II

By Agnolo Firenzuola

Ecco, ch'io torno, supremo architetto,

A ripregarti, ancora ch'io sia certo

(Ch'io son certo ch'io son povero e 'nfermo),

Che butto tutte le mie preci indarno:

Non per tua colpa, Iddio, ch'io lo confesso,

Ma per soverchio mio fallir, per troppo

Consentir a la voglia, a l'appetito.

Ecco ch'io torno, e pur dico: – O Signore,

Apri quel fonte di misericordia,

Guadagna questo iniquo, questo reo

Per forza di pietade, per i grandi

Benefici, per dargli un'altra volta

L'esser, la vita, ché la vita adesso

A me è morte: e se libri d'esta morte

Tu mi riduci ad una nuova vita;

E così mi da' l'essere, o mel rendi,

Poi ch'io perduto l'ho nel freddo e 'l caldo,

Tra' sogni, tra' sudor, tra le stracchezze.

E s'io ben dissi chi'io ti priego indarno,

Perché pregato t'ho già tante e tante

Volte, che volto ha il Sol ben sette volte;

Non di meno io non niego il tuo potere:

E s'io so che tu puoi, so che tu puoi

Volere, e dal poter sorge la speme;

E di nuovo mi metto a ripregarti

Vivamente, Signor, che sia contento,

Senza guardare a' miei commessi falli,

Levar dal corpo mio tanto travaglio;

Dal corpo no, ma dall'animo afflitto.

Ché tu sai ben che 'l corpo afflitto rende

Afflitta l'alma. Iddio verace e santo,

Tu puoi pur, se tu vuoi, con un sol ciglio

Sanar l'alma, e sanar il corpo afflitto,

E far ch'i prieghi miei non sieno indarno.

E che la speme ancor ritorni viva;

Ch'è morta, com'io dissi, fra la febre,

Tra gli stomachi, e febri, e tanti mali,

Che non ardisce a scrivergli la penna,

Perché gli va rinovellando ognora

Che gli racconta; e tanto ha del presente,

Che troppo del preterito li pare

Avere afflizion. Però, Signore,

Raviva la speranza, e spegni questa

Desperazione, e a più santa vita

Conduci l'alma, e 'l corpo a tale stato,

Che si dica una volta: – Egli è guarito,

Ed ha pur conosciuto il suo fattore –.