I

By Antonio da San Miniato

Fortuna, a cui el mondo è sottoposto,

ignorante m'ha messo, a dire in rima,

avendo l'alma a gran cose disposto.

O sagro Appollo, l'ornata tua lima

opera in me con ogni ingegno e arte,

acciò che del mio dir sia fatto stima!

E tu fratel di Giove, o sagro Marte,

alla tua deità ricorro ogni ora,

ché spero dir di te la maggior parte!

O Caliopè, che Parnasso onora

colle compagne tue superbo coro,

che io non sia del vostro aiuto fora!

Porgete aiuto al detto mio sonoro,

perch'io stimo sanza vostro segno

non esser sofficiente al mio lavoro;

fate bastare a me tanto lo 'ngegno

che tedio non venisse a' circostanti

e che 'l mio lavor paia lor degno;

fate e carmini mie esser servanti

quale a quel ch'a operare si richiede,

usando aperte note e degni canti!

Folle è colui che faticando crede

aprestar quel che niega la ragione,

ché perde spesso il tempo e no' s'avede.

Però principio darò al mio sermone;

acciò ch'io mostri allo scriver l'effetto,

alla mia barca volgerò il timone.

O gran re d'Araona, qual dispetto

t'ha fatto venir contro al fiorentino

popul, che t'era servidor perfetto?

Credi tu sempre aver prono il destino

e che Fortuna ti sia tanto amica

ch'ella non voglia mancarti, Re, el dimino?

Ricordati di Cesar la fatica,

quanto in altura e in basso

pervenne e fu la sua vita mendica!

Ricordati di Roma el gran fracasso,

che, dominando gran parte del mondo,

Fortuna la fé poi tornare in basso!

O falso Re, i tuoi sottil disegni

non ti rïusciranno delle iure:

ver no' non de' tener tuoi sensi pregni

e perché la cosa è in forse, o pure

noi sperïamo al buon provedimento,

che non ci prenderai così di fure.

O lungi, Re, tuo mal pensamento

tu irne a noi a farci disinore,

ché vedi che n'andasti malcontento!

O Marte, nostro segno e protettore,

tu già ci liberasti nel pisano

terren, quando acquistamo tanto onore;

e 'l giorno dell'apostolo sovrano

tu sollevasti el borgo sotto Anghiari

e 'l sagro popul tutto con giusta mano!

Adunque e' preghi nostri non son rari

a domandare aiuto or che bisogna;

però libraci da' nostri aversari!

Quante volte intervien che l'altrui rogna

crede grattar che mostra il suo male,

e son le voglie sue come un che sogna.

Tu hai la fama e nome di reale,

ma' gesti tuoi alle imprese che fai

non ti fanno allo escetro essere equale.

Tu debbi alla giustizia sempre mai

por la corona e colla benda scesa

insegnar la cagion ch'affermerai:

quale è quella cagion, sagra Maesta,

ti fé passare in nostro terreno,

disiderando incoronar tua testa?

Credi tu che ci venga el mondo meno?

credi tu fare a no' come a Renato,

che indegnamente gli mettesti il freno?

Non t'essere in disegni confortato,

né per frode sottometter nostro segno,

però che tu aresti invan pensato;

non pensar tu incoronarti del regno

d'Italia per forza di tua gente,

perché el nome tuo non è ben degno.

Noi ci aterem con quel dire eminenti

che 'l buon Giovanni Aguto ci disse,

che sempre guadagnò co' discendenti.

E se l'autor, che pone, el ver ne disse,

Darïo re, che fu sì copïoso

di gente, vedi che Allesandro lo sconfisse.

Più volte fu già alcuno vetturioso

verso il popul roman; vedi che poi

fu di lui, ch'el fenìe assai doglioso.

El barbero Anibàle lui e' suoi

credette avere Roma in sua balìa:

del tutto fa aver sua nota a noi.

Costor, torcendo alla ragion la via,

cupidi della voglia del dimino

Fortuna diè lor poi tal ricadia.

Quanto torto fai al fiorentino,

che a tua testa sempr'ha riverenza,

tenendoti per ottimo vicino!

Né più di Cesar fu impalidita

la fronte allor che 'l suo parente Bruto

si dimostrò per tore a lui la vita,

quando ciascun di noi ebbe veduto

il venir tuo sanza ottima cagione,

conoscendo perché eri venuto.

Fortuna ti tien dritto il gonfalone;

ma guarda ch'or giustizia nollo abassi,

ché spesso son invan gli openïone.

Non credette Parìs che' sua passi

fussin cagion di sottometter Troia,

né che nimica gente l'acquistassi.

Credette Catellina aver gran gioia,

avendo Fiesole al suo segno recato;

tu vedi che lasciò il nome a Pistoia.

Ventura t'ha gran tempo seguitato

nelle tue imprese; mancando, forse ancora

ella potrebbe lasciarti disolato

el ben, che d'alcun modo non si cont'ora.

Tu pure non ci ha' al mondo aprezzati,

quanto meriterebe tua dimora.

El ciel, le stelle, e pianeti e' fati

ci prometton vittoria contro a te,

po' che contro al dover ci hai stimolati.

Noi pure abbiamo a Dio ritta la fé

che la tua gran superbia non ci danni,

e groria n'aspettian contro a te, Re.

O sagro nostro pastor san Giovanni,

tu sempre fusti di noi avocato,

per trarci da' dolori e futur danni,

con giusta pace il popul tuo sagrato

fiducia avendo all'usitato amore,

che inverso a questa patria ha' dimostrato!

E tu, che fusti nostro buon pastore,

Zanobi santo, colle giunte mani

pregando te colla mente e col core

ch'a questi nostri punti estremi e strani

ci sia p¢rto l'aiuto in questo istremo,

che noi otteniam contro a Catalani!

La fantasia mi vien ognor più meno;

adunque il pregar nostro s'asaldisca,

fatto nel tempio vostro alto e sereno,

che questo grande re non preterisca

far contra noi, poi che giustamente

non è dover che sua impresa finisca.

E, quanto noi possiamo, umilemente

preghiam la Somma Bontà infinita

ch'aiuto ci conceda verilmente.

Come diliberasti della vita

el tuo profeta Giona, così voglia

libera mantener Firenze ardita,

ché costui, che cerca maggior soglia,

contro ogni ragione oppressando,

da sua potenzia tua virtù ci scioglia,

ciascun te umil sovente pregando

che ci difenda dal crudelle artiglio

di questo re, che ci crede avere in bando

e liber mantenere il nostro giglio!