II

By Antonio Fileremo Fregoso

L'augel cristato che predice il giorno,

col canto accorti già fatto ci aveva

che 'l chiaro Febo a noi facea retorno

e il lume a le altre stelle ritoglieva

col chiaro raggio suo, e il viso adorno

Clizia ver lo orïente rivolgeva

tutta bagnata dal notturno umore,

spettando il sguardo dil suo antiquo amore.

E già la peregrina rondinella

col suo derrotto canto e col suo strido

destava al suo lavor la villanella.

La timida lepretta un loco fido

già ricercava in questa parte e in quella,

per fare il suo covile e occulto nido.

Già rossegiava in cel la bella Aurora:

non era notte, né ben giorno ancora,

quando io che di partirme avea desio

per mei cani cercar, me apresentai

dinanti al saggio e degno ospite mio

e così regraziarlo io cominciai:

– Caro benefattor, già mai in oblio

non mandarò quel ben che fatto m'hai;

per fin che 'l spirto reggerà queste ossa,

sempre ti servirò, mentre ch'io possa.

Guidime pur dovonque vuol Fortuna,

che questo benefizio in la mia mente

serberò fin che in ciel sarà la luna,

fin che il raggio del sol chiaro e lucente

averà di sua luce parte alcuna.

Se dopo morte ancor l'anima sente,

sempre mai l'opra tua sentirà grata:

tua gloria ognor da me sarà cantata.

Partir me voglio, e nel partir mi duole

ch'io non possa con l'opra regraziarte

come faccio ora con le mie parole;

ma se mai il ciel mi dà ch'io possa farte

pur la metà di quel che 'l mio cor vuole,

vedrai che senza far di me altre carte

tuo servo me hai comprato in sempiterno

e che nel cor tal obligo governo.

Da te mi parto, come suol dal fiore

la parca e ingegnosa ape far partita,

carca di dolce mele e grato odore.

E ho la mente mia così fornita

di grato cibo e di dolcezza il core

che durerammi mentre arò la vita;

e ne lo inverno de la mia vecchiezza

fia poi mio nutrimento e contentezza –.

E ello a me: – Poi che 'l partir ti piace,

sì felice partita il ciel te dia

che sempre abbi nel cor tranquilla pace;

e faciati Fortuna compagnia

prospera e mai a te non sia fallace,

anzi benigna sempre e sempre pia –.

E detto questo, mi toccò la mano

con viso e con aspetto dolce e umano.

In breve sceso avendo il poggio santo,

forte a sonare io cominciai il corno.

Essendo intrato ne la selva alquanto,

chiamando i cani e riguardando intorno,

fermo stava a veder se da alcun canto

le voci udisse o a me fessen ritorno;

e di trovargli ardendo in me il desio,

l'occhio ingannai più volte e lo odir mio.

Ero a vedere e ascoltar sì intento

ch'io stava ad ogni strepito suspeso

de ogni fraschetta che movesse il vento,

e avendo in vano già gran tempo speso

per quella selva piena di spavento

e nulla mai di lor ne visto o inteso,

già fuor di speme de trovar mei cani,

fra me faceva mille pensier vani,

quando ivi, a canto il bosco, in un bel prato,

viddi un seder da me non lontan molto,

che in vista mi parea tutto turbato,

se il core se comprende per il volto.

E così alquanto a quello avicinato,

uscendo fuora anch'io del bosco folto,

il salutai e, ben che fusse mesto

rispose al mio saluto umìle e presto.

– Gioven, salute a te render non posso,

perché d'ogni salute io sono privo,

e sì rivolta me è Fortuna adosso

che è maraviglia che me vedi vivo.

Né credo mai da me possa esser scosso

l'aspero mio dolor tanto eccessivo,

né in animi celesti arei creduto

fusser tante ire come ho poi veduto.

Lassami pianger la mia dura sorte;

pàrtite, ché al mio mal non hai remedio;

sol remediar gli può la fredda morte.

