II
Batista, perché paia che io non temi,
com'io non fo, le tue frittelle erbate,
per degnità le mie labra sudate
rasciugo spesso co' tuoi gran poemi.
E benché d'onestà mio pregio scemi,
quest'è l'uccel che getta le piumate,
e che per l'occhio del cocuzzol pate
la dolcezza che molti induce a stremi.
Ma reverendo tua soverchia rima,
nel dir superbo ch'i' ho tanto schivo
mestier non mi fu mai scorta né guida;
perché il ciel della più degna cima
in me spirò virtù, tosto i' fu' vivo,
sotto il cui scudo il mio ingegno si fida.
Ché non son di voi altri, gente ruda,
che ssanza accidentale andresti nuda.