III (352)
Ed or qualvolta del mio stato indegno,
Sdegnoso a me, l'antico me richieggio,
E i gran' recinti a ricercar ne vegno,
Che fur di lui tant'anni albergo e seggio,
Ahi, che qual va per desolato regno,
Più di quel che già fu, nulla vi veggio;
E invan qualche memoria o qualche segno
A un cheto orror, che v'abita, ne chieggio.
Onde vegg'io ch'ei tutto in abbandono
Gito è del Mondo, e nulla più n'avanza,
Se non dell'opre e del suo nome il suono;
E in questa spoglia e in questa sua scordanza
Niuna parte di lui son io, ma sono
Una confusion senza possanza.