II (155)
Gran Saggio, a cui d'invidia, o di fortuna
Le temerarie offese
Non posson mai l'imprese
Turbar, che Febo illustra ad una ad una,
Se sei con nuovo esempio
Delle bell'arti sue Custode e Tempio;
Qualor della tua mente in sé perfetta
Raggio possente e santo
Torna a svegliarmi il canto,
Quasi io non fossi più, qual son, negletta,
Sull'ali, ancorché scarse,
Sentomi l'alma infin al Cielo alzarse.
E tento allor sovra il poter di Donna
Mandar la tua virtude
Di là dove il Mar chiude
L'una e l'altra d'Alcide alta Colonna:
A tuo nome mi volgo,
Mentre per lui voti di gloria io sciolgo.
Come d'intorno all'immortale e solo
Augel degli altri il coro
Con ossequio canoro
Nelle spiagge d'Arabia affretta il volo,
Poiché risorto il vede
Delle ceneri sue padre ed erede;
Così qualunque sia Cigno felice,
Ch'oltre l'uso mortale
Spieghi la voce e l'ale
Per la bella d'Italia alma pendice,
Ogn'altro lume a sdegno
Prende, e s'inchina al tuo sublime ingegno.
In me vibrò sotto contraria veste,
D'atro veleno infuse,
Nimica delle Muse
Fortuna rea mille saette infeste,
Onde mal nota al Mondo
Per me non resta il bel viver secondo.
Musa, pria che t'additi altro cammino
La sua penna famosa
Per insolita via, siedi e riposa.