I

By Antonio Bonciani

O glorïoso e trionfante Amore,

che ciò che non si può o può comprendere

governi e volgi col tuo gran valore,

non si posson gli dei da te difendere,

quando Cupido il suo arco diserra,

che già gli fé di cielo in terra iscendere;

né non fu mai veruno in cielo e 'n terra

in alto grado o in infimo di rota,

che non provasse da te pace o guerra.

I' son fanciulla a te, Vener, divota,

innamorata del gentil signore

ch'ebbe da te la disïata dota:

ond'io ricorro a te, sagrato Amore,

che da me levi l'ignorante velo,

empiendomi di grazia e virtù 'l core.

Amor, concedi a me con pronto zelo

ch'i' possa colla mia debil memoria

ridire in terra ciò ch'io vidi in cielo;

non perch'io creda che tu cerchi boria,

ma seguiratti di quest'opra degna

onor, trïonfo, fama, galdio e gloria:

e 'l mio debole stil pronto s'ingegna

di dar prencipio a quest'opera bella

sotto la guida di tua chiara insegna.

I' son di teneri anni ancor pulzella,

onesta, vaga, adorna e costumata,

suggetta e serva della terza istella:

a voi ch'avete l'anima ' Amor data

chiarir vi vo', perché di voi mi fido,

di chi e come i' sono innamorata;

a voi che siete suggette a Cupido,

donne, donzelle, giovani e garzoni,

grazioso parlo e tutti gli altri sgrido;

a voi racconterò con be' sermoni,

acciò che etterno il tegnate a memoria,

ciò ch'io vidi e udi' ne' sacri troni.

E certi vi farò della gran gloria

del terzo cielo e 'l trïonfar d'Amore,

e chi ne recò in terra la vittoria,

acciò che far voi gli possiate onore,

sì come merta sua gentil persona,

com'io che dato gli ho li spirto e 'l core:

del terzo cielo e' porta la corona,

com'è suto in piacer di Vener bella,

la quale a molti toglie e a molti dona.

A voi la pulcra lingua mia favella,

intendo di chiarirvi con efetto

la gloria c'ha nel ciel la terza stella.

I' mi coricai sola intro 'l mio letto,

e dal sonno costretta a dormir forte,

come s'i' fussi fuor d'ogni sospetto,

quando due belle mani a me fùr porte:

e presonmi le mie e sì menommi

là 've d'Amor trïonfa la sua corte,

e proprio a mezzo el terzo ciel lasciommi,

là ove io vidi un razzante isprendori,

che 'ntorno tutto quanto circulommi.

Quivi er' un prato d'erbette e di fiori,

e mammole vivuole eron con essi,

con sermollin di centomila odori;

e 'ntorno abeti, pini e arcipressi,

mortine, ramerin, persa e fiorranci,

vivuole e gigli, e ginepri fra essi.

Eranvi milïon, cederni e aranci,

ch'avieno e fiori e' frutti nuovi e vecchi,

lauri verdi e ritti come lanci;

ed eranvi, lucenti più che specchi,

rosai e gensomini e melagrani,

sopra de' qual non ha bronchi né stecchi.

Fra le lor piante eran covili e tani

di vai, d'ermellini e di lattizi,

continovo iscorrendo e verdi piani,

benigni tutti quanti e sanza vizi,

lepri, conigli, cervi e cavriuoli,

che di piacer mi davon molti indizi.

Eravi gran quantità d'usignuoli,

ch'a gara canton colle rondinelle,

calderugi, fringuelli e calenzuoli,

faccendo versi con lor lingue belle,

soavi sì ch'Orfeo e Anfïone

le cetre lor sarien vinte da quelle.

Questi augelletti, come vuol ragione,

l'un dietro all'altro colle voglie pronte

givon come concede la stagione.

