II
Non Sorga ed Acabernia e non Parnaso,
né le Muse contente a le dolci acque,
né Orfeo con sua dolce melodia
non Giove quando più Alcmena gli piacque,
né il sacro Apollo in sì piccïol vaso
per amor misse tanta monarchia.
Qual con più poesia
mai scrisse o scrive con più alto ingegno
non giugnerebbe al segno,
ch'a tua laude o bellezza immensa vale.
Deo vero immortale,
dunque mia fantasia in aiuto chiama
sol te, giusto signor, ch'altro non brama.
Il superfluo, importun e crudo Amore
e' miei longhi disiri e sospir troppi
son proprî citator delle mie frode,
e 'l duol, col qual plorando par ch'io scoppi,
volgon lo stil, lo 'ngegno a farti onore,
non s'accorgendo di mancar tue lode;
pur, dintorno alle parole,
toccando sol l'estreme particelle,
fior delle cose belle,
gentil, franco, cortese, umile e vago,
di cui vista m'apago,
scusa l'ignoto error che mi trasporta,
dentro al qual l'alma sanza te è morta.
Come piacque a colui che 'l mondo volve
e dà lume a' mortal di cerchio in cerchio
m'achiuse ove non val pregio né forza,
né puote riparar al suo superchio,
e' del peccato altrui me stesso asolve,
lasciando a me di me proprio la scorza,
né già mai ciurma a orza
di concordia poggiâr, com'io trascorso
con lui fu', dove un morso,
col qual mi ti donò, mi misse ai denti
e due spron sì pungenti
che 'n un punto mi movi, volvi e resti,
e sol col cenno convien ch'io m'apresti.
O miseri infelici e ciechi amanti,
come comporta il ciel tanta ingiustizia,
perché sì da l'amato vi trasforma?
Fra tante pene una sola letizia,
un breve riso fra cotanti pianti
m'insegna ' andar per traccia e trovar l'orma.
Se avien ch'i' vada o dorma,
t'ho dentro al cor d'un bel marmo intagliato,
cogitando in che lato
è il mio signor, e movo per cercarti,
né so s'i' vo' trovarti;
e temo e spero e bramo di star peggio,
ed ho me in odio e quanto sento o veggio.
Licito, onesto e giusto è sì il mio priego
che innanzi al tuo impetrato cor di smalto
dee pur grazia acquistar, se fede giova;
e ben che e' nol vincesse al primo assalto,
di questo picciol don non mi far niego,
se in te alcuna pietà, signor, si trova;
piacciati di far prova
di me coi tuoi più intimi conservi,
ed ai falsi protervi
non creder, pei qual io tanto mal sofero.
L'alma e 'l corpo ti profero,
ché un simil aver puoi, ma non migliore
servo, né con più fé, né con più amore.
O qual sì crudo mai sotto al battesmo
fu, che di sé pietà non lo strignesse
o qualche spezieltà d'un suo ben propio
ed ogni altro peccato si dimesse
che l'esser micidial di se medesmo?
Io, che tua cosa son, teco m'accopio.
Qual nimico etïopio
a l'incarcero suo negò vivande,
qual tu dono a me grande
nieghi, a te nulla, e ben ch'io nol merti.
Savi gentili e sperti
s'umilian sempre a far a' minor parte,
facendo delle lor parole carte.
Mille e mille fïate ho mossi i piedi
già per contarti il mio misero stato,
di speme, di disio e di duol carco;
né sì tosto a' miei occhi apalesato
fosti dinanzi, e forse che nol credi,
ché perde il colpo, le saette e l'arco,
né mai puote far varco
una intera parola fuor del petto,
del core e l'intelletto:
dinanzi a gli occhi tuoi s'asconde e fugge,
che l'han sì strutto e strugge
che per morte fuggir vuol lasciar vita,
se tua grata risposta non l'aita.
— A' piè del mio signor, canzon, n'andrai,
e digli ch'ei provò già tal discordia;
chiedi misericordia
e fara' ginocchion la tua proposta,
né da lui ti partir senza risposta.