II

By Francesco Bolognetti

Già cominciava di purpureo manto

a vestirsi la terra e d'ogni parte

rendean gli augei dolce e soave canto,

di fiori eran le fronde e l'herbe sparte,

e già quel cerchio havea passato il sole,

che la notte ugualmente e il giorno parte,

alhor ch'entrai (come talhor si suole

ne la stagion novella) in un giardino

pien di gigli e di rose e di viole.

Quivi stanco a seder sotto un bel pino

mi posi a l'ombra, su la destra palma

la guancia havendo e il guardo a terra chino,

non per dormir, ma per dar posa a l'alma,

ch'è preda ogni hor di mille intensi affetti,

mentr'ella è involta in questa fragil salma.

Ma contrari al pensier seguìro effetti,

che il sonno, pien d'oblio spargendo il corno,

m'assalse e fur gli spirti al cor ristretti,

ne l'hora fu che il crin di rose adorno

l'aurora e di vermigli fiori e gialli

scorge fuor d'oriente il nuovo giorno.

Gli augei per monti e per piaggie e per valli

con mesti canti e con lieti lamenti

e il mormorar de i limpidi christalli,

lo spirar per le fronde i vaghi venti,

furon cagion ch'io chiusi gli occhi al fine,

invitato da i chiari e dolci accenti.

Dormendo mi parea ne le vicine

selve drizzar per un sentiero il passo

pien di pruni e di sterpi e d'altre spine,

guardando in alto un dirupato sasso

pendea sopra il mio capo in tal maniera,

che di cader giù minacciava a basso;

da l'altra parte poi tal ruin'era,

ch'io credo ben, se il creder mio non falle,

ch'indi si arrivi al centro de la sphera.

Dunque per erto e per angusto calle

tra l'un periglio e l'altro, in ver l'aurora

la faccia e volto ad Hespero le spalle,

seguìa il camin con lento passo ogni hora,

di timor colmo per la gran fatica

di non potere uscir mai quindi fuora.

Ma fummi tanto al fin la sorte amica,

che salvo mi trovai fuor di perielio

sopra un bel prato in una piaggia aprica.

Dove con maraviglia alzando il ciglio,

ch'esser giunto mi parve in stranio clima,

ecco un monte apparir giallo e vermiglio,

crochi, amaranthi e rose, e con la cima

superbo oltra le nubi il ciel sereno

guardava, e un fonte havea ne la part'ima.

Quando ecco un canto in questo loco ameno

intonarmi l'orecchie in guisa tale

ch'io venni quasi per dolcezza meno.

Nove donne leggiadre, ogni una quale

crediam che sian gli eletti in Paradiso,

facean quel canto che non trova eguale.

Ma poi che il grave aspetto e il dolce viso

mirai di quelle al giugner su la fonte

restai da me per gran stupor diviso

che a par discese dal fiorito monte,

tutte in quel loco si fermaron cinte

di verde lauro e d'hedera la fronte.

Dal piede a le ginocchia ignude e scinte,

coperte il resto d'un leggiadro velo

e in molte parti quel di nodi avvinte,

un giovenetto, che il signor di Delo

sembrava in vista, anch'ei cinto d'alloro

né gli spuntava da le guancie il pelo,

con l'habito medesmo era tra loro

assiso sopra un gran seggio eminente

di fiori ornato con sottil lavoro.

Volsi gli occhi a man destra e molta gente,

di varie frondi ogni un cinta la chioma

vidi al fonte arrivar chiara e lucente.

Questi, come compresi a l'idioma

mentre parlando gian tra lor pian piano,

parte nacquero in Grecia e parte in Roma,

parte in paese barbaro e lontano,

parte su l'Arno e i primi due di questa

schiera nel mezo un grande havean per mano,

che sol fra tanti senza fronde in testa

venìa, sì venerabile nel volto

che l'interna virtù fea manifesta.

Quel giovenetto in tanto a lui rivolto

se gli fe' incontro e con ciascuna Diva

mostrò d'amarlo e d'apprezzarlo molto.

