II
Ecco, ch'io torno, supremo architetto,
A ripregarti, ancora ch'io sia certo
(Ch'io son certo ch'io son povero e 'nfermo),
Che butto tutte le mie preci indarno:
Non per tua colpa, Iddio, ch'io lo confesso,
Ma per soverchio mio fallir, per troppo
Consentir a la voglia, a l'appetito.
Ecco ch'io torno, e pur dico: – O Signore,
Apri quel fonte di misericordia,
Guadagna questo iniquo, questo reo
Per forza di pietade, per i grandi
Benefici, per dargli un'altra volta
L'esser, la vita, ché la vita adesso
A me è morte: e se libri d'esta morte
Tu mi riduci ad una nuova vita;
E così mi da' l'essere, o mel rendi,
Poi ch'io perduto l'ho nel freddo e 'l caldo,
Tra' sogni, tra' sudor, tra le stracchezze.
E s'io ben dissi chi'io ti priego indarno,
Perché pregato t'ho già tante e tante
Volte, che volto ha il Sol ben sette volte;
Non di meno io non niego il tuo potere:
E s'io so che tu puoi, so che tu puoi
Volere, e dal poter sorge la speme;
E di nuovo mi metto a ripregarti
Vivamente, Signor, che sia contento,
Senza guardare a' miei commessi falli,
Levar dal corpo mio tanto travaglio;
Dal corpo no, ma dall'animo afflitto.
Ché tu sai ben che 'l corpo afflitto rende
Afflitta l'alma. Iddio verace e santo,
Tu puoi pur, se tu vuoi, con un sol ciglio
Sanar l'alma, e sanar il corpo afflitto,
E far ch'i prieghi miei non sieno indarno.
E che la speme ancor ritorni viva;
Ch'è morta, com'io dissi, fra la febre,
Tra gli stomachi, e febri, e tanti mali,
Che non ardisce a scrivergli la penna,
Perché gli va rinovellando ognora
Che gli racconta; e tanto ha del presente,
Che troppo del preterito li pare
Avere afflizion. Però, Signore,
Raviva la speranza, e spegni questa
Desperazione, e a più santa vita
Conduci l'alma, e 'l corpo a tale stato,
Che si dica una volta: – Egli è guarito,
Ed ha pur conosciuto il suo fattore –.