III (156)

By Auteur inconnu

Queste son pur l'elette

Molli d'Arcadia erbette,

Ch'ingemma il Ciel di non caduchi fiori.

Odo i saggi Pastori

Cantar lieti e cortesi,

Più che d'Amor, di bella gloria accesi.

Or qual ne i sacri lari

De i Genj tutelari

M'ispirerà virtù, che umile invoco,

Perché degli anni a gioco

Tessa in stil peregrino

Al dotto Alfesibeo serto divino?

Nel margine de' fonti,

O sul fianco de' monti

Qual ramo o fior degno dell'opra sia,

Mostrami tu, Talia:

Tu, che con dolce aspetto

Porgesti il nappo al tuo Pastor diletto.

Sai ben come il suo canto

Dolce risuona, e quanto

Porge lume d'onore a i carmi Toschi.

Da questi ombrosi Boschi

Quante lo Spirto degno

Scrisse famose e chiare opre d'ingegno!

Ma perch'abbian tra noi

Corone i merti suoi,

È scarso il Sol forse di raggi ancora;

Né la vermiglia Aurora

Tanti fiori apre al giorno,

Quanti dovriansi alle sue chiome intorno.

L'alta Città Reina

Del mondo, a cui s'inchina

Da Borea ad Austro ogni Monarca, e Duce

Aggiunge luce a luce,

Per le sue dotte carte,

Che fanno Arcadia illustre in ogni parte,

Sin là dove si noma

L'onor d'Italia, e Roma

Giusta lode di lui giunge e risuona;

E questa mia Corona

Andria di gente in gente,

Se avesse un guardo sol dal Gran CLEMENTE.

Serbisi dunque in queste

Luminose foreste

Il suo gran Nome ad ogni età palese;

Né teman poi l'offese

I Tronchi, ove il segnaro

Titiro e Melibeo, del tempo avaro.

Or dal colle Pimpleo

Sin dove il fonte Ascreo

Va con passi d'onor di riva in riva,

Alzate, Muse, un viva

All'aurea Cetra, e degna,

Che sovra i pregi suoi trionfa e regna.

Le suore tue, bassa Canzon, raggiungi,

Né t'innoltrar più lungi:

Di' loro, per mio avviso,

Ch'all'erta via forza inegual ravviso.