E io: – Se col venir te ho dato tedio,

or partirommi, e certo mi duol forte

Fortuna al tuo cor ponga tanto assedio;

ma pria ti prego, e non ti sia discaro,

de una picciola cosa farmi chiaro.

In questa selva aresti per ventura

sentito o visto doi cagnoli in caccia,

rossi, drieto a una Cerva bianca e pura? –.

Al mio parlar cangiosse ne la faccia,

sì come a chi una sùbita paura

dal colorito viso il sangue scaccia

e corre al cor come a sua rocca forte,

le parti esterïor lassando smorte.

Allor cognobbi che la mia rechiesta

fatto gli avea qual malescalco suole

quando il cavallo alcun dolor molesta

e ritrovar il loco infermo vuole,

che 'l va toccando in quella parte e in questa,

fin che pone la man dove gli duole,

o con martello il piè batte in tal modo,

che poi cognosce dove stringe il chiodo.

Per che, lettor, allor compresi certo

che 'l nome di quel candido animale

gli era nel cor qual ramo in ramo inserto

e che col mio parlar tocco avea il male.

Essere assai mi duolse discoperto

di quella bella Cerva suo rivale,

né arei voluto per gran preggio allora

mandar più di tal tema motto fuora.

E se non che da un suo suspiro ardente

questa risposta venne accompagnata,

mi partiva da lui subitamente;

e così disse: – Ben che renovata

me abbi la piaga e fatto il duol presente,

ché la mia pena alquanto era sedata,

dirotti quel che di toi cani ho inteso,

poi che tu m'hai di parlar teco acceso.

Già rossegiava il ciel ne l'occidente

e i vapori dal sol da terra alzati

qual fumo si vedevan da la gente

sopra campagne e sopra verdi prati;

Febo già si mostrava in orïente

coi raggi del bel viso suo infiammati,

non tal, sì come quando è in l'aere puro

sopra di noi in mezzo il ciel azzuro,

quando con un sollicito latrare

senti' doi cani in questa selva folta

una fiera gran tempo eri cacciare;

ma perché il sol sua luce avea raccolta

in ver l'occaso, e da me alontanare

udendoli, a' mei passi allor dei vòlta

in ver l'albergo mio non già lontano,

qual sede apresso al fiume nel bel piano.

Sol questo ho inteso e questo solo indizio

di toi fieri cagnoli io posso darti.

Ma ascolta, ché secondo il mio giudizio

dubito vogli in vano affaticarti

de riaverli mai al tuo servizio,

perché venir suol spesso in queste parti

la diva che inimica a Amor si dice,

con le sue caste ninfe cacciatrice,

e le ansïose voci udei voltarsi

in ver le selve, dove il casto coro

suol con la diva in caccia esercitarsi.

Però se capitati fian tra loro

e convenienti al suo esercizio parsi,

se gli portasti un magno e bel tesoro,

non gli arai, credi a me quel ch'io ragiono:

femine tutte e appetitose sono.

Ma se sapessi chi è la fugitiva

Cerva, che i cani tuoi in fuga han vòlta,

sarebbe la tua mente ammirativa;

e se saper il vòi, qui sede e ascolta,

e dirò come fu di forma priva

umana, essendo in questa selva folta.

Ben che fia un rinovare il mio dolore,

pur giova a un bon compagno aprire il core.

Tuo aspetto in prima gionta assai mi piacque

e di te molta bona opinïone

subitamente dentro il cor mi nacque:

forse che amici il cielo ci dispone.

Poi che a seder su questo prato io giacque

per disfocar l'acerba mia passione,

sempre desiai un fido amico apresso;

forse qua il ciel te invia e sei quel desso.

