I
Nel tempo che riduce il carro d'oro
il sol nelle contrade d'orïente
e rende ogni animale a suo lavoro,
salvo ch'un augelletto, che sovente
la notte piange suo infiniti guai,
e replicali 'l dì più caldamente,
i' dico Filomena, che già mai
quïete prende al tempo estivo e caldo
e par che dica: «Sazieromm'io mai?»,
ed io, che più che ancudine sto saldo
a' colpi di Cupido disleale
e mille volte il dì mi spezzo e saldo,
scesi pensoso le mendiche scale
della dolente casa abandonata,
per gire a una costa ove si sale,
non già molto lontan da mia contrata
e dov'io vo per udir qualche verso
d'alcun vago augelletto tal fïata.
E, oltre andando, senti' da traverso
un concento d'augelli innamorati,
anzi parea ch'ardessero in lor verso
o e' piangevan loro aversi fati,
sperando sol vendetta, quale Amore
suol far talvolta de' suo incatenati.
E perché senza accorger volan l'ore,
affrettai 'l passo per giugner al loco
ove talvolta scarico il dolore;
e, giunto, vidi principiare un gioco
tutto straniero a' nostri portamenti,
il qual mi diè d'amirazion non poco.
Io vidi più maniere di tormenti,
tal che da prima a rider cominciai,
poi si ritravagliâro in più spaventi
genti che 'n lor sermon traean guai,
con quella crudeltà che Silla e Mario
e Mesenzio e Neron non usâr mai.
Quivi non mi pareva gran divario
dal ciciliano e tirannico strazio
o la furia di Cesar nell'erario.
Un prato era fiorito d'amplo spazio,
quanto vista d'un uom porta lontano,
circundato da selve a ogni mano,
ombrose e folte, insolite e diserte
fra colli e alpi e poggi e valli e piano;
e le montate son ripide ed erte,
tal ch'a pensarlo me ne vien paura,
pien di spelunche e antri e vie incerte.
Ed un corrente fiume gli fa mura
con un vil ponticel d'un legno solo,
che l'onda spesso se ne 'l porta e fura.
Pien era e ricoperto tutto il suolo
della infinita turba sconsolata,
ch'ognun piangendo scopriva suo duolo;
in mezzo una gran sedia in alto elata,
coperta tutta a seta e drappi d'oro
con pietre prezïose e gemme ornata,
sotto l'ombra d'un alto e folto alloro,
qual teneva in trïonfo una regina,
degna di ricco e celeste tesoro;
umana in vista, ma era divina,
e con sette Virtute acompagnata
ad udir quella misera ruina.
Semiramis era qui 'ncoronata,
che fé la legge in favor di Cupido,
insieme col figliolo acompagnata,
e disse: «Alta Vendetta, io mi confido
d'essere restituita alla mia fama,
che mi fu tolta dal vulgare strido».
Didon contro ad Enea Vendetta chiama
e corre ancor col fuoco alla marina,
che d'arderlo disia da capo e brama.
Oenone piangeva ancor meschina
e doliesi di Paris e d'Elèna
che l'avia scritto in pruno e tronco spina.
E Pluton, che Proserpina ne mena,
per comparire avanti alla Giustizia,
avea già rotta la 'nfernal catena.
Eravi la corrotta Pudicizia,
e Pasife col toro scelerata
che ebbe agli Ateniesi nimicizia;
e quella maladetta infuriata,
ch'a Joseph accusando stracciò 'l manto,
tant'era da lussuria arsa e 'nfiammata;
e la misera Filli, che tal pianto
per lo 'nganno facea di Demofonte,
che mai occhi mortal ne versâr tanto;
Pirramo, ch'ancor apre il ciglio al fonte,
solo chiamando Tisbe al gelso moro:
«Morte, com'a' dolci anni ha' le man pronte!»
E perch'ognora più mi ramemoro,
vidi da Bersabè David legato,
che s'ornò già le chiome in serto d'oro.
E Aristotil vidi cavalcato
da una feminella e istraziare:
o Cupido sleal, come se' ingrato!
e Ansalonne, a cui costâr sì care
le bionde chiome che, fuggendo avanti
a' Filistei, lo fêro appeso stare.
E Oloferne versava ta' pianti
che l'aria empiean di versi lagrimosi,
il qual Giuditta l'uccise fra tanti.
