II
Già cominciava di purpureo manto
a vestirsi la terra e d'ogni parte
rendean gli augei dolce e soave canto,
di fiori eran le fronde e l'herbe sparte,
e già quel cerchio havea passato il sole,
che la notte ugualmente e il giorno parte,
alhor ch'entrai (come talhor si suole
ne la stagion novella) in un giardino
pien di gigli e di rose e di viole.
Quivi stanco a seder sotto un bel pino
mi posi a l'ombra, su la destra palma
la guancia havendo e il guardo a terra chino,
non per dormir, ma per dar posa a l'alma,
ch'è preda ogni hor di mille intensi affetti,
mentr'ella è involta in questa fragil salma.
Ma contrari al pensier seguìro effetti,
che il sonno, pien d'oblio spargendo il corno,
m'assalse e fur gli spirti al cor ristretti,
ne l'hora fu che il crin di rose adorno
l'aurora e di vermigli fiori e gialli
scorge fuor d'oriente il nuovo giorno.
Gli augei per monti e per piaggie e per valli
con mesti canti e con lieti lamenti
e il mormorar de i limpidi christalli,
lo spirar per le fronde i vaghi venti,
furon cagion ch'io chiusi gli occhi al fine,
invitato da i chiari e dolci accenti.
Dormendo mi parea ne le vicine
selve drizzar per un sentiero il passo
pien di pruni e di sterpi e d'altre spine,
guardando in alto un dirupato sasso
pendea sopra il mio capo in tal maniera,
che di cader giù minacciava a basso;
da l'altra parte poi tal ruin'era,
ch'io credo ben, se il creder mio non falle,
ch'indi si arrivi al centro de la sphera.
Dunque per erto e per angusto calle
tra l'un periglio e l'altro, in ver l'aurora
la faccia e volto ad Hespero le spalle,
seguìa il camin con lento passo ogni hora,
di timor colmo per la gran fatica
di non potere uscir mai quindi fuora.
Ma fummi tanto al fin la sorte amica,
che salvo mi trovai fuor di perielio
sopra un bel prato in una piaggia aprica.
Dove con maraviglia alzando il ciglio,
ch'esser giunto mi parve in stranio clima,
ecco un monte apparir giallo e vermiglio,
crochi, amaranthi e rose, e con la cima
superbo oltra le nubi il ciel sereno
guardava, e un fonte havea ne la part'ima.
Quando ecco un canto in questo loco ameno
intonarmi l'orecchie in guisa tale
ch'io venni quasi per dolcezza meno.
Nove donne leggiadre, ogni una quale
crediam che sian gli eletti in Paradiso,
facean quel canto che non trova eguale.
Ma poi che il grave aspetto e il dolce viso
mirai di quelle al giugner su la fonte
restai da me per gran stupor diviso
che a par discese dal fiorito monte,
tutte in quel loco si fermaron cinte
di verde lauro e d'hedera la fronte.
Dal piede a le ginocchia ignude e scinte,
coperte il resto d'un leggiadro velo
e in molte parti quel di nodi avvinte,
un giovenetto, che il signor di Delo
sembrava in vista, anch'ei cinto d'alloro
né gli spuntava da le guancie il pelo,
con l'habito medesmo era tra loro
assiso sopra un gran seggio eminente
di fiori ornato con sottil lavoro.
Volsi gli occhi a man destra e molta gente,
di varie frondi ogni un cinta la chioma
vidi al fonte arrivar chiara e lucente.
Questi, come compresi a l'idioma
mentre parlando gian tra lor pian piano,
parte nacquero in Grecia e parte in Roma,
parte in paese barbaro e lontano,
parte su l'Arno e i primi due di questa
schiera nel mezo un grande havean per mano,
che sol fra tanti senza fronde in testa
venìa, sì venerabile nel volto
che l'interna virtù fea manifesta.
Quel giovenetto in tanto a lui rivolto
se gli fe' incontro e con ciascuna Diva
mostrò d'amarlo e d'apprezzarlo molto.
E postolo a seder sopra la riva
del fonte, di sua man gli porse aiuto
nel chinarsi a pigliar de l'acqua viva;
cui, poscia c'hebbe a suo piacer bevuto,
sopra la chioma il verde lauro pose,
ch'egli havea in capo dopo un bel saluto,
gigli, amaranthi alhor, narcisi e rose
subito in seno e in faccia gli gettaro
quelle Nimphe leggiadre e gloriose.