Sappi che i giorni de la bella etate,

che de la vita nostra è il vago fiore,

ho consumato dentro a la cittate,

a le delizie abiando vòlto il core:

corsier leggiadri e a me veste sfogiate

non mancavano già né gran favore;

vita lieta ho menato e travagliosa,

provato ho (posso dir) quasi ogni cosa.

Lite, cordogli e civil cure assai,

infirmità mortali e casi acerbi,

e disfavor non aspettato mai,

e pratticar con umili e superbi,

e già sofferto ho mille strani guai,

(se del viver civil memoria serbi)

che sogliono avvenir di giorno in giorno

a chi fra il vulgo ignaro fa soggiorno.

Con l'animo così sazio dil tutto,

anzi pur stracco, in un palaggio ameno

da qui non lontan molto io son redutto;

e per votar di civil cure il seno,

in loco solitario io l'ho costrutto,

ché 'l spirto in simil lochi è più sereno;

e vivea con le Muse assai quïeto,

in la mia povertà ben ricca lieto.

Per mei precipui divi aveva elletto

il radïante e gran signor di Delo

e la sorella sua del casto petto:

quello nei studi e quella al caldo e al gelo

fra selve ho già servito con diletto,

qual vòlto ha poi ver me suo acuto telo

e privo in tutto me ha dil suo favore,

ahi lasso, ché cagion ne è stato Amore,

anzi più presto il mio fatal destino

e il mio troppo temerario ardire.

E per avere un bel tesor vicino,

fatto ho come un vulgar motto suol dire,

che 'l bel robbar fa il latro e lo asassino.

Vedendome Fortuna uso a patire

e assuefatto al mal, altra via ha preso

a nocermi, e però col ben me ha offeso.

A l'intrar questa selva in un pratello

un fonte sorge con sì chiara vena,

che non vedesti mai forse il più bello.

Qua a spasso andar soleva dopo cena,

vicino essendo assai al mio castello.

Era la strada piana, ombrosa e amena,

cui sepi (essendo maggio) eran de fiori,

spirando molti vari e grati odori.

Felice, ahimè, felice assai certo era,

pur che mai visto io non avessi quella

che 'l mio cor, che era sasso, ha fatto cera,

anzi più propriamente una facella

che se consuma ardendo mane e sera.

Chi arìa creduto mai simil novella,

che dentro un chiaro e fresco fonte vivo

gli fusse stato un foco sì nocivo?

Or che dico io nocivo? anzi soave,

sì che ogni altro piacer che al mio cor sento,

al par di questo parmi acerbo e grave,

e solo in questo foco io sto contento

per lei, che del mio core ha in man la chiave

e dolce fa parermi ogni tormento,

ché tutto quello che da lei procede,

nocer non mi potrebbe (ho questa fede).

Ma sol mi duol de la sua avversa sorte

e vedergli Fortuna sì villana:

questo è cagion de la mia acerba morte.

Ahimè, troppo crudel gli fu Dïana!

Doveagli assai bastar de la sua corte

bandita averla, e non in fiera strana

trasformarla, sì come intenderai,

se ad ascoltare il modo attento stai.

Sì come volse la mia sorte ria,

un giorno andando in ver il fonte chiaro,

anzi più presto in ver la morte mia,

sentei un canto sì soave e raro

che non credo sia in ciel tal melodia,

sì che il recordo ancor me è grato e caro;

e in ver la voce alzando allor la fronte,

viddi una Ninfa dentro il fresco fonte.

Un sottil vel levando, tanto bella

mi parve, ch'io fui foco in un momento

dal radïar di questa viva stella,

e a vedere e udir stava sì intento

che quasi il spirto mio migrava in quella.

Ahimè, ché troppo allora era contento,

ché quel che è fuor de l'uso naturale,

spesso gran ben portende o ver gran male.

Poi che ella fu del mio venire accorta,

chinava in ver el fonte il suo bel viso

e diventò più volte e rossa e smorta,

credo per esser gionta a l'improviso.

