I

By Auteur inconnu

Donne, chi ha giardin, cel dica,

ch’ortolan siàn da fatica.

Donne, per mangiare o bere

zapperén tutti vostr’orti:

quando entriamo in un podere,

dirizziàn gli albuce’ torti;

po’ meniamo i marron forti

che la terra è ben percossa:

quand’e’ piove, gonfia e ’ngrossa,

talché ’l frutto ben nutrica.

Donne, non cercate altrove,

se volete uomin dassai;

e mal è sí che, quand’e’ piove,

non mettete opere mai;

ma po’ mettetene assai

che ’l giardin sie ben tenuto:

chi tien l’orto suo perduto,

di se stessa è gran nimica.

Non ponete ma’ piuolo,

ché gli è me’ seminar tosto;

non togliete ortolan solo,

ché le spese è ’l vostro costo:

per aver lesso e arrosto

no’ voltiàn l’orto sozopra;

un non basta a cotal opra,

chi vuol frutto e non ortica.

Negli sterili giardini,

se v’entran nostri marretti,

nascon perse e sermollini

ch’al tempo son po’ perfetti;

vi mettiàn sin agli, aglietti,

citriuoli e be’ melloni,

ravanelle e maceroni,

talch’ogn’osta c’è po’ amica.

No’ sappiàn far gelosie

pe’giardin quando son begli;

e que’ c’han stretto le vie,

vi mettiàn drento rastregli:

po’ scostiàn quegli albuscegli,

facciam vie di fioradisi

a chi dentro vi s’intrica.

Noi abbiàno un’acqua ancora

ch’a’giardini è molto eletta:

fa venire il frutto fòra

dove la s’annaffia o getta;

l’è un’acqua benedetta:

come tu la butti fòri,

v’è di rose, gigli e fiori,

e po’ spegne ogni formica.

In su’ fichi e ’n su’ sambuchi,

donne, no’ sappiàn far nesti;

se nell’orto entron de’ bruchi,

a rader l’erbe no’ siam presti;

maestri no’ siam di testi,

non abbiam viol di fallo:

chi ne vuol, donn’, un bel tallo

nel giardino, a noi lo dica.