crudeltà distrutto?

Accompagnate l'opra in ogni canto;

e, come la virtù vostra ne giova,

la beltà non sia seme del mio pianto:

in tanto amor tanto dolor vi mova,

sì che di riparar ai tristi affanni

entriate meco in lodevole prova.

S'al tempo fa sì gloriosi inganni

la vostra muta, la beltà non faccia

a se medesma irreparabil danni.

A Febo è degno che si sodisfaccia

dal vostro ingegno; ma da la beltate

a Venere non meno si compiaccia:

le tante da lei grazie a voi donate

spender devete in buon uso, sì come

di quelle, che vi diede Apollo, fate:

con queste eternerete il vostro nome,

non men che con gli inchiostri; e lento e infermo

farete il tempo, e le sue forze dome.

Per la bocca di lei questo v'affermo:

non lasciate Ciprigna, per seguire

Delio, né contra lei tentate schermo;

ché Febo se le inchina ad obedire,

né può far altrimenti, se ben poi

gran piacer tragge in ciò dal suo servire.

Così devete far ancora voi,

seguitando l'essempio di quel dio,

che v'infonde i concetti e i pensier suoi.

La bellezza adornate col cor pio;

sì che con la virtù ben s'accompagne,

lontan da ogni crudel empio desio:

queste in voi la pietà faccia compagne,

e in tanto vi rincresca, com'è degno,

d'un, che de l'amor vostro ognora piagne.

E son quell'io, che umìle a voi ne vegno,

cercando di placar con dolci preghi

la vostra crudeltate e 'l vostro sdegno:

mercé da voi, per Dio, non mi si nieghi,

donna bella e gentil, mio in tanta guerra

benigno il vostro aiuto a me si pieghi.

Così sarete senza par in terra.