II

By Domenico da Prato

Perduto ho il tempo per non più aspettarne

sol di chiamar piatade alla mia donna:

veggio di crudellezza ognor più s'arma.

Amor mi caccia, ed io non posso andarne;

tanto mi tien la persa e rossa gonna

fiso a mirar che Morte mi disarma.

Ma pria che al tutto mi levi la scarma,

lo Impirio i miei sospiri intonar denno,

e po' faccia a suo senno

Morte e Fortuna e Venere con Giove,

quali or mostran ver me lor grandi prove.

Dinanzi alla lor vista aspra e feroce

fuggo, passando colli, selve e piagge;

sempre piangendo, arrivo a una isoletta.

Gli occhi rivolgo verso la gran voce,

mirando il loco e le parti selvagge

dov'io cacciato fui con tanta fretta.

Così vidi venire una barchetta

per l'onde chiare, onde apportar volea;

dentro una donna avea,

la qual cantava e dicea: «Io son colei

che 'l mondo volgo colle braccia miei».

Io, ascoltando il canto del gran pondo,

fra me a pensar cominciai molto forte,

dicendo:«Serìa questa quella luce,

dico mia donna, che rivolge il mondo

con sua bellezza, o serìa mai la Morte,

la qual miei sensi fra' morti conduce?»

Ma più pensava che fosse il mio duce,

tra me dicendo: «Piatà l'arà smossa;

però ha fatto tal mossa

per me scampar d'esta spiatata guerra».

Intanto ed ella giunse e scese in terra.

Lasciata ch'ebbe la canzon gioconda,

volsesi a me quella donna reale

e salutommi, e poi mi mise in barca.

Or passa nostra navicella ogni onda

più presta che non esce d'arco strale,

tanto che in alto mar passando varca;

e mia mente riman di dolor carca,

perché la donna cominciò a dire:

«Or non potrai fuggire».

Poi si partì, e me sol lasciò stare:

prigion rimasi di Fortuna in mare.

«Or chi guiderà omai mio tristo legno?

or chi mi caverà delle salse acque?

— cominciai io a dir con gran lamento. —

Ben mi mostrasti di Fortuna segno,

non che al cantar, ma fin che l'alma nacque,

qual sempre è stata in martiro e in tormento».

E, per farmi dolere a compimento,

volta è ver me la dispiatata Giuno;

con Eolo e Nettuno

mandano pioggia, grandine e tempesta

sol per veder di me l'ultima festa.

Spesso sossopra la barchetta trista

si volge, perché l'onda la coperchia;

nel tuffar, sempre m'apicco alla sponda.

Con paura e dolor mia vita è mista,

tanto per forza l'acqua mi soperchia;

sopra giunsemi poi una grande onda,

che mia sera navicella affonda,

fiaccando il vento, l'albero e la gabbia.

Io, per fuggir tal rabbia,

notando forte arrivo a uno scoglio:

quivi m'arrendo a Morte, e a Amor mi doglio.

La crudel fera mostrasi sdegnosa

e vista fa non volermi accettare.

Or cresce il duolo, ond'io piangendo strido;

ma quella che a' suoi servi è pur piatosa,

veggendomi con stento disperare,

mandar gli piacque il suo figliuol Cupido

con sua barchetta a cavarmi de' lido.

Quando da lungi lo vidi apressare,

cominciai a gridare:

«Piatà! piatà!», credendo che Fortuna

ritornasse per far mia vita bruna.

Quando l'onda in ver me più lo sospinse,

con l'ali aperte in sulla proda il scorsi;

allor piangendo dissi: «Ecco Caronte.

Omè! omè!». L'angoscia sì mi vinse

che allo 'nferno un tuon di dolor porsi:

«Ora aprirai tue porti, o Flegetonte,

e bagnerommi in la stigiata fonte;

Megera con Eletto or ti consiglia,

ché omai volgo le ciglia

al vostro regno». E per gittarmi in fretta

in mar mi mossi; ma e' disse: «Aspetta!»

Ferma'mi allora. Egli era già appressato

tanto, ch'io scorsi l'angeliche penne.

Pensa, uditor, se vinse il dolor primo

la gran letizia. Già era smontato

l'uccel giocondo ed a me se ne venne,

onde alla gondoletta ambo sen gimo.

Del mare usciti, a un fiumicel salimo,

qual batte appiè del Bonizo castello,

che sopra ogn'altro è bello;

ivi apportai dove ho posto mio zelo.

Ed e' volse sua barca e tornò in cielo.

Canzon gioconda, pria di duol vestita,

a mia donna non gir, che ha il cor di petra,

ma passa il bel castello asitüato

da i due fiumi, e fa' che vadi ardita

con l'arco a collo e allato la faretra,

per far difesa, se 'l camin sturbato

d'alcun ti fusse, o ignorante o ingrato.

Tanto camina che in ciel giugnerai:

ivi ti fermerai

ginocchion 'nanzi all'alto dio d'amore,

quale è stato, e fia sempre, mio signore.