III
Giusti dèi, che sarà! Qual si nasconde
Oggi nella mia cetra
Genio maligno? Inutilmente io sudo
Già lung'ora a temprarla. In van le corde
Cangio, vibro e rallento: esse ritrose
Sempre alla man, sempre all'orecchio infide
Rendono un suon che mi confonde e stride.
Ma dono vostro, o Muse,
Fu questa cetra. Ah, se in un dì sì grande
Mi lascia in abbandono,
Ripigliate, io nol curo, il vostro dono.
Quella cetra ah pur tu sei
Che addolcì gli affanni miei,
Che d'ogni alma a suo talento
D'ogni cor la via s'aprì.
Ah sei tu, tu sei pur quella
Che nel sen della mia bella
Tante volte, io lo rammento
La fierezza intenerì.
Di quanto, o cetra ingrata,
Debitrice mi sei! Per farti ognora
Più illustre, più sonora, a te d'intorno
I dì, le notti impallidii; me stesso
Posi in oblio per te; fra le più care
Tenere cure mie tal luogo avesti,
Che Nice istessa a ingelosir giungesti.
Ed oggi... oh tradimento!... ed oggi... oh dèi!
Nel bisogno più grande... Ah vanne al suolo
Inutile stromento:
Te calpesti l'armento;
Te insulti ogni pastor; sua fragil tela
Nel tuo sen polveroso Aracne ordisca;
Né dell'onore antico
Orma restando in te... Folle, che dico!
Tutta la colpa è mia. Punisce il Cielo
Un temerario ardir. Perdono, Augusta:
Errai; mi pento; io tacerò. Soggetto
Sia questo dì felice
A più degno cantor. Sarà più saggio
In avvenir chi nel cimento apprese
Col suo valore a misurar le imprese.
Non vada un picciol legno
A contrastar col vento,
A provocar lo sdegno
D'un procelloso mar.
Sia nobil suo cimento
L'andar dei salsi umori
Ai muti abitatori
La pace a disturbar.