E postolo a seder sopra la riva

del fonte, di sua man gli porse aiuto

nel chinarsi a pigliar de l'acqua viva;

cui, poscia c'hebbe a suo piacer bevuto,

sopra la chioma il verde lauro pose,

ch'egli havea in capo dopo un bel saluto,

gigli, amaranthi alhor, narcisi e rose

subito in seno e in faccia gli gettaro

quelle Nimphe leggiadre e gloriose.

Sopra il bel seggio poi tosto il portaro,

standogli sempre e quinci e quindi a lato

quei due, che venner seco a paro a paro.

Quel, ch'era da man destra quivi stato

già fermo alquanto riverente il piede

mosse, di carità tutto infiammato.

Et una cetra, c'havea in man, gli diede

e in fronte un bascio con le braccia al collo

e poi si ritornò ne la sua sede;

gli die' l'altro una lira anco e basciollo,

poi ne l'orecchio non so che gli disse

quel giovenetto che sembrava Apollo.

L'orecchie intente havea tenendo fisse

le luci per udir, ma sì secreto

parlò ch'io credo che nessun l'udisse.

Ciascun poi di quegli altri in vista lieto

sen giro ad abbracciarlo ad uno ad uno,

stando ei con gli occhi bassi e mansueto.

Mentr'ero intento a rimirar s'alcuno

riconoscer potessi, uscir di quella

schiera e venirmi incontro alhor vidi uno,

che se l'habito indicio e la favella

può darne, esser parea nato e nutrito

dov'Arno inonda Flora illustre e bella.

Giunto a me quello, il primo fui che ardito

dissi: “O Signor saper desio chi sia

quel giovenetto, e gli accennai col dito,

con le donne c'ha seco in compagnia,

e come il loco si addimandi dove

siamo, ditel vi prego in cortesia?”

Ond'ei rispose: “O figliuol mio le nove

donne sono le Muse e il giovenetto

è di Latona il gran figlio e di Giove;

quel monte, ch'è Parnaso, si hanno eletto

per stanza, vedi posto a la radice

di quello il fonte ch'è Castalio detto”.

Soggiunsi alhor: “Deh, se saper mi lice,

ditemi chi sia quel cui tanto honore

fan gli altri, che chiamar si può felice?”

“Questi è – rispose il Tosco – un gran Pastore,

che nacque dove il rapido Santerno

l'Emilia inonda, pien d'alto valore;

questi è colui che il sacro nome eterno

rende per tutto in guisa, che la forza

havrà del tempo e de la morte a scherno;

questi è quel la cui fiamma ogni altra ammorza

stando qua giù, che farà dunque poi

scarco del peso di sì grave scorza:

ma perch'io so, che di quei primi heroi,

che in mezo l'han, di saper brami il nome,

e la cagione anchor che qui siam noi,

e perché dopo che gli ornò le chiome

Phebo, noi con le Dee fummo sì lieti,

vuo' raccontarti il tutto e quando e come.

Tu dei saper che tutti siam poeti,

benché a man destra il primo c'ha sì bianco

il crine, anchor sia posto in fra i propheti;

questi è quel, che fanciullo invitto e franco

ruppe la fronte a l'empio Philisteo,

né mai di lodar Dio trovossi stanco.

Di quel gran Padre, che ogni cosa feo,

cantò l'alta pietà dolente in versi;

l'altro, ch'è seco, è il gran pastor Dirceo;

gli Dei questi, e gli heroi con chiari e tersi

metri cantò sì dolce, che cantando

par che giù latte da la lingua versi.

Ma la cetra e la lira ambo donando

al moderno Pastor, lui qual gentile

cigno vedremo al ciel girsi inalzando.

Da l'un soggetto havrà, da l'altro stile,

così tal pregio acquistarassi in breve

che ogni altro appresso a lui rimarrà vile.

Se in questa fonte alcun prima non beve

né gli dia Phebo la sua verde fronde

in quella schiera entrar giamai non deve.

Eccol cinto d'alloro e gustar l'onde,

tal che chiaro con noi già d'esser merta

per l'infinite sue virtù profonde.

Le Dee, per tal cagion tutte da certa

letitia mosse, lo coprir di fiori

onde la gioia lor gli fosse aperta.

