III (107)

By Auteur inconnu

Cento amorose elette

D'Arcadia Forosette,

Cinte le chiome di novelli fiori,

E altrettanti Pastori

Mi rispondan cortesi,

Dappoich'a bere il terzo nappo Io presi.

O degli Arcadi lari,

Deità tutelari,

Pani, Satiri, Fauni, Io tutti invoco,

Questo, che si fa giuoco

Del nettare divino,

Mentre a Fidalma il beo, nobil Pamino.

Né voi, de' chiari fonti

Ninfe, e degli alti monti

E de' selvosi piani, il labbro obblia.

Questo mio brindis sia

A voi grato e diletto

Per lo suo glorioso almo suggetto.

Voi ben sapete quanto

L'oggetto del mio canto

Toglie all'orror natio de' nostri boschi:

Per lei d'ombrosi e foschi

Chiari son fatti a segno

Che il Sol gli guarda con invidia e sdegno.

Ma non splendon tra noi

Solo i bei Raggi suoi:

Altre Terre, altri Mar' veggonli ancora.

Sallo la nobil Dora,

Che rimirogli un giorno

Del suo Signore alla gran Cuna intorno;

Sallo l'alta Reina

Dell'Adriaca Marina,

E della Magna il divo Augusto Duce,

Cui di sì bella luce

Giunse non poca parte

Nell'auree di Fidalma illustri carte.

Sallo l'invitta Roma,

Alla cui sacra chioma

Spesso i carmi di lei tesson corona.

Ancor vivo risuona

Infra la Marzia gente

Il canto ch'ella sciolse al gran CLEMENTE.

Ma, più che ad altri, a queste

Nostre patrie foreste

Fassi il valor di lei noto e palese,

Che nell'Elee contese

Sovente il premiaro

Del verde serto a' prischi Eroi sì caro.

Or mentre questo Io beo

Generoso Lieo,

Fate, Amici, al mio canto eco giuliva.

Immortalmente viva

La Donna eccelsa e degna,

Che sovra i versi miei s'innalza, e regna.

I tuoi Fratelli, o Brindis mio, raggiungi,

Che t'attendon non lungi.

Ma lasso mal mi avviso,

Se chiudere in brev'urna il mar diviso.