III
Fra' miei tanti pensieri oscuri e torbi,
pur per ritrarre a piè di questi sterpi
e solver l'ale del tenace vischio,
come per tempo costuman le serpi,
essemplo aperto a noi veramente orbi,
lo scoglio lor lasciar fra cischio e cischio,
un più licito fischio
volse la fantasia atenta al vulgo.
Ahi lasso, ove risulgo,
ov'è la fama e 'l poetico ingegno?
Qual è stato ritegno
de la mia debil lingua, e qual antenna
ha sì tardato la debile penna?
Impetri tanto il mio ingegno di grazia
che le lagrime dure, al cor raccolte,
tacite si dimostri in questi versi.
Or hai tu, Morte impetüosa, sciolte
l'iracundie tue forze e fatta sazia
d'aver lasciati i pruni e i fior somersi?
Ahi, uomin perversi,
condoletevi, ingrati Fiorentini,
di perder tal vicini,
e tu, quartier de lo Spirito Santo,
che ti potei dar vanto
d'aver sì degna e glorïosa salma,
ben che degno non fussi di tal alma!
Licito fusse a me por giù l'incarco
di queste abandonate e fragil membra
per veder il tesoro e la mia speme,
ché ancor, lasso, ov'io guardo mi rimembra
tanto l'effige sua che l'alma al varco
trascorre spesso per trovarsi insieme!
Anzi, perché si teme
di perder questo poco che ci avanza,
perduta è la speranza,
consiglio, ingegno, appoggio ed intelletto.
Dunque perché sospetto
di por giù queste fronde sanza frutto,
poco lasciando, per posseder tutto?
Immaginar non posso come ponno
ferrar sì stretto gl'invisibil lacci
di quella glorïosa alma serena,
quali esser posson sì dubbiosi impacci:
ne l'andar, ne lo star, almen nel sonno
l'ombra non s'interponga a tanta pena.
Misero, qual catena
ritien lo spirto scosso dal bel velo?
Forse piacer del cielo,
del qual tu vedi aperto il puro core
e senti il mio dolore,
el qual dee conturbar la tua letizia,
se forza o fé ebbe nostra amicizia.
Pur se finir dovea Morte superba
l'estrenua e mirabile eccellenza
di quel che 'l mondo cieco anco richiama,
qual destin, qual fortuna o qual potenza
sì cruda fulminò la pianta acerba,
che gli serbava sì perpetua fama?
Ahi, Fortuna grama,
che in sì piccol ingegno hai messo pondo,
soverchio a tutto il mondo,
a spremer la virtù del seme e l'ovre,
che 'l dì venti d'ottovre,
Domini mille quatrocentrent'anni,
rapìa Giorgio di messer Giovanni!
Pianga l'abbandonata Poesia,
Arismetrica pianga e tu Gramatica,
e Retorica prenda vesta nera,
tu, ch'esser suol col vulgo sì salvatica,
pianger sempre ten dei, Filosofia,
d'aver perduta l'ultima tua spera,
ché, a mio giudizio, egli era
d'ogni celeste possa fido segno!
Mondo superbo e indegno,
quel che non conoscevi il cielo scelse;
in te tal pianta svelse,
che ti facea fiorir, ed or son secchi
i tuoi sì sparsi rami, e pien di stecchi.
O spiriti famosi, eccelsi e sacri,
o incomprensibil regno, o ben nate alme,
o sacrato mirabile e sì caro,
or v'allegrate, e con ulivi e palme
ricevete colui che me in sì acri
sospir lasciò, partendo, e 'n pianto amaro!
Quanto pulito e chiaro
più si dimostra il ciel ov'ei dimora
e 'l sol, che a ora a ora
oltre a l'usato corso ivi s'arresta!
Or che solenne festa
gli fan dintorno quell'anime sante,
ma più il Petrarca e 'l mio poeta Dante!
— Canzon, come da me ti partirai,
dritta a veder ten vai el bel tesoro,
el qual, sempre piangendo, in terra chiamo.
Quivi il vedrai con sì mirabil arte
ornato in mezzo del celeste coro;
e' vede or quanto i' l'ho amato ed amo;
priegal che per me impetri quel ch'io bramo:
di lasciar questo vulgo e questo errore
e girne a' piè del suo e mio Signore.