E io glie dissi allora: – O Ninfa accorta,

guarda non far come fe' già Narciso

e che il tuo dolce e sì soave canto,

per specchiarte ne l'acque, torni in pianto –.

De la voce cangiata e di colore,

respose a me: – Nostro costume antico

è di cacciar le fiere e odiare Amore,

de la regina mia mortal nemico;

né bella essendo, non posso esser fiore,

e però vanne a la tua strada, amico,

ché 'l mio curvo arco e la faretra mia

bastami solo a farmi compagnia –.

E un riso dopo quel vezzoso sdegno

lampeggiò ascoso sotto l'aureo crine,

quasi di gioco in lei mostrando segno,

tenendo al fonte le sue luci chine.

Io arsi allora come un secco legno

e al cor sentei mille pongenti spine,

che 'l stimularno e ponsero sì forte

ch'io fui tentato di provar mia sorte.

Dubioso stando e remirando intorno

se per la selva alcun vedea apparere,

essendo il sole alzato al mezzo giorno,

ecco venir due ninfe al fonte a bere.

E per non fare a quella prima scorno,

ché ogni suo mal già me era in dispiacere,

subitamente feci indi partita

con la imagine sua nel cor scolpita;

e discaciando ogni pensier canuto

dal cor, sol revolgea ne la mia mente

come al mio foco dar potesse aiuto.

E intrommi in fantasia subitamente

una, con qual commerzio avea già avuto

(ché nei bisogni Amor fa l'om prudente),

chiamata Mammia e de un pescator moglie,

medica avantegiata a simil doglie.

Suspinto adonque da l'interno ardore,

in ver sua casa i passi mei drizzai

per remediar al mio novo dolore;

e così ad ella gionto incominciai:

– O Mammia, or mi bisogna il tuo favore

e se io non l'ho, morir mi vederai.

In tue man sta: se ancor tu vòi ch'io viva,

aiutami da questa recidiva –.

Per non tenerte più, giovene, a tedio,

la occulta mia passion gli discopersi

e dil mio cor tutto il novello assedio,

e come è usanza, premi assai gli offersi,

ché se poteva al mal mio dar remedio,

non averebbe il tempo e i passi persi.

Ma da lei fummi tal resposta resa:

– Non intrar, prego, in questa stolta impresa.

Tu sai quanto a la diva è Amore esoso.

Se mai per tempo alcun fossi scoperta,

non arebbe mia vita mai reposo,

anzi tua morte e mia cognosco certa:

però questo desio tanto focoso

lascia; poi che la via tu vedi aperta,

la quale in ver la morte ambi ne mena,

questo ardente voler, prego, raffrena –.

E io a lei: – Chi lascia per paura,

o Mammia, di provar sua fatal sorte,

raro o non mai felice ha poi ventura,

e se gli avvien che palma io ne reporte

di questa impresa per tua bona cura,

per te me esponerò fine a la morte.

Ma certo il nostro amor sarà secreto;

servime, non dubiar, fa il tuo cor lieto –.

Tanto ebber forza i molti preghi mei

che al fine mi promisse de servire

e in breve favellar farme con lei,

ancor che fusse certa de morire.

E poi suggionse: – Il nome di costei

per alcun modo me sapresti dire?

O sua effigie gentil tutta distinta,

sì come in mezzo il cor porti depinta? –.

– Né picciola, né granda è di statura –,

resposi, – in ver grassetta par declini;

le guance sue di rose e neve pura

coprono gli annellati e aurei crini

che sparsi al vento avea senza altra cura;

negri non avea gli occhi, e pur divini

parean suoi sguardi e dir: – Qui nacque Amore –,

potenti ad infiammar la Orsa maggiore.

