I

By Agnolo Firenzuola

Io pensava da me, Signor mio caro,

Santo, immortale, invisibile, immenso,

L'altra notte storcendomi nel letto.

Come l'infermo fa quando la Luna

O volge, o torna, o fa su' opre in cielo,

(Ma per me sempre fa la Luna e 'l Sole,

Per me son sempre ecclissi, e quarte, e volte,

Per me son sempre rivoluzioni);

Io pensava, Signor, per che cagione

Fosse da me così sbandito il sonno,

Che per erbe od incanti a me ritrarlo

Fosse impossibil; perché, tante volte

L'ho già provato, che ben dir lo posso.

E dissi allor: – Da quel che già la Sorga

Illustrò co' suoi amor, fu dimostrato,

Ch'amor lascivo, amor senza ragione,

Il toglieva a' mortai, con quei duo versi,

Ch'io ho di sopra tratti di sue opre.

Io non ho amor pur a me stesso, quando

Io vorrei volentier tormi la vita

Con le mie proprie man, se la paura

De l'estremo giudicio non facesse

Torcer la voglia forse a miglior voglia.

Altri dicon la cura de la roba,

E de l'accumular, de l'esser ricco

Pone la mente umana in tanta angustia,

In tanto pensamento, in tanto affanno,

Che la notte non puote poi pigliare

L'avaro quella requie, che natura

Ha ritrovato a le fatiche umane.

Quanto questo sia in me tu 'l sai, Signore;

Ch'essendo omai nel quarantesimo anno,

Mi trovo vecchio, infermo, e, come disse

Lecore, ch' in Etruria fu pastore,

A non avere un cacio a che por mano.

Il culto, la polizie, l'esser grande

Quanti ne premon sì, che giorno e notte

Tribolano, a la guisa di coloro

Che piedi e mani hanno da le podagre,

Senza speranza di mai guarir, torti.

Che io non curi culto uman, né curi

Grandezze, non ne voglio altra chiamare

Testimonianza che le mie quartane,

La Francia, che la suol mala chiamare

Febbre, i quartanari tutti quanti,

Che divengono, in mentre che 'l mal dura,

Sordidi, fastidiosi, stracurati,

Senza tema d'onor, senza vergogna,

Senza pregio d'altrui né di se stessi;

E ch'è più (però sia detto a tua pace),

Senza curarsi troppo del tuo grande

Imperio, che pur poi è tanto grande,

Che bisogna tornarvi a viva forza,

Se ben fosse fuggito a Battro, a Tile.

Dunque io non trovo, Signor, la cagione,

Perché da me si sia fuggito il sonno;

Anzi la trovo, e la vo' dire adesso,

Per isfogarmi, non perch'io non sappia

Che tu lo sai, che 'l vuoi, che lo permetti

Per mie mal opre sì, te lo confesso.

Ma io sol sono al mondo, o Dio divino,

Esempio della tua somma giustizia?

Io sono, ed esser debbo, io tel confesso.

È dunque la cagion, perciocché il sonno

È la quiete e pace de' mortali,

E il fratello e l'imagin de la morte,

A me, per tua troppo giusta sentenza,

È interdetta e tolta ogni quiete,

Ogni bene, ogni pace; anzi son fatto

L'albergo de gli affanni, anzi son fatto

Nido de le sventure, anzi son fatto

La viltà, la schifezza, la bruttura

Del mondo, e son per ciò mostrato a dito.

E però s'io non dormo, egli è per questo:

E però ch'io t'ho chiesto mille volte

La morte per rimedio de' miei danni,

E tu non vuoi consentirmela, vuoi

Prolungarmi la vita a la miseria;

E se pur la metà de l'ore il giorno,

Com'hanno gli altri che vivono al mondo,

Mi dessi il sonno, io sarei morto allora;

E tu non vuoi, Signor, pe' miei peccati,

Ch'io abbia pace in questo nostro mondo,

Né ch'i' mora; e però senza dormire

Mi tien vivo, o Signor troppo severo.

S'io dico troppo, Signor mio pietoso,

Perdona, e danne la colpa al dolore

Del freddo, ch'or comincia, e siam di maggio,

Al mezzo giorno, e non posso la penna

Menar pe' 'l freddo, e così corro al fuoco:

E lascio a questa carta e questo inchiostro

Che ti chieggan per me misericordia.