Sopra il bel seggio poi tosto il portaro,
standogli sempre e quinci e quindi a lato
quei due, che venner seco a paro a paro.
Quel, ch'era da man destra quivi stato
già fermo alquanto riverente il piede
mosse, di carità tutto infiammato.
Et una cetra, c'havea in man, gli diede
e in fronte un bascio con le braccia al collo
e poi si ritornò ne la sua sede;
gli die' l'altro una lira anco e basciollo,
poi ne l'orecchio non so che gli disse
quel giovenetto che sembrava Apollo.
L'orecchie intente havea tenendo fisse
le luci per udir, ma sì secreto
parlò ch'io credo che nessun l'udisse.
Ciascun poi di quegli altri in vista lieto
sen giro ad abbracciarlo ad uno ad uno,
stando ei con gli occhi bassi e mansueto.
Mentr'ero intento a rimirar s'alcuno
riconoscer potessi, uscir di quella
schiera e venirmi incontro alhor vidi uno,
che se l'habito indicio e la favella
può darne, esser parea nato e nutrito
dov'Arno inonda Flora illustre e bella.
Giunto a me quello, il primo fui che ardito
dissi: “O Signor saper desio chi sia
quel giovenetto, e gli accennai col dito,
con le donne c'ha seco in compagnia,
e come il loco si addimandi dove
siamo, ditel vi prego in cortesia?”
Ond'ei rispose: “O figliuol mio le nove
donne sono le Muse e il giovenetto
è di Latona il gran figlio e di Giove;
quel monte, ch'è Parnaso, si hanno eletto
per stanza, vedi posto a la radice
di quello il fonte ch'è Castalio detto”.
Soggiunsi alhor: “Deh, se saper mi lice,
ditemi chi sia quel cui tanto honore
fan gli altri, che chiamar si può felice?”
“Questi è – rispose il Tosco – un gran Pastore,
che nacque dove il rapido Santerno
l'Emilia inonda, pien d'alto valore;
questi è colui che il sacro nome eterno
rende per tutto in guisa, che la forza
havrà del tempo e de la morte a scherno;
questi è quel la cui fiamma ogni altra ammorza
stando qua giù, che farà dunque poi
scarco del peso di sì grave scorza:
ma perch'io so, che di quei primi heroi,
che in mezo l'han, di saper brami il nome,
e la cagione anchor che qui siam noi,
e perché dopo che gli ornò le chiome
Phebo, noi con le Dee fummo sì lieti,
vuo' raccontarti il tutto e quando e come.
Tu dei saper che tutti siam poeti,
benché a man destra il primo c'ha sì bianco
il crine, anchor sia posto in fra i propheti;
questi è quel, che fanciullo invitto e franco
ruppe la fronte a l'empio Philisteo,
né mai di lodar Dio trovossi stanco.
Di quel gran Padre, che ogni cosa feo,
cantò l'alta pietà dolente in versi;
l'altro, ch'è seco, è il gran pastor Dirceo;
gli Dei questi, e gli heroi con chiari e tersi
metri cantò sì dolce, che cantando
par che giù latte da la lingua versi.
Ma la cetra e la lira ambo donando
al moderno Pastor, lui qual gentile
cigno vedremo al ciel girsi inalzando.
Da l'un soggetto havrà, da l'altro stile,
così tal pregio acquistarassi in breve
che ogni altro appresso a lui rimarrà vile.
Se in questa fonte alcun prima non beve
né gli dia Phebo la sua verde fronde
in quella schiera entrar giamai non deve.
Eccol cinto d'alloro e gustar l'onde,
tal che chiaro con noi già d'esser merta
per l'infinite sue virtù profonde.
Le Dee, per tal cagion tutte da certa
letitia mosse, lo coprir di fiori
onde la gioia lor gli fosse aperta.