E ha affilato e piccioletto naso,

e bocca di corallo sì galante,

da far beato un om sol con un baso,

e arìa fatto diventare amante

Nestor e ogni modesto capo raso,

tanto avea il petto candido e prestante:

i pomi colti nel giardin di Venere

solo in mirando, io diveniva cenere;

e parean proprio le mammelle vere

di Citerea, con quale ha Amor nutrito,

da fare a Marte fuor di man cadere

le arme, quando è più fiero in guerra e ardito;

e prendea a contemplarle un tal piacere

che fuor di me quasi era in tutto uscito,

e credo che io sarei anco in quel loco

mutato in sasso, se ancor stava un poco.

La sua candida veste avea succinta,

nuda fine al genocchio, e la chiara onda

de una rara bianchezza parea tinta,

che rendea la sua gamba eburnea e tonda.

De una seda incarnata era la cinta,

che con nodo stringea la veste monda;

l'arco e il turcasso avea deposto in terra,

con altre arme a me allor facendo guerra.

Certo il suo nome dirte io non saprei;

e quel che hai inteso non sapessi io ancora,

ché ne lo ardente foco non sarei,

qual le medolle e il sangue mi devora! –.

– Solo a la vaga cintola costei

cognosco –, Mammia mi respose allora;

– Mirina ha nome e quella ninfa è sola

che saetta l'augel mentre che vola –.

Per dirte in breve il longo mio processo,

la pescatrice esperta in tal imprese

mi pose a questa in pochi giorni appresso;

e ne la mente mia tanto mi accese,

che cominciai ad obliar me stesso,

e sol per troppo dolce il cor mi offese.

Né aveva altro remedio a mia ferita:

sol medica era lei de la mia vita.

Prendeva un sì soave nutrimento

l'alma mia da le labbra sue rosate

che a ragionarne ancor nutrir mi sento;

gioven felice in questa grave etate

non invidiava, tanto era contento,

sì sentiva mie forze renovate:

ma chi non sa che sol giovene è il core

il qual rescalda con sua face Amore?

Ah, quante volte poi ragionai meco

e dissi: – Mira ove portar te lassi

da lo appetito tuo, quanto sei ceco!

Non vedi quanto il bon camin trapassi,

miser, che la ragion non hai più teco?

Sapral non sol gli uman, ma fiere e sassi,

che di tua vita in la età saggia e grave

una fanciulla tenga in man la chiave.

Son questi i lochi solitari eletti

per menar vita casta e contemplante?

E or furtivamente nei precetti

di Aristippo recaschi e più che inante

de uno ardente desio gli sensi hai infetti.

Oh quanto è bel veder canuto amante!

Ahimè, se la ragione alcun corregge,

Amore il sforza poi, che è senza legge –.

Come colui che con presaga mente

melancolico sta, ma la cagione

non sa di quello affanno che al cor sente.

ché 'l Fato a poco a poco lo dispone

patir pria che lo effetto sia presente,

sentendo già dal ciel la impressïone

io stava un giorno pien d'affanno e solo,

non sapendo la causa del mio duolo,

quando viddi venir Mammia affannata,

che nel suo viso il caso dimostrava.

Poi che più presso a me fu approssimata

disse: – Sarà pur ver quel che io pensava:

seguito hai tua voglia sì ostinata;

sia maledetta tua natura prava.

Cercar dovrebbe ormai tuo cor riposo,

e sei come fanciullo appetitoso.

Dove fugirem noi, dimmi, il furore

de la turbata dea? qual fia quel loco

che tener possa ascoso il nostro errore?

Io pur tel dissi, e a me credesti poco,

che era in periglio nostra vita e onore,

ché ben vedeva il fin di questo gioco.

E certamente ognun di pazzia eccede,

chi a divini occhi occulto star si crede.

Io udi' pur dianzi la sdegnata diva

a sé chiamar Mirina sventurata:

ella che in fretta dimandar se udiva,

in suspetosa fuga fu voltata

per la selva, qual cerva fuggitiva.

Poi che dal casto cor fu dilongata,

manifestando col fuggir lo errore,

fecessi il sdegno contra lei maggiore.