Poi, volteggiando attorno la mia fronte,

sì vidi presso a me in sulla man ritta

tutta d'argento una leggiadra fonte,

ch'avea nel mezzo una colonna fitta

d'un chiar cristallo rilucente e snello,

che 'n sulla sommità molt'acqua gitta

e che in giù ricadea con un suon bello,

con una mellodia che dell'acqua esce,

che faceva il tinore a ogni uccello.

Questa fonte era pien d'un vario pesce,

che va di qua di là notando a gara,

e mai di quella fuori alcun non esce;

ed è quest'acqua tanto pulcra e chiara

che pare argento vivo tremolante,

e dolce sì ch'ogni altra pare amara.

Io rimiravo queste cose sante

coll'animo pensoso e spaventato,

tanta dolcezza mi vedea davante;

poi mi rivolsi al dirimpetto lato

e vidi un carro pien di fuoco ardente,

che terribili fiamme ha fuor gittato.

Vedesigli davanti a chi pon mente

quattro bianchi destrier tutti isfrenati,

che parieno ermellin veracemente.

A quattro ruote d'or sono attaccati,

in sulle quali el carro s'ha a posare,

pien di figure e 'ntagli molti ornati.

Po' vidi ritto in sulle fiamme istare

un corpo giovinil, pulito e ignudo,

con alie che di mille color pare,

e nello aspetto suo acerbo e crudo,

però che in mano ha l'arco e la saetta,

la qual non può parare arme né scudo.

E 'nnanzi alla suo vista benedetta

di pannilin sottili e naturali

porta una benda ben legata e stretta;

un turcasso ha pien di pungenti strali

e impennati ben di piombo e d'oro,

co' quali ha fatti mille beni e mali.

É circulato d'un celeste coro

d'angioletti puliti; e ciascun dire

divotamente «Te, Cupido, adoro»

sentiesi e un canto di lor voci uscire

di tal dolcezza ch'io restai conquiso

e non sapea né che far né che dire.

Poi mi rivolsi, e rimiravo fiso

nel mezzo di quel prato adorno e bello,

e vidi un trïonfabil paradiso.

Quivi era un letto a sesta col pennello,

tanto maraviglioso e tanto ornato

che unqua non si vide un pari a quello;

e coperto è d'un chermisi broccato,

con perle grosse e chiare e be' gioielli

intorno tutto quanto ricamato,

e circundato da mille angiolelli

ignudi tutti, e sopra gli omer ale

di color varî rilucenti e belli.

Era 'n sul letto un magno capezzale,

il quale ha sopra sé da ogni parte

un rilucente, ricco e bel guanciale.

E tanto bene ogni cosa comparte

ch'i' tengo certo che l'ottava ispera

di simigliarlo non arebbe l'arte.

Su' quatro canti quatro carbonchi era,

e quai porgevan sì grande sprendore

che 'l sol parebbe al vespro in sulla sera;

or questo è 'l letto ove si posa Amore.

Innamorati mia, con gran piacere

tenete atento ben lo spirto e 'l core.

Venere bella si vedea giacere

ignuda a mezzo el letto con gran zelo,

che ben potea chi la volea vedere,

bench'ella avessi in sulle carni un velo

sottile e bianco, che meno occupava

el corpo suo che non fa l'aria el cielo.

In questa bella immagin rimirava

e 'nfra me non potevo esaminare

se altri che se stessa somigliava.

Ma quel che mi fa più maravigliare,

ch'io vidi sopra la sua testa ornata

una brocchetta molto singulare.

Di pietre prezïose era ismaltata,

d'oro, di perle e un diamante in mezzo,

ch'una figura viva v'è intagliata.

Non fùr sì scure mai tenebre e rezzo

che questa chiara pietra luminante

non facesse di lume un tal riprezzo.

Allor mi feci un poco più avante,

e rimiravo la sprendida dama,

ch'era dal capo al piè tutta diamante.

Subitamente Venere mi chiama;

disse: «Che guardi?» Ed io risposi scorto:

«I' guardo quel che molti al mondo brama,

i' guardo il più bel fior che sia 'n tu' orto;

beato a chi tal don concederai,

che faria sucitare un corpo morto!»