Noi dopo andiam de i ricevuti honori
rallegrandoci seco a dargli segno
del gran piacer c'habbiam ne nostri cori,
ma sappi che se l'huom pria non fia degno
giudicato da Cinthio, e da le Dive
per virtù, per dottrina e per ingegno,
giugner non puote a le honorate rive
per bere, né pigliar può la corona
di lauro onde in eterno poi si vive;
d'alcun ben crede il vulgo, e si ragiona
che cinto il crin d'alloro habbia, né mai
vide Pindo, Hippocrene od Helicona”.
“Tutto il mistero intender parmi homai
Signor, vostra mercé – dissi – ma resto
sol d'una cosa in dubbio, ch'io notai.
Desio che mi facciate manifesto
che cosa ne l'orecchio a quel dicesse
pur dianzi Apollo se non v'è molesto.”
Et egli a me: “Sappi, o figliuol, che spesse
volte gli han fatto questo honor le Muse,
che per suoi merti ciò Dio gli concesse,
mai non gli fur, ne fian queste vie chiuse,
né di salir qua sù giamai conteso,
tante virtù gli ha Dio ne l'alma infuse.
So quel, che devea dirgli, anchor che inteso
non l'habbia; e tel dirò, che sempre fui,
e sarò sempre in satisfarti acceso.
Tu dei saper che al mondo hoggi son dui
lumi, che i raggi lor lucenti e chiari
mandano in Cielo e giù ne i regni bui;
l'un Roma affrena e le provincie e i mari
giovenetto governa; e di dottrina
l'altro è famoso, e di valor son pari
per via diversa e questi e quel camina,
le menti ambo a la gloria havendo intese
a cui del pari ogni un già si avvicina.
Quel, che il mondo governa, è il gran Farnese
che per scacciar l'infernal furia rea
detta avaritia giù dal ciel discese.
Giamai non fece Iddio più vaga idea
di lui, c'hor l'alma in terra e il nome serba
de i gran figli d'Olimpia e di Mammea.
E benché a quei ne l'età loro acerba
lo stame, onde vivean, l'invida Parca
troncasse con la destra empia e superba
però d'Europa questi al fin Monarca
saggio e felice ne l'età matura
di Pietro in porto condurrà la barca.
L'altro è il nuovo Pastor, che ne la pura
fonte ha bevuto, e cui di doni tanti
fu largo il ciel che n'ha governo e cura.
A questo Apollo ha detto, ch'ei sol canti
l'alto Farnese, perché un tanto lume
non lice ch'altri di cantar si vanti.
Per ciò gli die' la lima e die' le piume
da polirsi e d'alzarsi, e gli ha la vena
data abondante più che rivo o fiume.”
Fornito havea di parlar quello a pena
quand'io soggiunsi, havendo di desio
di conoscerlo homai la mente piena.
E dissi: “Deh, Signor, fate almen ch'io
vi riconosca accioché io sappia verso
di cui si estenda tanto obligo mio.
Sète forse colui che l'universo
ripieno havete, ovunque il giorno luce,
del vostro alto e soave e dolce verso;
e che ogni hor sète mio fidato duce
per l'erta via scorgendomi al sentiero,
che ogni un sicuro, ov'ei desia, conduce?”
Tacendo alhor quel mi accennò, che vero
era ciò tutto, ond'io ripresi tosto:
“Dunque uscir d'un grand'obligo homai spero,
questo novel Pastor m'ha dianzi imposto
ch'io renda gratie a Dio con parlar tosco
ch'egro giacendo in sanità l'ha posto.
Ma perché il valor mio debil conosco
sempre ho tacciuto, hor m'empio di speranza
ch'io mi ritrovo in questa parte vosco.
Con quel leggiadro stil, che ogni altro avanza,
ond'io prendo sovente ampio restauro
datemi aiuto, com'è vostra usanza.
Col dolce canto, che da l'Indo al Mauro
dal Borea a l'Austro già fe' chiare e note
l'altere frondi del ben culto lauro.
Né in queste parti sol, ma da Boote
fin dove l'altro suo contrario polo
girando il ciel va con veloci rote”.
“Tempo e loco non è questo o figliuolo
– rispose il divin Tosco – ecco la folta
schiera partirsi e me lascian qui solo.
Ma se di poter farlo hoggi mi è tolta
l'occasion, con più devoto metro
d'aiutarti prometto un'altra volta.”
Poi seguì innanzi ed io rimasi indietro.