I
Io pensava da me, Signor mio caro,
Santo, immortale, invisibile, immenso,
L'altra notte storcendomi nel letto.
Come l'infermo fa quando la Luna
O volge, o torna, o fa su' opre in cielo,
(Ma per me sempre fa la Luna e 'l Sole,
Per me son sempre ecclissi, e quarte, e volte,
Per me son sempre rivoluzioni);
Io pensava, Signor, per che cagione
Fosse da me così sbandito il sonno,
Che per erbe od incanti a me ritrarlo
Fosse impossibil; perché, tante volte
L'ho già provato, che ben dir lo posso.
E dissi allor: – Da quel che già la Sorga
Illustrò co' suoi amor, fu dimostrato,
Ch'amor lascivo, amor senza ragione,
Il toglieva a' mortai, con quei duo versi,
Ch'io ho di sopra tratti di sue opre.
Io non ho amor pur a me stesso, quando
Io vorrei volentier tormi la vita
Con le mie proprie man, se la paura
De l'estremo giudicio non facesse
Torcer la voglia forse a miglior voglia.
Altri dicon la cura de la roba,
E de l'accumular, de l'esser ricco
Pone la mente umana in tanta angustia,
In tanto pensamento, in tanto affanno,
Che la notte non puote poi pigliare
L'avaro quella requie, che natura
Ha ritrovato a le fatiche umane.
Quanto questo sia in me tu 'l sai, Signore;
Ch'essendo omai nel quarantesimo anno,
Mi trovo vecchio, infermo, e, come disse
Lecore, ch' in Etruria fu pastore,
A non avere un cacio a che por mano.
Il culto, la polizie, l'esser grande
Quanti ne premon sì, che giorno e notte
Tribolano, a la guisa di coloro
Che piedi e mani hanno da le podagre,
Senza speranza di mai guarir, torti.
Che io non curi culto uman, né curi
Grandezze, non ne voglio altra chiamare
Testimonianza che le mie quartane,
La Francia, che la suol mala chiamare
Febbre, i quartanari tutti quanti,
Che divengono, in mentre che 'l mal dura,
Sordidi, fastidiosi, stracurati,
Senza tema d'onor, senza vergogna,
Senza pregio d'altrui né di se stessi;
E ch'è più (però sia detto a tua pace),
Senza curarsi troppo del tuo grande
Imperio, che pur poi è tanto grande,
Che bisogna tornarvi a viva forza,
Se ben fosse fuggito a Battro, a Tile.
Dunque io non trovo, Signor, la cagione,
Perché da me si sia fuggito il sonno;
Anzi la trovo, e la vo' dire adesso,
Per isfogarmi, non perch'io non sappia
Che tu lo sai, che 'l vuoi, che lo permetti
Per mie mal opre sì, te lo confesso.
Ma io sol sono al mondo, o Dio divino,
Esempio della tua somma giustizia?
Io sono, ed esser debbo, io tel confesso.
È dunque la cagion, perciocché il sonno
È la quiete e pace de' mortali,
E il fratello e l'imagin de la morte,
A me, per tua troppo giusta sentenza,
È interdetta e tolta ogni quiete,
Ogni bene, ogni pace; anzi son fatto
L'albergo de gli affanni, anzi son fatto
Nido de le sventure, anzi son fatto
La viltà, la schifezza, la bruttura
Del mondo, e son per ciò mostrato a dito.
E però s'io non dormo, egli è per questo:
E però ch'io t'ho chiesto mille volte
La morte per rimedio de' miei danni,
E tu non vuoi consentirmela, vuoi
Prolungarmi la vita a la miseria;
E se pur la metà de l'ore il giorno,
Com'hanno gli altri che vivono al mondo,
Mi dessi il sonno, io sarei morto allora;
E tu non vuoi, Signor, pe' miei peccati,
Ch'io abbia pace in questo nostro mondo,
Né ch'i' mora; e però senza dormire
Mi tien vivo, o Signor troppo severo.
S'io dico troppo, Signor mio pietoso,
Perdona, e danne la colpa al dolore
Del freddo, ch'or comincia, e siam di maggio,
Al mezzo giorno, e non posso la penna
Menar pe' 'l freddo, e così corro al fuoco:
E lascio a questa carta e questo inchiostro
Che ti chieggan per me misericordia.