II

By Mariotto Davanzati

Non Sorga ed Acabernia e non Parnaso,

né le Muse contente a le dolci acque,

né Orfeo con sua dolce melodia

non Giove quando più Alcmena gli piacque,

né il sacro Apollo in sì piccïol vaso

per amor misse tanta monarchia.

Qual con più poesia

mai scrisse o scrive con più alto ingegno

non giugnerebbe al segno,

ch'a tua laude o bellezza immensa vale.

Deo vero immortale,

dunque mia fantasia in aiuto chiama

sol te, giusto signor, ch'altro non brama.

Il superfluo, importun e crudo Amore

e' miei longhi disiri e sospir troppi

son proprî citator delle mie frode,

e 'l duol, col qual plorando par ch'io scoppi,

volgon lo stil, lo 'ngegno a farti onore,

non s'accorgendo di mancar tue lode;

pur, dintorno alle parole,

toccando sol l'estreme particelle,

fior delle cose belle,

gentil, franco, cortese, umile e vago,

di cui vista m'apago,

scusa l'ignoto error che mi trasporta,

dentro al qual l'alma sanza te è morta.

Come piacque a colui che 'l mondo volve

e dà lume a' mortal di cerchio in cerchio

m'achiuse ove non val pregio né forza,

né puote riparar al suo superchio,

e' del peccato altrui me stesso asolve,

lasciando a me di me proprio la scorza,

né già mai ciurma a orza

di concordia poggiâr, com'io trascorso

con lui fu', dove un morso,

col qual mi ti donò, mi misse ai denti

e due spron sì pungenti

che 'n un punto mi movi, volvi e resti,

e sol col cenno convien ch'io m'apresti.

O miseri infelici e ciechi amanti,

come comporta il ciel tanta ingiustizia,

perché sì da l'amato vi trasforma?

Fra tante pene una sola letizia,

un breve riso fra cotanti pianti

m'insegna ' andar per traccia e trovar l'orma.

Se avien ch'i' vada o dorma,

t'ho dentro al cor d'un bel marmo intagliato,

cogitando in che lato

è il mio signor, e movo per cercarti,

né so s'i' vo' trovarti;

e temo e spero e bramo di star peggio,

ed ho me in odio e quanto sento o veggio.

Licito, onesto e giusto è sì il mio priego

che innanzi al tuo impetrato cor di smalto

dee pur grazia acquistar, se fede giova;

e ben che e' nol vincesse al primo assalto,

di questo picciol don non mi far niego,

se in te alcuna pietà, signor, si trova;

piacciati di far prova

di me coi tuoi più intimi conservi,

ed ai falsi protervi

non creder, pei qual io tanto mal sofero.

L'alma e 'l corpo ti profero,

ché un simil aver puoi, ma non migliore

servo, né con più fé, né con più amore.

O qual sì crudo mai sotto al battesmo

fu, che di sé pietà non lo strignesse

o qualche spezieltà d'un suo ben propio

ed ogni altro peccato si dimesse

che l'esser micidial di se medesmo?

Io, che tua cosa son, teco m'accopio.

Qual nimico etïopio

a l'incarcero suo negò vivande,

qual tu dono a me grande

nieghi, a te nulla, e ben ch'io nol merti.

Savi gentili e sperti

s'umilian sempre a far a' minor parte,

facendo delle lor parole carte.

Mille e mille fïate ho mossi i piedi

già per contarti il mio misero stato,

di speme, di disio e di duol carco;

né sì tosto a' miei occhi apalesato

fosti dinanzi, e forse che nol credi,

ché perde il colpo, le saette e l'arco,

né mai puote far varco

una intera parola fuor del petto,

del core e l'intelletto:

dinanzi a gli occhi tuoi s'asconde e fugge,

che l'han sì strutto e strugge

che per morte fuggir vuol lasciar vita,

se tua grata risposta non l'aita.

— A' piè del mio signor, canzon, n'andrai,

e digli ch'ei provò già tal discordia;

chiedi misericordia

e fara' ginocchion la tua proposta,

né da lui ti partir senza risposta.