Per quella fuga fu in tanta ira accesa

la dea, ch'io non ardi' mirarla in viso;

e per secrete vie son qui discesa,

solo per darti questo tristo avviso,

acciò possi ogni ingegno a tua diffesa

oprar né fussi accolto a l'improviso.

Io credo, e giurarei per cosa vera,

Mirina è morta o trasformata in fiera –.

Pieno di amaro duolo e di spavento,

vedendo in tal periglio nostra vita,

dissi: – Mammia mia, son mal contento;

come vorrei, non poss'i' darti aita,

ma più che al mio starò al tuo scampo intento.

Proverbio è: – Chi se aita, Dio lo aita –:

fuggiamo in qualche loco solitario,

per fin che soffia vento sì contrario.

Io mi ammirava pur de la mia sorte,

che contentezza mi lassasse avere

che al fin non fusse un duol acerbo e forte.

Ahimè, come potuto l'ha sapere?

Ah lingue, ah usanze triste de la corte! –.

E gridai spesso: – O stelle inique e fiere,

quando l'alma sarà fuor del mio petto,

allora almen non vi sarò sugetto,

non areti più in me iuridizione:

farammi morte questo benefizio –.

Così piangendo (ch'io ne avea cagione)

io me aviai in ver il santo ospizio

de uno qual fu mia vera protezione,

che di Pallade sacra era al servizio,

Eubul chiamato e di tanta prudenza,

che fu estimato un vaso di sapienza.

Sede sua cella sopra a un poggio aprico

in la più folta parte dil gran bosco,

di questo bosco qui vicino io dico,

a la qual per sentiero ascoso e fosco

io venni a retrovare il santo amico,

qual già molti anni son ch'io lo cognosco,

anzi è mio zio, e ha grande amicizia

con la turbata dea de pudicizia.

A questo io discopersi il caso intero

e accusai mio temerario errore,

e ben che antiquo sia e assai severo,

cognosce chiaro quanto possa Amore,

quanto sia grande sopra a noi suo impero.

Poi che depinto m'ebbe di rubore

col penel de la lingua e assai represo,

mi disse: – Non temer, non star suspeso –.

E in pochi giorni il saggio el tempo tolse

di raggionar per me con la regina

e riportò da lei ciò ch'egli vòlse,

tal che fece riparo a mia ruina

e il mio gran male in picciol mal resolse.

Vero è che aitar non puotè già Mirina,

perché era cerva e in leve fuga vòlta

per quella selva solitaria e folta.

Ma pur gli fece questo benefizio,

che la scampò da morte, e fu secura

per me più non patire altro supplizio.

Così per monti e valli e per pianura,

il pascere e il mugir è suo esercizio,

con suspettoso cor pien di paura,

e il mio è il piangere il suo caso avverso,

da poi che ho il mio conforto e ogni ben perso.

Io stava ad aspettar se a caso mai

a pascer qui venisse il verde prato.

Se in forma umana già tanto la amai,

ancora il ragionar seco me è grato

e discoprirgli i mei infiniti guai

e quanto duolmi dil suo avverso fato;

e certo è verisimil, come io penso,

gli sia remasto ancor qualche uman senso.

Ma poi che 'l sole è alzato a mezzo giorno

e ascurtato ha le ombre in ver le piante,

io voglio in ver lo albergo far ritorno:

però ti prego, se mai fusti amante,

che venghi meco a far qualche soggiorno,

e voglio che sian fatte da qui inante

le proferte fra noi e qui presenti

de la amicizia posti i fondamenti –.

Dopo mutue proferte fatte assai,

contento fui di andare al bel castello

e il cordiale invito suo accettai.

Ei con suo ragionar soave e bello,

tenendomi per mano sempre mai,

per via ombrosa me introdusse in quello.

E, candido lettor, se leggerai,

quel che dopo successe intenderai.