Rispuose: «Egli è venuto el tempo omai

ch'i' vo' questo diamante bel donare

a uno, il qual testé venir vedrai.

Quasi finito fu 'l suo ragionare,

ch'i' vidi un giovanetto pellegrino,

che 'l sole, a petto a lui, tenebre pare.

E' fé innanzi a Cupido un bello 'nchino,

pien di costumi, grazïoso e biondo,

che par celeste spirito divino.

E fessi innanzi pel bel prato tondo,

e tutti gli animali e gli uselletti

miravon fiso quel volto giocondo.

Poi vidi tutti quanti gli angioletti

fare a questo garzone un bel saluto,

tutti dicendo: «O Lorenzo Manetti,

tu sia sopra degli altri el ben venuto

e arai del trïonfo el grand'onore,

ché 'l cielo e chi più può l'ha conceduto!

Ciascun di noi t'è fedel servidore

e sì t'ubbidireno in ogni parte,

sì come naturale e gran signore.

Il giovinetto, c'ha lo 'ngegno e l'arte

dotato da natura e da virtute,

da Giove, da Minerva, Apollo e Marte,

grazie rendeva debite e dovute

con leggiadro parlare e bello aspetto,

perché tutte le cose ha conosciute.

Poi vidi questo gentil giovinetto

avanti farsi tanto ch'acostossi

al trïonfante ricco e magno letto.

E come appiè del letto ritrovossi,

con quant'ordin gentil far si potea,

in sulla piana terra inginocchiossi.

Questo veggendo, la suplema iddea

subitamente per nome chiamollo,

fello rizzare, e per man lo prendea;

e sopra 'l letto suo questa posollo,

tenendol bene stretto tra le braccia,

e mille volte o più in fronte baciollo.

Po' disse: «A questa tua lucente faccia,

onesta, vaga, bella, adorna e pia,

convien ch'un trïonfabil dono i' faccia».

E con suo man la brocchetta prendia

e sì gli disse: «O giovinetto onesto,

questo vivo diamante vo' che sia

di tua persona, e vo' che sappi questo,

che molti giovinetti, ognuno ornato,

con molta divozion me l'hanno chiesto;

ma io, ch'avevo in me diliberato

donarlo alla più bella crïatura

sì l'ebbi a ciaschedun sempre negato.

Ma, quando guardo tua gentil figura,

veggotel meritar, però tel dono,

tanto dotato se' ben da natura.

Ma vo' da te, gentil garzone, un dono,

una grazia spezial vo' che mi faccia;

or fa' che 'ntenda ben quel ch'io ragiono.

Fa' ch'abbi sempre graziosa la faccia

inverso quel che di buon cor t'amassi,

e a chi ti compiace e tu compiaccia».

E, detto questo, par Vener restassi

le sue celeste e divine parole

e subito a parlare incominciassi

questo garzon assai più bel che 'l sole.

Con atto umano e grazioso dicea,

non altrimenti che la ragion vuole:

«O sacra, santa, degna e giusta iddea,

che 'l cielo e terra e aria e fuoco e mare

guidi e conduci e schifi ogni alma rea,

io non son degno innanzi a te di stare,

né d'apressarmi al tuo sagrato letto,

ma 'l costume gentil vo' seguitare;

però graziosamente il dono accetto,

che tu m'hai fatto, del vivo diamante,

al qual volonteroso sto suggetto».

E poi baciava quelle luci sante,

che più risprendon che non fa el cristallo

ch'alla bella Medusa era davante.

E poi diceva: «O Vener, sanza fallo,

qual grolioso fu o fia nel mondo

che a me si potessi simigliallo?

Nïun si trovò mai tanto giocondo

quanto son io, cercando in cielo e 'n terra,

all'alto, al basso e al traverso e 'l tondo,

po' che 'l diamante bel, che 'l cor m'afferra,

m'è stato da tue sante man concesso,

che m'è cagion di non sentir ma' guerra;

né fu, né fia a ciascun giammai promesso

el disïato fin della tua bocca

se non a uno al mondo, ed io son desso».

