III
O sanitate, o pazienza, o morte,
Tu che faresti il ciel, la terra e l'acque,
E non si muove in arbore una fronde
Senza tua voglia, manda al servo tuo,
Che giace in letto e domanda mercede,
L'una come tu vuoi, pur che la febre
Che già sette anni afflitto ha questo corpo,
Li faccia tregua almen, se non vuol pace;
L'altra con modo, che giacendo in letto,
Senza vedere autunno o primavera,
E provando in un dì più calda state
Che non prova l'Arabia o l'Etiopia,
E più orrido verno e più crudele
Che quei che sotto a la Tana i lor anni
Finiscono fra i ghiacci e fra le nevi,
Io non abbia a cercare onde quel pane,
Ch'io mangio tanto ch'un picciol uccello
Ne patirebbe fame, e quel liquore,
Che Noè tuo, aitando la natura,
Sumministrò alla natura umana,
Ch'io bevo; e quelle povere vivande,
Che brama l'appetito infermo, e quelle
Che d'Avicenna, Ippocrate e Galieno,
De la natura istessa ucciditori,
Pigliar bisogna; acciò che 'l tuo parente.
Che ti vorrebbe pur veder sepolto,
Per por le mani in su quel che tu lasci,
E qualche amico, o finto o buon che sia,
Non gridi e dica: – Questi vol morire
A forza, e però Dio gli dà quel male –;
Quell'altro dica: – L'avarizia il lascia
In quel letto, per star mille e mill'anni,
Se tanti o più se ne vivesse al mondo,
Perché vuol preservar piuttosto un scudo,
Che darlo ad un valente e dotto fisico,
O pigliar qualche buona medicina,
Che gli levi di corpo quello umore,
Quelle collore, quel sangue corrotto –.
La morte, quando sanità non piaccia
Darmi; ch'io non la merito, il confesso,
Perché son troppe le peccata mie,
E a te par di gastigarle adesso,
Senza aspettare al pagamento il sabbato.
Dammela, Signor mio, ch'io te ne prego;
Dammela, Signor mio, dammela adesso,
Ché pur bisogna al fin che me la dia;
E dieci e venti anni, e trenta, e cento
Sono un nonnulla a cui ieri è quanto oggi,
E oggi quanto sarà poi domani.
Ma dammela, Signor, dammela, Iddio,
Per passar non di vita a peggior vita,
Ma per passar di morte a miglior vita.
Troval tu, Signor mio, troval tu il modo:
Fa' che 'l tuo figlio la sua passione,
Che patì per ognun, sia per me ancora.
Troval tu, Signor mio, troval tu il modo.
E dammi o sanità, o pazienza,
O morte; e sia morte pur più tosto.
Se dee venir con quel debito modo.
Che dee bramare ogni anima cristiana.
Troval tu, Signor mio, troval tu il modo.