I

By Antonio da Castello San Niccolò

– «Dilettissima figlia, al mondo sola

degli eccelsi trïunfi e della gloria

ch'i' ebbi in giovinezza giusta erede,

inacrescibil fior, la cui memoria

dell'universo per ciascuna scola

celebrata sarà con degna fede,

impirio occidental, che dentro rede

per mia vecchiezza quasi vilipenso,

per te farò ritorno,

tenendo fuor quel ponderoso corno,

a cui già tutto 'l mondo rende censo.

Né vede 'l sol col suo bell'occhio adorno

terra là dove no' impera disio;

in cielo intorno intorno

'l sol volgerà sopra 'l tenitor mio.

Tu sola in me notabili vestigi

vai seguitando, e sempre con etterni

costumi alla tua possa ti conforme,

sì che a mia simiglianza si prosterni

populi orïentali egregi e stigi

e faccian reverenti alle tue orme;

ma nel tuo viso l'usato disforme

color mi par, se io discerno il vero.

Tu lagrimi e sospiri:

è cagion che dentro ti martiri,

sì che di for si scopre el tuo pensiero,

per questi segni incredibili e miri.

Non mi celar l'amaro tuo concetto,

e' bramosi disii

fa' rimaner contenti col tuo detto –.

– Madre d'impirî, venerabil chioma,

che per le tue incredibili opre

propio t'è dato 'l general nome Urbe,

la fama tua vecchiezza mai non copre,

donna del mondo, lustrissima Roma,

come bramasti; or meco ti conturbe.

Non pon tu mente alle felici turbe

d'i miei figliuoli in quanta afflizïone

condotti hanno se stessi,

né per scherma forza mai soppressi?

Esser potessi per donna offensione

di loro oltra grandigia in basso messi!

Ma, come invidïosi di suo stato,

per infiniti eccessi

l'hann'umilmente in terra soppiantato.

Parmi che Giove, Appolline e Minerva,

congiunti a soppremer tutte mie forze,

sien discesi all'infernali stagni,

e le tre Furie e serpentine scorze,

tutte coperte di rabbia proterva,

dentro affocati e presi per compagni,

e tutti e mie figliuol piccoli e magni

han sì di lor veleno attossicati

che l'un l'altro divora,

sott'ombra di duo nomi, che 'n malora

fùr per guastare Italia fabbricati:

e mia semenza più ch'altri n'accora.

O settima figura in alfabeto,

non se tu spenta ancora,

bagnata in tanto sangue e in tanto fleto?

O lettera infilice di principio,

da te discendon duo maligni nomi

che di mio sangue saziar non si ponno,

e fiorat'hanno a me sì cari pomi

che, se la verità dentro concipio,

in tutto 'l mondo pari a que' non sonno!

O principe del ciel, maestro e donno,

sterpa del mio orto questa pianta,

ch'è con due rami iniqui,

che tutti gli altri mi fa stare obbliqui,

né altro che mal frutto se ne schianta

e pe' tempi moderni e per gli antiqui!

E voi mie figli, seguendo virtute,

distruggansi i reliqui,

que' che 'mpediscon la vostra salute!

– Erati novo ancor, cara mie figlia,

de' mondan beni la volubil rota,

che per natura sua non può star ferma;

l'usanza di Fortuna a tutti è nota:

contra a sua forza indarno si consiglia,

secondo che 'l Poeta tuo conferma,

dicendo con sua forza niun si scherma.

E se di questo vuoi veder più chiara

ancor la sperïenza,

recati a mente tutta mia semenza,

e vedrai quanta turba diè amara;

sopra me si mostrò la suo semenza,

come per le tue scole ancor s'impara,

e ne' tuoi fondamenti puoi vedello:

ché vil discordia e gara

uccider fece l'un l'altro fratello.

Lungo sarebbe a contar quanti e quali

fùr le discordie e le divisioni,

or fra 'l sanato, popolo e tribuni,

or fra' consoli e regi, e le quistioni

e gli omicidi tradimenti e mali

che ne seguiro, privati e comuni;

e perché tutti e miei pensieri aduni

settecento anni, ch'è da Tulio Ostilio

fino a Cesere Augusto,

non fu stato tranquillo né venusto,

se non solo una state al mio concilio.

Non creder dunque che 'l tempo vetusto

sie piu filice che 'l presente essilio:

l'etterno Imperador sì ti martella,

per che 'l nostro concilio

dal temporale amor tutto ci svella.

E se non che 'l mio cor delle mie plaghe

nella memoria ancor mi si spaventa,

i' ti direi di più crudeli eccessi:

prima di Mario, che sì turbulenta

tempesta seminò con tante plaghe

sopra a' mie figli, nella sua man messi,

acciò che più diletto non prendessi

(per tutta la città fece appiccare

teste del popol morto);

e Silla scelerato a maggior torto

n'uccise, per volersi vendicare,

venticinque migliaia a simil porto,

ed a Porta Colina più m'offende,

ché, per darmi conforto,

ottantamila di vita ne spense.

Poi dentro a' muri miei sì crudelmente

usò la sanguinosa sua vittoria

che' suoi ministri, attenti a uccisioni,

pregaron sua testabile memoria

ch'almen si riserbasse tanta gente

che bastasse a servire e suo baroni.

Or taccio l'altre suo condizïoni

e 'l numero de' nati e de' presenti;

quant'esser su ti pensi

gli altri mie danni e' pericoli immensi,

di che furon continuo trafitti

que' miei figliuoli, in tanta gloria 'scensi

ch'a loro imperio il mal non fu ribelle,

e, di virtute accensi

terminaron la fama colle stelle.

Però, dinanzi, figlia, al sommo Padre

gli occhi dello 'ntelletto umilemente,

pregando lui ch'un poco ti riposi,

spera che l'afflïzione presente

farà le tue bellezze più leggiadre

e' tuo figliuoli al mondo più famosi,

se coloro che son or vittoriosi,

avendo i lor nemici soggiogati,

colla mente tranquilla

non vorranno immitar Mario né Silla –.

Vattene canzon mia a quel felice

e glorioso popol di Firenza,

se fia pien di piatà, com'esser suole,

e, combattendo, di' non si disdice

esser molt'aspro, ma sol la clemenza

sopra que' son vicini usar si vuole.

Poi dolcemente di' in tutto piatosa:

– Non sia vostra vittoria sanguinosa –.