III
Nessun profeta mai accetto fue
nella patria sua né onorato,
e questo iniquo fato
per l'universo corre ed ha gran forza,
e conculcate son l'opere sue;
è sanza colpa il passo biasimato
da cui esser pregiato,
meriterebbe, e sua virtù s'amorza,
soppeditato come vile scorza.
E guadagni e gli onor li son negati,
ed a tal son collati
in cui lume di fama non risplende.
Ed in tal modo la virtù s'offende;
onde la sventurata sempre grida
che 'n suo luogo s'annida
l'invidïoso fato e lei riprende;
e nel basso discende
chi di salir meriterebbe il monte,
onde le Muse piangono al bel fonte.
Piange la sacrosanta Calïòpe
coll'altre suore al fonte di Pirene
colle dolci sirene;
battesi a palme e straccia il viso addorno,
gridando: «A cui son date le nostre ope?»
O somma altezza, e perché tanto bene
il vizio a sé ritene,
signoreggiando l'universo attorno
dall'orïente insino a mezzo giorno,
la plaga occidentale ed aquilone,
in gran confusïone?
E la virtù è del tutto isbandita
e l'ignoranzia è sì alto salita
che, trïunfando, al tristo mondo regna
e sotto la sua insegna
ricoglie gente d'ogni regïone;
e dietro al suo temone
tende le vele questa trista barca,
di vizi e d'ignoranza onusta e carca.
Gridono al ciel con voce cruda e strana
e gravosi sospir Pallade e Teti,
e con amari fleti
piangon della virtù, ch'è sì dirisa,
Iuno, Minerva, Cerere, Dïana.
Il greco antico e gli altri alti poeti,
religiosi e preti,
in vilipendio son per ogni guisa.
Abbandonato s'è Cirra e Nisa,
né più si beve al fonte di 'Licona;
spregiata è la corona
del verde lauro e dell'antico mirto,
e 'l vizio ancora sta superbo ed irto
e caccia 'l virtüoso e sì lo sprona.
Ei, come vil persona,
si sta rimesso con tremente spirto
e 'l gran valore insirto
dal sommo sire, e la somma virtute
timida sta privata di salute.
La germana di Giove lassa il cielo
e viene in terra e dá luogo a l'ancille,
e di lacrime stille
gli occhi lucenti per gran doglia danno.
Viduil manto porta e nero velo,
bassando a terra sue chiare pupille,
e volte mille e mille
si duol, cacciata dal superno scanno.
E nel suo letto in braccio a Giove stanno
Semele e Danne, e l'altre concubine
nelle sedie divine,
e la sua sposa vedovella giace.
Ahi, mondo traditore, aspro e fallace,
ch'affliggi i buoni con pungenti spine
e non riguardi al fine,
pur che tu faccia sol quel ch'a te piace!
Virtù fai contumace
e sol nella tua corte regna il Vizio,
cacciando la Virtù dal tuo ospizio.
Similemente la maga del Colco
cacciata fu dal suo marital toro
da quel che 'l vello d'oro
aguadagnò per virtù de' suoi incanti;
onde el convenne che fussi bifolco,
se conquistar volea il bel tesoro.
Così il nobile alloro
è disprezzato e pulsi i frutti santi.
La concubina con suo be' sembianti
caccia la donna, quando ella a ragione
viene in dirisione,
soppeditata da' suoi tristi sensi;
e sol per ciò surgono errori immensi,
sì come nave in mar sanza governo
di notte in aspro verno,
pinta da venti rigidi e condensi.
E così ciascun pensi
che la virtù è sempre in gran fortuna,
perché 'l mal vulgo contro a lei s'aduna.
Né men ripulsa leggo Dïanira
da quel possente e del Tonante prole
per l'amorosa Iole,
onde elli alfine ne prese la morte;
ed elli stessi salse in sulla pira,
sì come anticamente far si sòle;
e dopo alte parole,
rendente l'alma, al ciel fatt'è consorte.
Cacciat' è la Virtù fuor delle porte
e drento all'urbe il Vizio tiene il soglio,
e Superbia ed Orgoglio
sono e pincerni, e Lusso ed Avarizia,
Livor maligno, Gola ed Ingiustizia
sono assessori; onde io forte mi doglio
e disperar mi voglio,
ch'io veggio il mondo pien d'ogni nequizia.
E la santa milizia
è disprezzata e suo soave plettro,
e l'Ignoranzia regna e tiene il scettro.
— Canzone, egli è bisogno che tu prenda
camino e vada per la bella Etrusca,
bench'io ti veggia lusca
e di poco valore e basso ingegno;
e sia ardita e fa' ch'ogni uom t'intenda.
E non curar della tua fama fusca,
ma con parola brusca
riprendi il mondo, di malizia pregno;
e dì a loro: «Io vegno
a voi, e sì mi manda per camino
da Castiglion il pover Pellegrino».