II

By Pellegrino da Castiglion Fiorentino

O sacro, santo e prezïoso chiovo,

che i santi piedi forasti al Redentore

e con aspro dolore

passasti l'ossa e i nerbi, com'io trovo,

dammi tanto valore

che accette sien le rime ch'io or muovo!

Ben che tu sia antiquo, sempre nuovo

ti mostri, e pari al nostro umano aspetto

del sangue benedetto

resperso e tinto dell'agnel di Dio.

Donami tanta di tua grazia ch'io

possa cantare in mie povere rime

quanto tu se' sublime

e quanto chi ti vede sia giocondo,

sì che per tutto 'l mondo

el loco ove tu se' sia manifesto,

sì che a vederti ognun sia ratto e presto.

O ferro aventurato, eletto e digno

a trapassare i piedi e quelle piante

di Cristo tanto sante

e conficcarle strette al santo ligno,

per andar suso al ciel se' dritto signo,

digno di tanto onore e grazie tante

che nessuno elegante

a laudarti averia arte o ingegno!

Tu se' 'l chiovo che 'l Re dell'alto Regno

tenesti sì serrato in sulla croce,

in sin che ad alta voce

rendette l'alma al suo Padre beato.

Poi che di questo mondo fu passato,

da Nicodemo allor fusti sconfitto,

che l'avia sì traffitto

che con fatiga assai n'uscisti fore.

Or se' in tanto onore,

o santo ferro e prezïoso orlico,

che mille grazie a te sempre replìco.

Oh, se mi lice a dir, filice mano

che fabricò sì prezïoso aguto,

per cui morto e feruto

fu quel sommo valore e Re sovrano

che morì in croce pel peccato umano

del primo padre, che fu sì arguto,

ond' ei ne fu pentuto,

cacciato del giardin delizïano!

Non è alcun da Dio tanto lontano

che, quando questo arliquio santo vede,

non torni a vera fede

e del suo mal non sia tutto rimosso.

Io veggio ben ch'io non so né posso

dire a sufficienzia le suoe laude,

se non che 'l mio cor gaude

ognor ch'io veggio quel reliquio santo;

ed ardo d'amor tanto

inverso Dio che ciascun'or mi sento

crescere in caritade e buon talento.

Se tutto l'oro ch'è sotto la luna

io possedessi, o quel del ricco Dario,

o quel di Silla e Mario,

o quante ne dispensa la Fortuna,

o quante gemme l'Indo in sé raduna,

o Ermo o Tago di più color vario,

l'uno a l'altro contrario

ché l'una è bianca e l'altra è verde e bruna,

ogni cosa darei sol per quest'una

orliqua, che trapassa ogni ricchezza

per la sua grande altezza.

E non si stimeria il suo gran pregio!

O prezïoso chiovo e tanto egregio,

per cui onor queste mie rime spargo,

della tua grazia largo

spandi 'l bel fiume e tua dolce rusciada,

sì che io prenda la strada

che ci conduce alla corte superna,

e tu mi sia ai piei chiara lucerna!

Pria che tu trafiggesti i santi piedi,

eri ferro crudele e dispiatato;

or se' tanto bramato

che nel cor di ciascun stai e risiedi.

O santo chiovo, da Dio grazia chiedi

che ciascun cristian ch'egli ha fallato

per te sia perdonato,

ché impetrerai ciò che tu lui richiedi!

E campa noi da quei crudeli spiedi,

coi quai ci uccide quel nostro aversario,

e dacci il fele amaro

che ci fa sostener cotante pene.

Tu se' quel grande onore e quel gran bene,

el quale aver nissun s'allegra o vanta,

se non la Terra Santa,

che digna fu di te esser dotata.

E per nome è chiamata,

ed io il dico, el bel col di Valdelsa,

ove si mostra tua bellezza eccelsa.

O donna santa, ricca poveretta,

povera dico e d'argento e d'oro,

che né capra né toro

avevi da menare a fresca erbetta!

Per una ingiuriosa paroletta

manifestasti il tuo ricco tesoro,

onde avesti ristoro

al tuo bisogno in povera casetta,

onde 'l filice popolo in gran fretta

col lor prelato e con süavi canti

di salmi ed inni santi

si mosse e venne alla tua mansione.

Indi con festa e con divozione

se ne portâr questo reliquo santo,

ch'è glorïoso tanto

che nol diria già mai lingua né stile;

sì che di loco umìle

fu traslatato in loco dignitoso

quel santo chiovo e tanto glorioso.

O colle aventurato, o terra ricca,

ricca di tanto prezïoso orlico

che, quanto più ne dico,

più mi cresce il disio e più s'apicca,

e già mai del mio cor più non si spicca!

Ond'io non temo del crudel nimico

e non l'aprezzo un fico,

che per tentarmi spesso si rificca,

e, per tirarmi a sé, m'accenna e amicca

pur col piacer del mondo lordo e tristo.

Ma il chiovo di Cristo

non mi lascia ingannar, ch'io l'ho nel core

e non lascio partir, né uscir fuore.

Tanta dolcezza nel mio cor distilla

che tutto si sfavilla

di caritade e santo disidero;

ond'io son tutto intero,

poscia ch'io sono armato di quest'arme,

servire a Dio e dal mondo scostarme.

— Or facciàn fine a questa orazione,

o glorïoso chiovo, e laude pia,

e per tua cortesia

vogli accettarla, e con afezione.

E guida in questo mar col tuo timone

del corpo mio questa piccola nave,

ché con dolce e soave

vento io pervenga al tuo felice porto;

e, quand'io sarò morto,

inverso il cielo io prenda il buon camino,

da Castiglione un pover Pellegrino.