II
Perduto ho il tempo per non più aspettarne
sol di chiamar piatade alla mia donna:
veggio di crudellezza ognor più s'arma.
Amor mi caccia, ed io non posso andarne;
tanto mi tien la persa e rossa gonna
fiso a mirar che Morte mi disarma.
Ma pria che al tutto mi levi la scarma,
lo Impirio i miei sospiri intonar denno,
e po' faccia a suo senno
Morte e Fortuna e Venere con Giove,
quali or mostran ver me lor grandi prove.
Dinanzi alla lor vista aspra e feroce
fuggo, passando colli, selve e piagge;
sempre piangendo, arrivo a una isoletta.
Gli occhi rivolgo verso la gran voce,
mirando il loco e le parti selvagge
dov'io cacciato fui con tanta fretta.
Così vidi venire una barchetta
per l'onde chiare, onde apportar volea;
dentro una donna avea,
la qual cantava e dicea: «Io son colei
che 'l mondo volgo colle braccia miei».
Io, ascoltando il canto del gran pondo,
fra me a pensar cominciai molto forte,
dicendo:«Serìa questa quella luce,
dico mia donna, che rivolge il mondo
con sua bellezza, o serìa mai la Morte,
la qual miei sensi fra' morti conduce?»
Ma più pensava che fosse il mio duce,
tra me dicendo: «Piatà l'arà smossa;
però ha fatto tal mossa
per me scampar d'esta spiatata guerra».
Intanto ed ella giunse e scese in terra.
Lasciata ch'ebbe la canzon gioconda,
volsesi a me quella donna reale
e salutommi, e poi mi mise in barca.
Or passa nostra navicella ogni onda
più presta che non esce d'arco strale,
tanto che in alto mar passando varca;
e mia mente riman di dolor carca,
perché la donna cominciò a dire:
«Or non potrai fuggire».
Poi si partì, e me sol lasciò stare:
prigion rimasi di Fortuna in mare.
«Or chi guiderà omai mio tristo legno?
or chi mi caverà delle salse acque?
— cominciai io a dir con gran lamento. —
Ben mi mostrasti di Fortuna segno,
non che al cantar, ma fin che l'alma nacque,
qual sempre è stata in martiro e in tormento».
E, per farmi dolere a compimento,
volta è ver me la dispiatata Giuno;
con Eolo e Nettuno
mandano pioggia, grandine e tempesta
sol per veder di me l'ultima festa.
Spesso sossopra la barchetta trista
si volge, perché l'onda la coperchia;
nel tuffar, sempre m'apicco alla sponda.
Con paura e dolor mia vita è mista,
tanto per forza l'acqua mi soperchia;
sopra giunsemi poi una grande onda,
che mia sera navicella affonda,
fiaccando il vento, l'albero e la gabbia.
Io, per fuggir tal rabbia,
notando forte arrivo a uno scoglio:
quivi m'arrendo a Morte, e a Amor mi doglio.
La crudel fera mostrasi sdegnosa
e vista fa non volermi accettare.
Or cresce il duolo, ond'io piangendo strido;
ma quella che a' suoi servi è pur piatosa,
veggendomi con stento disperare,
mandar gli piacque il suo figliuol Cupido
con sua barchetta a cavarmi de' lido.
Quando da lungi lo vidi apressare,
cominciai a gridare:
«Piatà! piatà!», credendo che Fortuna
ritornasse per far mia vita bruna.
Quando l'onda in ver me più lo sospinse,
con l'ali aperte in sulla proda il scorsi;
allor piangendo dissi: «Ecco Caronte.
Omè! omè!». L'angoscia sì mi vinse
che allo 'nferno un tuon di dolor porsi:
«Ora aprirai tue porti, o Flegetonte,
e bagnerommi in la stigiata fonte;
Megera con Eletto or ti consiglia,
ché omai volgo le ciglia
al vostro regno». E per gittarmi in fretta
in mar mi mossi; ma e' disse: «Aspetta!»
Ferma'mi allora. Egli era già appressato
tanto, ch'io scorsi l'angeliche penne.
Pensa, uditor, se vinse il dolor primo
la gran letizia. Già era smontato
l'uccel giocondo ed a me se ne venne,
onde alla gondoletta ambo sen gimo.
Del mare usciti, a un fiumicel salimo,
qual batte appiè del Bonizo castello,
che sopra ogn'altro è bello;
ivi apportai dove ho posto mio zelo.
Ed e' volse sua barca e tornò in cielo.
Canzon gioconda, pria di duol vestita,
a mia donna non gir, che ha il cor di petra,
ma passa il bel castello asitüato
da i due fiumi, e fa' che vadi ardita
con l'arco a collo e allato la faretra,
per far difesa, se 'l camin sturbato
d'alcun ti fusse, o ignorante o ingrato.
Tanto camina che in ciel giugnerai:
ivi ti fermerai
ginocchion 'nanzi all'alto dio d'amore,
quale è stato, e fia sempre, mio signore.