E Narcisso, tornando dagli ombrosi
boschi correa sudato alla fontana,
dove finîr suoi versi angosciosi;
e di lui si dolea la ninfa Ecana
con ben mille sorelle acompagnata,
tutte sacrate al coro di Dïana.
Quiv'era la gran turba innamorata,
e Cleopatra Cesare ancor mira,
che fra l'erba l'avea co' fior legata;
ed Ercole, ch'ancor di Dïanira
per la camicia si dolea di Nesso,
che per rivendicarsi ancor sospira;
Leandro, il cui tornar non fu permesso,
qual Ero ancor aspetta alla finestra,
che per lei 'l salso mar notò sì spesso.
Penelope correa da man sinestra,
la gran tela con essa strascinando,
qual fé più volte e disfé con sua destra,
e doleasi di Circe, che ingombrando
più e più anni Ulisse le ritenne.
Poi Arianna, che moria amando
quando di Lieo il core a lei pervenne,
venìa contra Teseo chiamando morte,
sol perché 'l Minotauro ' acquistar venne.
Poi venìa apresso quel possente e forte
Sanson, che 'l capo in grembo alla nimica
tenea, onde ne nacque la sua morte.
Ilia par ne' sospir che maladica
il troppo amor e 'l tempo perso invano;
veniva nuda, misera e mendica,
tenendo un putto da ciascuna mano,
che Marte lei seguì per tante ville,
nutriti d'animal fiero e silvano;
re Artù, Tristano, Isotta e più di mille,
Lancillotto, Ginevra e Aldameste,
per cui fêr l'arme già tante faville.
Pantasilea, che diè tante moleste
a' Greci, piange Ettòr d'Acchille morto,
che Troia di tristizia ancor riveste.
Medea dicea: «Puniscasi il gran torto
qual usò già lo spietato Giansone!»
onde l'un figlio e l'altro vide morto.
Vasti chiama Assuero alla ragione,
che, per trovar Ester come lei bella,
vergini mille al suo dimino pone.
Virginio sanguinoso, ch'accoltella
la figlia, donde que' dieci tiranni
perderon Roma insieme con quella.
E la casta Lucrezia, che co' panni
ancor si ricopriva il bianco piede,
per cui Bruto a Tarquin diè tanti affanni.
Troiolo, ch'ancor segue Dïomede,
qual lo fé già finir in pianto amaro,
che pietate e perdono ancor gli chiede.
E Griseida, portata dal cinghiaro
e tratto il cor: «Pietà! pietà! — gridava —
Miserere! perdona, signor caro!»
La Francesca da Rimini afrettava
i passi col cognato sanguinoso,
che in Caino di nuovo si specchiava.
Poi venian due col volto sì nascoso
ch'io non conobbi, ma molti gridâro:
«Anime, il Re del ciel vi dia riposo!»
E dietro a lor venìa a passo raro
il cortese Fernando Valentino,
il cui nome in Italia è tanto chiaro,
e parea che dicessi: «Deh, meschino,
merita questo il tuo fedele amore,
ch'un vil prete ti mandi a tal destino?»
I' non lo conoscea 'n su quel furore,
se non che Ganimede alto mi disse:
«Venios assi che Dios vos doni onore».
Quella parola sì 'l cor mi trafisse
che presto al collo al padre mi gittai,
e mancò poco ch'ivi non finisse.
E' cominciò: «Francesco, o tu che fai
fra questa turba mesta e sconsolata?
La fiamma ch'io vo' dir non morì mai».
«Dimmi — diss'io — chi è questa brigata?
Qual vendetta li chiama a tanto strazio?»
Diss'egli: «Ell'è la turba innamorata».
Ed io, che non mi posso veder sazio,
né provo altro diletto che 'mparare,
gli diè per mille volte il mio ringrazio.
«Non t'incresca — diss'egli — alquanto stare,
tanto che tu vedrai la giusta spada
vendetta a ciaschedun e ragion fare.
S'hai sofferenza che non te ne vada,
vederai tutte quelle che straziando
i lor amanti tenner tanto a bada».
In questo star, vidi venir gridando
una donna che 'n fuga era rivolta
e parea che di vita avessi bando.
Quella brigata s'era quivi acolta
da una parte stretta per vedere,
e per esser primier ciascun s'affolta.
I' credetti per tema giù cadere,
che sol pensando me ne vien paura,
non che l'occhio reggessi a tal vedere.
Non credo che mai simil creatura
Deucalion e Pirra producesse,
con lo sforzo che può mostrar natura.