Noi dopo andiam de i ricevuti honori

rallegrandoci seco a dargli segno

del gran piacer c'habbiam ne nostri cori,

ma sappi che se l'huom pria non fia degno

giudicato da Cinthio, e da le Dive

per virtù, per dottrina e per ingegno,

giugner non puote a le honorate rive

per bere, né pigliar può la corona

di lauro onde in eterno poi si vive;

d'alcun ben crede il vulgo, e si ragiona

che cinto il crin d'alloro habbia, né mai

vide Pindo, Hippocrene od Helicona”.

“Tutto il mistero intender parmi homai

Signor, vostra mercé – dissi – ma resto

sol d'una cosa in dubbio, ch'io notai.

Desio che mi facciate manifesto

che cosa ne l'orecchio a quel dicesse

pur dianzi Apollo se non v'è molesto.”

Et egli a me: “Sappi, o figliuol, che spesse

volte gli han fatto questo honor le Muse,

che per suoi merti ciò Dio gli concesse,

mai non gli fur, ne fian queste vie chiuse,

né di salir qua sù giamai conteso,

tante virtù gli ha Dio ne l'alma infuse.

So quel, che devea dirgli, anchor che inteso

non l'habbia; e tel dirò, che sempre fui,

e sarò sempre in satisfarti acceso.

Tu dei saper che al mondo hoggi son dui

lumi, che i raggi lor lucenti e chiari

mandano in Cielo e giù ne i regni bui;

l'un Roma affrena e le provincie e i mari

giovenetto governa; e di dottrina

l'altro è famoso, e di valor son pari

per via diversa e questi e quel camina,

le menti ambo a la gloria havendo intese

a cui del pari ogni un già si avvicina.

Quel, che il mondo governa, è il gran Farnese

che per scacciar l'infernal furia rea

detta avaritia giù dal ciel discese.

Giamai non fece Iddio più vaga idea

di lui, c'hor l'alma in terra e il nome serba

de i gran figli d'Olimpia e di Mammea.

E benché a quei ne l'età loro acerba

lo stame, onde vivean, l'invida Parca

troncasse con la destra empia e superba

però d'Europa questi al fin Monarca

saggio e felice ne l'età matura

di Pietro in porto condurrà la barca.

L'altro è il nuovo Pastor, che ne la pura

fonte ha bevuto, e cui di doni tanti

fu largo il ciel che n'ha governo e cura.

A questo Apollo ha detto, ch'ei sol canti

l'alto Farnese, perché un tanto lume

non lice ch'altri di cantar si vanti.

Per ciò gli die' la lima e die' le piume

da polirsi e d'alzarsi, e gli ha la vena

data abondante più che rivo o fiume.”

Fornito havea di parlar quello a pena

quand'io soggiunsi, havendo di desio

di conoscerlo homai la mente piena.

E dissi: “Deh, Signor, fate almen ch'io

vi riconosca accioché io sappia verso

di cui si estenda tanto obligo mio.

Sète forse colui che l'universo

ripieno havete, ovunque il giorno luce,

del vostro alto e soave e dolce verso;

e che ogni hor sète mio fidato duce

per l'erta via scorgendomi al sentiero,

che ogni un sicuro, ov'ei desia, conduce?”

Tacendo alhor quel mi accennò, che vero

era ciò tutto, ond'io ripresi tosto:

“Dunque uscir d'un grand'obligo homai spero,

questo novel Pastor m'ha dianzi imposto

ch'io renda gratie a Dio con parlar tosco

ch'egro giacendo in sanità l'ha posto.

Ma perché il valor mio debil conosco

sempre ho tacciuto, hor m'empio di speranza

ch'io mi ritrovo in questa parte vosco.

Con quel leggiadro stil, che ogni altro avanza,

ond'io prendo sovente ampio restauro

datemi aiuto, com'è vostra usanza.

Col dolce canto, che da l'Indo al Mauro

dal Borea a l'Austro già fe' chiare e note

l'altere frondi del ben culto lauro.

Né in queste parti sol, ma da Boote

fin dove l'altro suo contrario polo

girando il ciel va con veloci rote”.

“Tempo e loco non è questo o figliuolo

– rispose il divin Tosco – ecco la folta

schiera partirsi e me lascian qui solo.

Ma se di poter farlo hoggi mi è tolta

l'occasion, con più devoto metro

d'aiutarti prometto un'altra volta.”

Poi seguì innanzi ed io rimasi indietro.