II
Ginocchion, con man giunte e gli occhi molli
di lagrime e col cor contrito a Dio,
chieggio perdon de' miei peccati folli
in fatti, in detti, in ogni pensier rio,
che dal ben operar m'avessin tolto
e fattomi in ben van porre 'l disio;
onde mi dolgo e priego essere accolto,
de' miei peccati, padre e confessore,
e di tutte mie colpe essere assolto.
Vergogne e pentimenti d'ogn'errore
mi fan far pianti amari e gran sospiri,
per aver contrafatto al mio Fattore;
al qual venga piatà, ché mi rimiri
l'affetto della mia contrizione,
sì che nella sua grazia 'l mi ritiri,
nella qual sia la mia confessione;
e siegli accetta ancor la penitenza,
ch'attendo far con molta divozione.
Nel primo luogo fo la mia doglienza
di troppa cura posta ' amor mondano,
e nel divino usata negligenza.
I' confesso che 'l nom di Dio invano
per molte spesse fiate ho ricordato,
e bestemiatol già come villano
che gli son suto e sì com'uomo 'ngrato
degl'infiniti in me suo benifici,
onde meriterei d'esser dannato
in inferno co' miseri infelici,
e nel più basso loco esser giù messo,
calcato degli etterni alti supplici.
Adunque con gran tremito confesso
che con debito modo al mondo amato
non ho 'l prossimo mio come me stesso.
I' mi conosco ancora avere errato
nel dì della domenica, perch'io
non l'ho, qual si convien, santificato.
Poco onor ho renduto al padre mio
e poco la mia madre ho onorata,
e d'ubbidirgli postomi in oblio.
E ho la moglie altrui disiderata,
e sì disiderate l'altrui cose
che qualcuna tal volta n'ho furata.
Ricordomi, per molte ingiurïose
parole e villanie sofferte a torto,
d'essermi con parole furïose
rivolto al mio nimico, onde gli ho porto
sì velenoso strale e la saetta
che 'l nome di sua fama al mondo ho morto.
Indi la sua persona a me dispetta
ho già nel mio disir ferita e morta,
cercando di fornir la mia vendetta.
Ma perché nulla legge mel comporta,
mi son ritratto e volti i colpi invano,
e l'offendibil arm'è a terra torta.
E se mai la mia lingua o la mia mano
falsa testimonianz'ha contro altrui,
per me o per amico o prossimano,
Dio mel perdoni, e piaccia anche a colui
che fu l'ofeso rendermi perdono,
ché mi dolgo che sì malvagio fui.
Io mi pento di cor, ché scorso sono
nel peccato carnal; però con una
disciplina mie fianchi spesso sprono,
onde, versando, 'l sangue si rauna
dintorno a mie ginocchia poste 'n terra,
e con molte mie lagrime s'aduna.
Da me, che son vil vermo, si diserra
contra Dio e contra 'l prossimo superbia,
la qual meritamente mi sotterra.
E la gola de' cibi mi proverbia,
sì che se n'empie e beve 'l vin con furia,
come dell'acqua fa ferita cerbia.
Le mie sceleratezze di lussuria
mi gravan sì che con picchiarmi il petto
mi dolgo che n'ho fatto a Dio la 'ngiuria.
La 'nvidia, vizio sanz'alcun diletto,
mi vien dintorno e spesso mi percuote,
mostrandomi il ben d'altri a mio dispetto.
Accidia, di ben far nimica, puote
talvolta trarmi a sé per mia pigrizia,
ché mai tempo perduto mi riscuote.
Nel cor mi s'è piantata l'avarizia,
che di sveglierla l'alma non si vanta,
se Dio non mi ritrae di tal nequizia.
Ira mi rompe, spezza e spesso schianta
delle mie man per rabbia alte percosse,
che la mia faccia n'ho più volte infranta,
maladicendo me, mentre che scosse
son le mie guance; e poi così nel fine
mi fa far fiche, contro a Dio commosse.
Agl'infernali interiti e ruine
con l'anima e col corpo omai sarei
degno d'andar tra l'alme più meschine,
sì son suti malvagi, iniqui e rei
tutti mie portamenti e disonesti,
di che mi dolgo e pento e dico omei,
versando a' piedi tuoi mie pianti mesti,
che fan fede del mio contrito core
e de' disiri in me conversi onesti.
Adunque, caro padre e confessore,
dammi qualcun de' buon consigli tuoi
e l'assoluzïon d'ogni mio errore
e quanta penitenzia dar mi puoi.