II

By Giovanni Pegolotti

Per far palese i tradimenti tuoi,

la tua gran crudeltà, la tua superba,

corpo pien di mal'erba

che fai di carne umana beccheria,

Vinegia, che l'altrui ti rubi e vuoi,

falsa, di te dirò blanda ed acerba

arca, che 'n sé riserba

avarizia, lussuria e simonia.

Empia, bugiarda e ria,

il ciel faccia di te nuovo Sagunto,

sì ch'io veggia consunto

il tuo malvagio e vario reggimento

in ferro, in fuoco e 'n vie maggior tormento.

Muovasi la giustizia del gran Giove,

ch'a' superbi resiste in ogni modo,

e di te faccia un nodo

nell'onde salse, venenosa pianta.

Tu se' colei in cui ognora piove

il maladetto vizio d'ogni frodo.

Che disonesto lodo

ti dai te stessa, chiamandoti santa!

Il tuo popol si vanta

che tu non usi le comuni leggi.

Con volontà ti reggi;

studi nell'Arcolan di Maumetto,

vivendo lieta dell'altrui difetto.

Quanti gran mal, quante cose nefande,

quante violenze e quante storsioni,

o piena di ladroni,

hai tu già fatte a tutti i tuoi vicini!

Questo per certo il ciel divolga, ispande

nel mondo, nello inferno fra i demoni

con dolenti sermoni.

Dicono i tuoi dannati cittadini:

«Mutar convien latini

Dante a Pisa, e quella 'nfamia tôrre

d'Ugolin conte e porre

Vinegia, vitupero delle genti

con letter d'or, non carboni spenti».

Non ti vergogni, salvatica fera,

arogante, bestial, piena di boria,

a riputarti in gloria

romper sì spesso, come fai, la fede?

Tu non usi parola che sia vera;

d'ogni tuo piccol caso fai gran storia,

lontra sanza memoria,

che si specchia nell'acqua e non si vede.

Tristo chi mai ti crede

a tue promesse o a salvocondotto!

Ché tu l'hai prima rotto

che sia rasciutto, sì come facesti

al padovan signor, che tu uccidesti.

Dimmi, proterva, publica omicida,

assai più che Neron, lo scelerato,

che inuman peccato

facesti strangolando quel signore

con due suo figli! onde ne piange e grida

qualunque di milizia è onorato.

Non fé tanto Torquato

in questa nostra Italia d'arme onore.

Cortese donatore,

magnanimo, a' benigni fu benigno

ed a' superbi arcigno,

pronto a' gran fatti con fé larga e cara,

messer Francesco Novel da Carrara.

Che specchio hai tolto all'italico regno!

che magnifica casa hai tu distrutta,

invidïosa putta,

che t'hai fatto uno idio e fai sua setta,

invidiosa città piana di sdegno,

d'un medesimo vizio lorda tutta!

Il tuo San Marco lutta,

perché quel sangue in ciel grida vendetta.

Ahi, terra maladetta,

spesso con tosco uccidi i tuoi reggenti!

Quant'hai di vita spenti

per prezzo d'oro, assassini di quadra,

laida, traditrice, ingorda e ladra?

Sogdoma non fé mai contro a natura

nel sesso masculin, come tu fai;

né già si vide mai

come facessi a un de' tuoi il dovere.

A' forestier ne dai morte aspra e dura

per mostrar giusti i tuoi bugiardi lai.

Così cogli altrui guai,

ipocrita valente, vuoi parere

buona al comun volere,

sol per mostrarti a la giustizia allegra.

S'a la pugna di Flegra

fulminò Giove i superbi gioganti,

fulmini te e tutti i tuoi abitanti.

Io vo' tacere di te omai, Vinegia,

lupa rapace, lusuriosa troia,

fin ch'io ti veggia a noia

ai cielo, al mondo, alla natura umana.

La tua volpina tana

fussi secca, sì com'io vidi a Chioggia,

quando ne fecion loggia

e franchi Genovesi; e questo basti,

ch'allor per fame tutta ti pelasti.