II
O sacro, santo e prezïoso chiovo,
che i santi piedi forasti al Redentore
e con aspro dolore
passasti l'ossa e i nerbi, com'io trovo,
dammi tanto valore
che accette sien le rime ch'io or muovo!
Ben che tu sia antiquo, sempre nuovo
ti mostri, e pari al nostro umano aspetto
del sangue benedetto
resperso e tinto dell'agnel di Dio.
Donami tanta di tua grazia ch'io
possa cantare in mie povere rime
quanto tu se' sublime
e quanto chi ti vede sia giocondo,
sì che per tutto 'l mondo
el loco ove tu se' sia manifesto,
sì che a vederti ognun sia ratto e presto.
O ferro aventurato, eletto e digno
a trapassare i piedi e quelle piante
di Cristo tanto sante
e conficcarle strette al santo ligno,
per andar suso al ciel se' dritto signo,
digno di tanto onore e grazie tante
che nessuno elegante
a laudarti averia arte o ingegno!
Tu se' 'l chiovo che 'l Re dell'alto Regno
tenesti sì serrato in sulla croce,
in sin che ad alta voce
rendette l'alma al suo Padre beato.
Poi che di questo mondo fu passato,
da Nicodemo allor fusti sconfitto,
che l'avia sì traffitto
che con fatiga assai n'uscisti fore.
Or se' in tanto onore,
o santo ferro e prezïoso orlico,
che mille grazie a te sempre replìco.
Oh, se mi lice a dir, filice mano
che fabricò sì prezïoso aguto,
per cui morto e feruto
fu quel sommo valore e Re sovrano
che morì in croce pel peccato umano
del primo padre, che fu sì arguto,
ond' ei ne fu pentuto,
cacciato del giardin delizïano!
Non è alcun da Dio tanto lontano
che, quando questo arliquio santo vede,
non torni a vera fede
e del suo mal non sia tutto rimosso.
Io veggio ben ch'io non so né posso
dire a sufficienzia le suoe laude,
se non che 'l mio cor gaude
ognor ch'io veggio quel reliquio santo;
ed ardo d'amor tanto
inverso Dio che ciascun'or mi sento
crescere in caritade e buon talento.
Se tutto l'oro ch'è sotto la luna
io possedessi, o quel del ricco Dario,
o quel di Silla e Mario,
o quante ne dispensa la Fortuna,
o quante gemme l'Indo in sé raduna,
o Ermo o Tago di più color vario,
l'uno a l'altro contrario
ché l'una è bianca e l'altra è verde e bruna,
ogni cosa darei sol per quest'una
orliqua, che trapassa ogni ricchezza
per la sua grande altezza.
E non si stimeria il suo gran pregio!
O prezïoso chiovo e tanto egregio,
per cui onor queste mie rime spargo,
della tua grazia largo
spandi 'l bel fiume e tua dolce rusciada,
sì che io prenda la strada
che ci conduce alla corte superna,
e tu mi sia ai piei chiara lucerna!
Pria che tu trafiggesti i santi piedi,
eri ferro crudele e dispiatato;
or se' tanto bramato
che nel cor di ciascun stai e risiedi.
O santo chiovo, da Dio grazia chiedi
che ciascun cristian ch'egli ha fallato
per te sia perdonato,
ché impetrerai ciò che tu lui richiedi!
E campa noi da quei crudeli spiedi,
coi quai ci uccide quel nostro aversario,
e dacci il fele amaro
che ci fa sostener cotante pene.
Tu se' quel grande onore e quel gran bene,
el quale aver nissun s'allegra o vanta,
se non la Terra Santa,
che digna fu di te esser dotata.
E per nome è chiamata,
ed io il dico, el bel col di Valdelsa,
ove si mostra tua bellezza eccelsa.
O donna santa, ricca poveretta,
povera dico e d'argento e d'oro,
che né capra né toro
avevi da menare a fresca erbetta!
Per una ingiuriosa paroletta
manifestasti il tuo ricco tesoro,
onde avesti ristoro
al tuo bisogno in povera casetta,
onde 'l filice popolo in gran fretta
col lor prelato e con süavi canti
di salmi ed inni santi
si mosse e venne alla tua mansione.
Indi con festa e con divozione
se ne portâr questo reliquo santo,
ch'è glorïoso tanto
che nol diria già mai lingua né stile;
sì che di loco umìle
fu traslatato in loco dignitoso
quel santo chiovo e tanto glorioso.
O colle aventurato, o terra ricca,
ricca di tanto prezïoso orlico
che, quanto più ne dico,
più mi cresce il disio e più s'apicca,
e già mai del mio cor più non si spicca!
Ond'io non temo del crudel nimico
e non l'aprezzo un fico,
che per tentarmi spesso si rificca,
e, per tirarmi a sé, m'accenna e amicca
pur col piacer del mondo lordo e tristo.
Ma il chiovo di Cristo
non mi lascia ingannar, ch'io l'ho nel core
e non lascio partir, né uscir fuore.
Tanta dolcezza nel mio cor distilla
che tutto si sfavilla
di caritade e santo disidero;
ond'io son tutto intero,
poscia ch'io sono armato di quest'arme,
servire a Dio e dal mondo scostarme.
— Or facciàn fine a questa orazione,
o glorïoso chiovo, e laude pia,
e per tua cortesia
vogli accettarla, e con afezione.
E guida in questo mar col tuo timone
del corpo mio questa piccola nave,
ché con dolce e soave
vento io pervenga al tuo felice porto;
e, quand'io sarò morto,
inverso il cielo io prenda il buon camino,
da Castiglione un pover Pellegrino.