I' credo che la terza spera ardesse
quand'ella fu prodotta fra' mortali
e dal ciel per invidia il sol cadesse.
Pulicreto né Fidia mai fùr tali
che l'avesser saputa pur guatare,
ch'un agnolo pareva senza l'ali.
Ella ci fece tutti spaventare
con urla che facien tremare il cielo,
vinta e stanca, che più non potea andare,
innuda come nacque, che per zelo
sol a mirarla sarebbe arso Giove;
dic'or chi vuol, ch'i' non vi pongo velo.
E due gran cani mostravan lor pruove,
e, condottala innanzi alla Giustizia,
parve dicesser: «Non andar altrove».
I' vidi ognun sì pieno di tristizia
che per pietà i' venni tutto manco,
e parea spenta al mondo ogni letizia.
L'un mastin era nero e l'altro bianco,
con le bocche schiumose e gli occhi ardenti,
e ciascun prese della donna un fianco.
A forar vidi gli spiatati denti;
e 'l magnanimo e franco Catalano
disse: «Deh, sieno i giorni e' cieli spenti!»
E 'l pulito pugnal si recò in mano,
correndo contro a' can, se non ch'un grido
venne, che rintronò l'aiere e 'l piano.
Mai non si udì più orribile strido
che diè un cavaliere armato e fiero,
per seguir la vendetta di Cupido.
Sopra un alto, morato e gran destriero
e' la tagliente spada trasse fuore
con un atto sdegnoso, aspro e severo.
«Ah, — disse il Catalan — gran disonore
è vincere una donna a un cavaliero!»
Quegli rispuose: «Voi siete in errore.
Se voi m'udrete, i' dirò tutto intero.
I' fui suggetto a questa donna e schiavo,
e più del suo servir che d'Iddio ero;
con ogni sentimento e fé l'amavo,
credendomi il ben far esserle grato,
e in arena infine seminavo.
I' fui sempre da lei peggio trattato
e gran merito e grazia n'aspettavo,
ma zappai in acqua e funne più spregiato.
Un dì davanti a lei merzé chiamavo;
quella rispuose: «Va', impiccati presto!»
Allor mi strinse lo spirito pravo.
Torna'mi indietro e, sol per non far questo,
m'uccisi con la spada, qual io porto;
ved'or se ciò è atto disonesto».
Allor la gran regina disse scorto:
«Fa' la vendetta tua al modo usato,
ch'i punirò chi t'impedisce a torto».
Il Catalan si gittò 'nginocchiato
e disse: «Perdonanza, alta regina!
Miserere, per Dio, ch'i' ho fallato!»
In terra era la misera meschina;
quel colla spada le aperse le reni;
ella gridò: «I' son morta, tapina!»
Se Dio ti doni i disïati beni,
lettore, e in te gran grazia dal ciel caggia,
con qual fren or le lagrime ritieni?
E' l'aperse per mezzo, né oltraggia
sì falcon lepre, quando in sul groppone
la fiede, se la giugne in valle o piaggia.
Mai fu sbranato cervio da leone
con tanta crudeltà, rabbia o furore,
quando l'afferra con bramoso unghione.
Tal fece il cavalier, e, tratto il core,
per mezzo lo partì, e caldo a' cani
lo diè, ch'ancor me ne viene un orrore.
I' vidi centomilia paia di mani
dar ne' bagnati e lagrimosi volti;
qual lamenti facea, qual pianti strani,
e per angoscia cascaron lì molti;
qual isfinito e qual morto boccone
rimase, e da nessun furon ricolti.
Il cavalier tornò al gran roncione;
quel gli leccò le sue man sanguinose
con un soffiar che parea un fier demone;
e la tagliente sua spada ripose.
E, nel montar che fé in sul destriere,
si rimosson le membra grazïose
della donna leggiadra, e pel sentiere
riprese i passi all'usato costume,
per tôr terreno alle bramose fiere.
Quivi si cominciò a versar un fiume
di pianto, e strida e urla empieno 'l piano,
e 'l sol, ch'a tutto 'l mondo rende lume,
si partì, e fu notte a mano a mano.
Poi d'altra parte venne Marte armato
e Vener bella lo tenea per mano;
poi Giove, di catene caricato,
con donne insieme e la bella Europia,
che di nuovo era in toro trasformato.
E Perseo che, fuggendo d'Etïopia,
lontan ne porta la vergine bruna,
bella a lui sol, per troppo averne copia,
e, ascoso il sol, si dimostrò la luna.