Allor Venere bella il bacia e tocca,

e disse: «O figliuol mio, gentil Laurenzio,

tutta la grazia mia sopra te fiocca!»

Ed egli a questo dir non fé silenzio,

ma disse: «Ho compassione a chi nel fine

il mèl diventa amaro più che assenzio.

Recomi a mente le voci tapine

di Pirramo, di Tisbe e di Medea

e di Iansonne lor mortal rovine,

e quanto la fortuna si mettea

a Troiolo e a Paris per traverso

con l'armi che 'l tuo figlio concedea.

Oh, quanti innamorati ognuno isperso,

famoso, furibondo, o greco Achille,

che già facesti tremar l'universo!

Potrêne contar mille e mille e mille,

ch'ebbon del loro amor piacere assai,

ch'alfin gl'inceson le mortal faville

con pene, doglie, istrazi, angosce e guai,

che mi spaventan più quanto più penso.

Ma 'ntervenire a me non può giammai,

perch'all'animo mio lo spirto e 'l senso

e 'l fine trïonfabile e grazioso

sì gli concede il tuo valore imenso.

Nïun quant'io fu mai sì glorïoso,

perché promesso m'ha tua santa voce

principio e mezzo e fin vittorïoso.

Adunque, ciò ch'io fo mi strugge e cuoce,

ché sol ho adorar te, o sacra iddea,

in ginocchione e colle braccia in croce».

Allor Venere bella rispondea

con leggiadro parlare e grande aldazia

e proprio in questa forma gli dicea:

«Tu hai trovato in me sì ampia grazia

per la biltà che nel tuo corpo regna,

che di mirarti i' non mi veggio sazia.

Veggio la tua persona esser ben degna

d'esser filice e sopra gli altri altero,

e di portar vittorïosa insegna.

E sappi certo che tu parli il vero,

ch'a' colpi del mio figlio ognun conquiso

è stato, e solo a te riman lo 'mpero».

Allor questo garzone inchinò il viso,

qual natura compose di cristallo

e latte e sangue e oro e perle intriso,

e disse: «I' ti ringrazio e sanza fallo,

se almo alcuno arà di me mai voglia,

i' son disposto a voler contentallo.

Dunque, beata iddea, non ti dar doglia,

ched io ti servirò coll'almo puro,

se morte della vita non mi spoglia».

E quando ta' parole udite fùro,

udi' degli angioletti un canto in rima,

che disson: «Gloria e galdio abbiàn sicuro».

Allor vidi un trïonfo d'alta istima,

massiccio, d'oro fin, tutto intagliato,

e por questo garzon sopra la cima

in una nugoletta, circundato

da sette virtüose damigelle:

ciascuna del suo senno l'ha dotato,

le quali eran lucenti più che stelle;

ond'io mi volsi al trïonfal signore

e rimiravo le sue membra belle,

nelle quali era sì grande sprendore

ch'io giudicai di certo esser beato

a chi costui vuol bene o porta amore.

Miravo el suo crin biondo e pettinato,

lucente molto più che razzi d'oro,

che arebbero Dïana innamorato;

miravo el fronte suo tanto decoro,

con quella testa lucida e spaziosa,

che or sopra la terra e 'l cielo adoro,

in ogni guancia una 'ncarnata rosa,

come pronta ragione ha terminato.

E so che tu m'intendi sanza chiosa.

Piccioli orecchi e bel naso affilato,

la bella bocca dentro pien di perle

collo sprendido mento trasforato.

Chi potrà queste membra in terra avelle

sì sarà glorïoso e benedetto,

e 'n ciel beato chi potrà vedelle

la gola e 'l collo adorno e ampio el petto

e tutte l'altre membra a tal misura

di questo rilucente giovinetto.

Ma quella parte ov'io ponea più cura

erano e razzi de' begli occhi sua,

che di Febo farien la vista oscura.

