II (106)
O Donna eccelsa, e di quel numer una,
Che a schifo il Mondo prese,
E quel tesoro intese
Ad acquistar, cui non suol dar fortuna,
E con ben raro esempio
Fai del tempo e di morte illustre scempio;
O Donna, in la cui opra alma e perfetta
L'eterno Fabbro, e santo
Si compiacque cotanto
Che Roma fosti a far più bella eletta,
Roma, cui non fé scarse
Grazie, ed ov'ei, quasi in sua gloria, apparse;
O saggia, accorta, gloriosa Donna,
Nel cui gran cor si chiude
Tal mirabil virtude
Che sei rara d'onor salda colonna,
Di nuovo il nappo tolgo
Per te ricolmo, e a dir di te mi volgo.
Là dell'Arabia nel felice suolo
Spiega bei vanni d'oro
Augel dolce canoro,
Caro al Sol, ricco d'anni, e in terra solo,
Che, poiché morte il fiede,
Torna a viver di sé Padre ed erede.
Fola altrui sembri pur ciò ch'altri dice
Dell'Augello immortale.
Tu ben giugnesti a tale,
Che viva e vera sei tra noi Fenice,
O se il tuo chiaro ingegno
Io miro, o se il costume illustre e degno.
Te Fortuna coprì d'aurata veste;
Apollo in te trasfuse
Il valor delle Muse;
Tu gli anni domi con tue chiare geste
Che ti fan sola al mondo,
E ti fan scala al bel viver secondo.
Mio Brindisi, ancor tu prendi il cammino
Ver' la Donna famosa,
Ma il mio desir né meno in te riposa.