Pian disse Amor: «Quiv'è la grolia tua,

però che son lucenti più che stelle,

e, dove 'l sole è un, questi son dua ù.

Mentre i' miravo queste membra belle,

non dubitando del futuro male,

mi senti' sopra 'l cor mille fiammelle,

e intro 'l petto darmi d'uno istrale

e quel passarmi per mezzo del core,

ch'a' colpi di Cupido arme non vale.

Allor del petto mio usciva fore

un sospir che dicea: «Misericordia

a te novello e trïonfal signore!

Tu hai trovato in Vener gran concordia

e hatti sì leggiadro dono offerto

che tu debbi fuggire ogni discordia.

Adunque tieni, o signor mio, per certo

che, se il simigliante a me farai,

arò gloria maggior più ch'io non merto.

M'a Vener bella, a cui tu promesso hai

di far graziosa la tua nobiltate,

fa' che la fede tua non manchi mai.

Deh, Laürenzo mio, abbi pietate

di me, che mi consumo e struggo e moro

per la biltà delle tue membra ornate!

I' sento sopra 'l cor tanto martoro

ch'i' giudico di tempo un poco ispazio

ch'i' troverrò del monimento il foro.

Se non m'aiuti, vedrai tanto strazio

far di mie carni e dipoi Antroposso

sopra me star vittorïoso e sazio.

Questa pena crudel portar non posso

per la tempesta orribile e feroce,

la qual mi veggo rovinare adosso.

Quando fia 'l giorno che la santa voce

oda di te, Signor, siccom'io bramo,

che spenga il crudel foco che mi cuoce?

La notte e 'l giorno el tuo bel nome chiamo,

e sanza quel non viverei nel mondo,

però ch'egli è quel cibo ch'i' tanto amo.

Adunque, sie magnanimo e giocondo:

prima che 'l corpo mio rimanga isperso

aiutami, ché corro e vonne in fondo!

Tapina a me! Le lagrime ch'i' verso

son tante che farien correre un fiume,

che cerchierebbe tutto l'universo.

Degli animi gentili è per costume

aver piatà de' tribolati spirti,

a' miseri dar parte, agli orbi el lume.

O caro signor mio, i' vo' chiarirti

ch'i' non mi partirò di questo loco

infin che grazia farmi i' senta dirti,

se star dovessi sempre mai nel foco

o nella neve ben ghiacciata e fresca,

mentre ch'i' vivo al mondo assai o poco,

però che preso m'hai con sì dolce esca,

ch'uscì degli occhi tuoi tanto lucenti,

ch'è giusta cosa che di me t'incresca!

Muova la luna, el sol, le stelle, e venti,

e selve e boschi e mar e fiumi e fonti

e tutti gli animal che son viventi,

muovan le piagge, le pianure e' monti

e l'acqua colla terra, l'aria e 'l foco

e cittadi e castella e ville e ponti,

e muovasi ogni festa e ogni giuoco,

e chi ha vòlti e sua oppenïoni

a' trionfi d'Amore assai o poco!

Muovin le belle donne e' be' garzoni,

che sono innamorati con piacere,

muovino i canti, le dolcezze e' suoni;

muova la Chiesa e muova lo 'mperiere,

re, conti, duchi, marchesi e signori

e ciò che non si può o può vedere!

E tutti insieme, con uniti cori,

in ginocchione a te co 'n croce braccia

divotamente ciaschedun t'adori,

innanzi sempre istando alla tua faccia,

chiedendo miserere a tua possanza,

infin che grazia il tuo isprendor mi faccia.

Signore, i' porto pur ferma isperanza

nel sangue tuo magnanimo e gentile,

che dell'esser grazioso ha sempre usanza,

che se' tanto benigno e signorile,

incarnato di rose e di vivuole

ch'a dirlo mancherebbe il divin stile.

Abbi pietà di me, ché ragion vuole!

I' te ne priego per quel bel diamante

che luce in terra più che 'n cielo il sole,

che Vener ti donò con sua man sante».